Carcere, la riforma si allontana

COMMENTO

C’è il rischio concreto, molto concreto, che il primo effetto collaterale del risultato elettorale sia la morte della riforma penitenziaria. Carcere, la riforma si allontana È il primo effetto del 4 marzo

Su questo giornale ne abbiamo scritto molte volte. È una riforma con molti limiti, ma che introduce degli elementi importanti di novità nel funzionamento e nella funzione del carcere. In particolare prevede un aumento della possibilità di usare le pene alternative alla detenzione.

Questa riforma è stata approvata dal Parlamento ed è stata consegnata al governo la delega per emanare i decreti attuativi. È il risultato di un grande lavoro di ricerca e di discussione, al quale hanno partecipato istituzioni, giuristi, intellettuali, esperti. Ora mancavano solo questi benedetti decreti. Il governo li ha rinviati due, tre, quattro volte. Pochi giorni prima delle elezioni il ministro Orlando e il Presidente del Consiglio Gentiloni hanno giurato che comunque avrebbero emanato questi decreti, prima di lasciare. Poi, all’ultimo momento, i decreti sono slittati. Li si aspettava per l’ultima riunione del consiglio dei ministri prima del voto, ma non sono arrivati. Abbiamo pensato tutti che fosse un gesto di prudenza, alla vigilia del voto, nel timore di una campagna anti governativa e manettara, probabilissima, visto che già i giornali della destra populista, insieme al “Fatto”, avevano sparato a palle incatenate contro il rischio del cosiddetto “svuotacarceri”. E abbiamo sperato che il governo si fosse limitato a rinviare i decreti. Invece ieri il Consiglio dei Ministri si è riunito nuovamente e non ha neanche preso in considerazione il problema.

Naturalmente possono essere valutati moltissimi argomenti contrari alla riforma. Il primo è che c’è un pezzo della magistratura – non maggioritario, ma molto rumoroso e potente – che è contrario. E lo è sulla base di una ideologia. L’ideologia che immagina la punizione come lo strumento decisivo della Giustizia e della convivenza civile, e immagina il carcere – il carcere più possibile duro – come lo strumento fondamentale della punizione. È una idea in contrasto con i principi della Costituzione, ma è diffusa, e non soltanto nei settori reazionari della magistratura: ha una presa molto forte nell’opinione pubblica e di conseguenza un appeal fortissimo sulla stampa e la Tv. Una parte della stampa, quella più estremista, è schierata a corpo morto contro la riforma; la parte più moderata sarebbe anche favorevole, invece, ma teme di dirlo, e scriverlo, a voce alta. E poi c’è la pressione di alcuni partiti politici. In particolare del movimento 5Stelle e della Lega. Che sono proprio i due partiti che hanno vinto le elezioni.

È giusto tenere conto dei pareri della Lega e dei 5Stelle ( che addirittura hanno definito “criminale” questa riforma). Però bisogna anche tenere conto del volere e degli atti del Parlamento. Questa riforma è stata approvata dal Parlamento, e non emanare i decreti, per i quali si ha un mandato del Parlamento, non è un atto di prudenza ma di arroganza.

E poi c’è un altro elemento. Si chiama Costituzione. La riforma penitenziaria si assume il compito di avvicinare un pochino pochino il funzionamento del carcere e l’uso delle pene detentive allo spirito della Costituzione. Del resto, appena qualche giorno fa, la Corte Costituzionale ha emanato una sentenza che va esattamente nella direzione dell’applicazione della riforma carceraria. Possiamo continuare a considerare come inapplicabili quelle parti della Costituzione che impongono lo Stato di diritto?

Comunque la partita non è chiusa. Sono rimasti ancora alcuni giorni per salvare la riforma. Le Camere sono in carica fino al 23 marzo. E il governo ha tempo per approvare i decreti attuativi fino a 10 giorni prima della decadenza di questo parlamento. Quindi il termine ultimo è il 13 marzo, cioè martedì prossimo. Noi vogliamo essere ottimisti: credere che Gentiloni e Orlando manterranno la parola.

 

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