Analisi 7 Mar 2018 13:49 CET

La Lega e i 5S come Dc e Pci nel ‘76: è ora di “un compromesso storico”

Nessuno aveva i numeri per governare e Moro trovò la soluzione

Nella storia ormai più che settantennale della Repubblica c’è un solo precedente di risultato elettorale neutro come quello di domenica scorsa. Esso risale al 1976, quando nel Parlamento eletto con un sistema integralmente proporzionale nessuno dei due partiti più votati – la Dc di Benigno Zaccagnini e Aldo Moro e il Pci di Enrico Berlinguer, dichiaratamente alternativi nella campagna elettorale – aveva i numeri per governare l’uno contro l’altro insieme con alleati disponibili e/ o sufficienti all’avventura.

Che si trattasse di un’avventura era dimostrato da una situazione economica gravissima e da un ordine pubblico minacciato da un terrorismo di matrice non più soltanto nera ma anche rossa, affac- ciatosi sulla scena nel 1974 col sequestro del giudice Mario Sossi.

La soluzione della crisi fu trovata da quel mago della mediazione che era Moro adottando, ma in una forma ridotta e contingente, il famoso ‘ compromesso storico’ proposto in una prospettiva più ampia alla Dc da Berlinguer. Il quale aveva temuto che anche in Italia una svolta marcatamente di sinistra finisse come in Cile. Dove i militari sostenuti dagli americani avevano soppresso nel sangue la democrazia.

Ai colleghi di partito insofferenti e desiderosi di altre elezioni, anticipate come quelle appena svoltesi, Moro espose la parabola, diciamo così, dei due vincitori usciti dalle urne: la Dc e il Pci. Troppi per governare con i vecchi schemi di maggioranza e opposizione, capaci solo di paralizzarsi a vicenda. Occorreva quindi una stagione di decantazione o tregua, chiamata poi di ‘ solidarietà nazionale’, in cui entrambi i vincitori dovevano aiutarsi a vicenda a passare la nuttata, dicono a Napoli. E nacque il governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti sostenuto in modo determinante dai comunisti: prima con l’astensione, poi con la vera e propria fiducia negoziata nella lunga crisi che precedette il tragico sequestro di Moro. Sta per ricorrerne il quarantesimo anniversario.

Diversamente dal 1976, questa volta si è votato con un sistema elettorale misto: prevalentemente proporzionale, con una quota maggioritaria modesta ma sufficiente a produrre un effetto opposto a quello perseguito dai cultori del metodo maggioritario. Si è prodotta non più governabilità, parola quasi magica dei costituzionalisti anti- proporzionalisti, ma meno governabilità.

I due vincitori di domenica scorsa, destinati nella parabola morotea a garantire una tregua obbligata dopo un risultato neutro, sono il candidato grillino a Palazzo Chigi, che ha preso tanti voti da farne indigestione, e la coalizione di centrodestra, anch’essa molto votata ma non tanto da disporre della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, al pari del movimento delle 5 stelle.

All’interno del centrodestra si è tuttavia verificato il sorpasso della Lega di Matteo Salvini sulla Forza Italia di Silvio Berlusconi, o del proconsole potenziale a Palazzo Chigi indicato dallo stesso Berlusconi alla vigilia del voto in Antonio Tajani, suo ex portavoce e attuale presidente del Parlamento Europeo.

I due vincitori del 4 marzo si chiamano pertanto Di Maio e Salvini, col partito o la coalizione che hanno, rispettivamente, alle spalle. Coalizione, quella di cui Salvini ha conquistato la guida, che proprio per questa novità potrebbe però trovare ancora più difficilmente in Parlamento i voti che le sono mancati nelle urne per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. E ciò anche se il forzista Renato Brunetta, capogruppo uscente alla Camera, ha immaginato davanti ai microfoni nella notte dello spoglio elettorale ‘ una lunga fila’ di aspiranti al ruolo di ‘ responsabili’, pronti cioè a saltare sul carro di un governo Salvini.

Se il segretario della Lega dovesse pertanto rassegnarsi alla rinuncia ad un incarico presidenziale conferitogli dal presidente della Repubblica, come ha già reclamato, per mancanza dei numeri necessari alla fiducia, egli si ritroverebbe a maggior ragione da solo a rivendicare e a condividere con Di Maio la vittoria elettorale. E insieme rientrerebbero nello schema moroteo dei due vincitori costretti dal loro stesso ruolo ad accordarsi. Che è poi la cosa alla quale Renzi li ha praticamente e perfidamente sfidati collocando il suo malmesso Pd all’opposizione per rimanere fedele all’impegno elettorale di non accordarsi con gli ‘ estremisti’ dei campi avversi.

Sembrerà un paradosso al simpatico Sergio Staino, espostosi sul Dubbio a favore di un’intesa fra i grillini e il Pd, forse preferito da Di Maio per le condizioni di debolezza in cui lo stesso Pd si trova dopo le elezioni, ma la posizione assunta da Renzi appare più in linea di altre con lo schema moroteo del 1976.

Lo stesso Renzi si sorprenderà a sentirsi dare del moroteo, o quasi. E i suoi avversari di sinistra saranno letteralmente scandalizzati, al pari di Sergio Mattarella e dei suoi collaboratori al Quirinale, per il culto che hanno di Moro, ma così stanno le cose stando al precedente del 1976.

Così è se vi pare, avrebbe detto Luigi Pirandello.

 

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