Giustizia 4 Mar 2018 15:38 CET

Trattativa Stato- mafia: «Decidetevi, il Cav fu vittima o complice?»

Il difensore del generale Mori “inchioda” i pm: ” Come è possibile che l’ex premier sia rimasto amico di Dell’Utri anche dopo le minacce dei boss?”

In genere i processi con più imputati parcellizzano le strategie di difesa. Difficile che una in particolare delle arringhe riassuma il senso dell’intero contraddittorio. Lo “Stato- mafia” fa eccezione anche in questo. All’udienza di ieri, l’avvocato Basilio Milio, difensore dei generali Mario Mori e Antonio Subranni, ha posto la domanda chiave: «Cara Procura, vuoi chiarirci se in questa vicenda la posizione di Silvio Berlusconi è quella della vittima di Cosa nostra o se invece fu autore di minacce mafiose?». Quesito non banale, anzi rivelatore. Evoca una delle più serie contraddizioni dell’accusa: il rapporto dell’ex premier con Marcello Dell’Utri, il solo dei due a figurare tra gli imputati del processone palermitano. «Se davvero Dell’Utri presenta a Berlusconi le minacce di Cosa nostra», chiede Milio alla Corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto, «come può avvenire che lo stesso Berlusconi conservi l’amicizia con Dell’Utri e poi addirittura se ne serva come tramite per stabilire un accordo con la mafia? ». Giusto, come può? E mica il dottor Nino Di Matteo, o gli atri pm impegnati nelle fluviali requisitorie, come Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, hanno chiarito questa bizzarria? E non è certo il solo paradosso. Ce ne sono altri, sostanziali ma anche formali. E su questi ultimi si concentra ancora Milio, in particolare quando cita «la sentenza di assoluzione già emessa sul caso Mori-Obinu: il mio assistito», dice l’avvocato a proposito del generale, «non può essere giudicato due volte per fatti che sono sempre gli stessi».

Non solo. Perché i “fatti” non sarebbero stati neppure specificamente indicati dalla Procura, secondo il legale: «È la pubblica accusa che deve dirci in quale circostanza Mori, Subranni o altri avrebbero portato la minaccia di Cosa nostra al presidente del Consiglio» . Perché, dettaglio tutt’altro che irrilevante, la specifica imputazione per il generale è di «minaccia a corpo politico dello Stato». Nello specifico, il “corpo” è lo Stato inteso nella sua funzione di governo. Affinché dunque possa riconoscersi il reato, è la tesi di Milio, dovrebbe essere indicato lo specifico passaggio in cui Mori trasferì la minaccia dei boss al vertice di Palazzo Chigi. «È la Procura che deve dircelo». E appunto, non lo fa.

Ma certo è affascinante, più di tutte, la questione Berlusconi. È la cartina di tornasole dell’intero processo: quel nome vorrebbe essere suggestione di una sostenibilità delle accuse, ma nell’arringa di ieri si rovescia in suggestione che smonta l’impianto: «Da un lato», osserva il legale di Mori e Subranni, la Procura dice che Berlusconi è una vittima, per altro verso ha fatto sentire le intercettazioni di Graviano per dimostrare che Berlusconi era quello che aveva siglato i patti con la mafia. E quali erano i patti? Quelli che, secondo i pm, avrebbero permesso a Berlusconi di andare al governo. Vedete che c’è una contraddizione tra il Berlusconi vittima e il Berlusconi autore della minaccia?». Interessante che una parte così ampia della difesa di Mori e Subranni chiami in causa altri aspetti sostanziali del procedimento: è qui appunto che le parole di Milio si rivelano come arringa contrapponibile non solo alle accuse specificamente rivolte ai due generali, ma alla sostanza ultima dell’intera tesi accusatoria.

C’è spazio anche per la liquidazione del teste principale, Massimo Ciancimino ( «il suo racconto sulla trattativa è fantascientifico» ) e per un’analogia tra la contraddizione su Berlusconi e quella relativa alla posizione di Calogero Mannino: «È strana anche la sua doppia figura: autore del reato e vittima del reato». Non manca un passaggio su Bruno Contrada ( fuori da questo processo) di cui Milio dice: «Non era un delinquente ma uno 007, non un boss mafioso come si tenta di farlo passare: e aggiungo che i servizi segreti non sono un covo di banditi e criminali ma servitori dello Stato». Fino alla evocazione di un vero e proprio metodo Ingroia, «iniziare un processo con un capo di imputazione e in corso d’opera puntare su un altro cavallo, con vagonate di atti a supporto delle nuove ipotetiche accuse. Tutto questo», lamentas l’avvocato Milio, «avviene in violazione della legge e determina l’inversione della prova». E d’altra parte, in quattro anni – da tanto dura questo procedimento ancora in primo grado – capita che le cose, un po’, cambino.

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