Li sbattono in cella per curarli. Così li uccidono…

Un ragazzino di 21 anni, timido, impaurito, si alza in piedi davanti ai giudici del Tribunale di Roma, e parla con voce un po’ tremante. Dice esattamente così: « Regina Coeli è un caos, io ogni mattina mi sveglio e soffro. Soffro mentalmente, psicologicamente… Guardate, veramente do la mia parola d’onore, di uomo, che se mi mandate a Villa Letizia o a casa mia, io seguo tutte le terapie che mi date, dal Cim al Sert… Io sono convinto di curarmi… perché voglio fare una vita normale, voglio sposarmi, avere dei figli, mi voglio fare una famiglia, voglio andare a lavorare, voglio essere normale… Perché sono un ragazzo…» È il 14 febbraio dell’anno scorso. Il ragazzo si chiama Valerio Guerrieri. Non è mentalmente stabile. Sta male, male. Ha avuto piccoli problemi con la giustizia quando era minorenne, poi quando è diventato maggiorenne lo hanno arrestato per resistenza alla forza pubblica. Il giudice lo ha mandato ai domiciliari ma i carabinieri invece di accompagnarlo a casa lo hanno portato in prigione. Era il settembre del 2016 e il calvario inizia lì. Prosegue con un su e giù tra Regina Coeli e il rems di Ceccano. Per più di un anno. Il 21 dicembre del 2017 il Pm chiede il carcere. Poche storie, il responsabile di Ceccano dice che sta benissimo e quindi va in carcere. Però il Pm chiede anche la visita di un perito. La visita viene verbalizzata davanti al tribunale il 14 febbraio. Il perito usa parole drammatiche. Dice che non esiste nessuna possibilità di compatibilità tra situazione psichica di Valerio e la prigione. Liberatelo, liberatelo, liberatelo. Dice che le probabilità di suicidio sono altissime.

Ed è proprio dopo la relazione del perito che Valerio pronuncia quel discorso breve e commovente. Quel giuramento di disciplina. «Fatemi uscire… do la mia parola…».

Il tribunale decide che Valerio non può stare in cella, deve andare in una struttura adatta. Ma la struttura non c’è. Valerio allora viene portato di nuovo a Regina Coeli. Per lui è il ritorno all’inferno. Non ce la fa, non ce la può fare. Passano dieci giorni. Di incubo. Il 23 febbraioscrive alla mamma: «Sto male, non posso comprarmi neanche un pacco di biscotti. Ma’, ti voglio bene. Ti aspetto qui». La mattina del 24 febbraio nonha più voglia di aspettare: prende un lenzuolo, va in ba- gno, si impicca.

Questa storia l’abbiamo già raccontata sul Dubbio l’anno scorso. Ieri è stata denunciata dal Presidente della camera penale di Roma, Cesare Placanica, durante una conferenza stampa nella quale i penalisti hanno annunciato lo sciopero per chiedere l’approvazione della riforma carceraria ( ne parla Damiano Aliprandi a pagina 12). E Placanica ha letto la trascrizione del discorso di Valerio, che francamente farebbe commuovere anche un cuore di piombo e ghiaccio.

Pochi minuti prima che parlasse Placanica, aveva parlato Patrizio Gonnella, che è il presidente di Antigone. Il quale ha raccontato una storia molto simile a quella di Valerio, ma ancora in corso. Per fortuna. Quella di Alessandro Cassoni, 24 anni, anche lui con problemi psichiatrici gravissimi, prigioniero a Vasto. Anche per Alessandro il perito è stato drastico: sta male, non può rimanere in carcere è a fortissimo rischio suicidario. È malato di epilessia e di una forma molto forte di schizofrenia paranoide. Il magistrato di sorveglianza lo scorso 7 dicembre aveva preso atto della assoluta incompatibilità del ragazzo con il regime carcerario. Dal 7 dicembre sono passati quasi tre mesi: Alessandro è lì. In cella. La mamma ha scritto una denuncia che ha consegnato al tribunale di Chieti. La denuncia è un racconto dettagliatissimo della vicenda. Scrive la mamma di Alessandro: «Sono una madre che non giustifica le colpe di suo figlio. Non rivendico qualche privilegio. Vorrei che fossero rispettati i diritti di mio figlio e di ogni essere umano contro gli abusi di chi ha il dovere di salvaguardare la vita di persone fragili perché gravemente malate e perché detenute». Alessandro oggi è ancora nel carcere di Vasto. È ancora vivo. Adesso lasciamo stare tutte le polemiche, va bene. Però qualcuno si muova. Alessandro va liberato subito, e bisogna curarlo, perché lo Stato dico lo Stato – ha il dovere e non l’opzione di salvare, se può, la vita dei suoi cittadini. Valerio fu sequestrato illegalmente dallo Stato e spinto alla morte. Così stanno le cose, è inutile fare giri di parole. Per Alessandro la situazione è identica.

Ieri le Camere penali hanno annunciato lo sciopero del 13 e del 14 marzo in sostegno della riforma carceraria. La riforma forse aiuterebbe ad evitare queste tragedie. Nei giorni scorsi la riforma ha ottenuto parecchi sostegni. Quello del Consiglio nazionale forense, quello di molti giuristi, di alcuni magistrati, e di alcuni intellettuali. La riforma è molto importante, perché tende a ripristinare una situazione di legalità nelle carceri. Certo, non è una riforma che porta voti, e naturalmente è sotto il tiro politico dei partiti e dei giornali del fronte populista. Si capisce che le forze moderate che la sostengono siano un po’ intimorite. Però è necessario che si scuotano, e trovino il coraggio di agire. Deve trovare questo coraggio soprattutto il governo, che invece ha dato nei giorni scorsi la sensazione di avere ceduto alle pressioni del fronte reazionario. E deve trovarlo almeno un pezzo dell’intellettualità italiana. Possibile che il paese di Sciascia, di Calvino, di Pasolini, di Umberto Eco, di Rodotà, di Furio Colombo, sia diventato un luogo dove l’intellettualità riesce solo a chiedere ordine e punizione? Possibile che le vicende di Alessandro, che è vivo, e di Valerio, che è morto solo come un cane appeso a un cappio, non facciano fremere nessuno? Io non ci credo