Interviste 27 Feb 2018 15:12 CET

Guzzetta: «Referendum sul Presidenzialismo? È una via d’uscita»

«È vero, la revisione della Carta è quasi sparita dal dibattito elettorale. A parte Berlusconi»

È il grande assente della campagna elettorale? «La metterei così: fa un certo effetto notare quanto il tema delle riforme istituzionali sia finito ai margini. A poco più di un anno da un referendum importante, e da un esito certo traumatico, non si parla più di interventi sulla Costituzione. Anche se», nota Giovanni Guzzetta, «una voce fuori dal coro c’è e viene dal centrodestra, in particolare da Silvio Berlusconi. Il quale individua una via d’uscita dal mito incapacitante del 4 dicembre 2016: chiedere agli stessi elettori di indicare, tra diverse ipotesi, il modello preferito». Ordinario di Diritto costituzionale all’università Tor Vergata, Guzzetta è impegnato da tempo nel sollecitare la politica a rinnovare gli strumenti della democrazia, a partire dalla sua importante battaglia referendaria del 2006. Dal suo punto d’osservazione, la rimozione delle riforme istituzionali non può passare inosservata.

Non tutti dunque sono rassegnati a restare con una forma di governo immodificata.

Mi pare che Berlusconi sia il solo ad aver individuato una soluzione. Ma vorrei partire dal mito della Prima Repubblica, che pesa su ogni ragionamento in materia.

Prego.

Ecco, a me sembra inverosimile che i leader degli schieramenti maggiori sognino davvero un ritorno a quell’epoca. È abbastanza chiaro, e credo si cominci a comprenderlo, come quel sistema politico sia irriproducibile per tre motivi: l’impossibilità di tornare al deficit spending come strumento abituale di esercizio dell’indirizzo politco, l’assenza delle garanzie di continuità di governo assicurate dalla conventio ad excludendum del Pci e le mutate condizioni geopolitiche. Queste tre condizioni assicuravano la possibilità di stabilità nell’istabilità, di sopravvivenza anche senza governo.

Allora perché non si parla più di riforme?

Pesa il trauma del 4 dicembre. È la cattiva coscienza di una classe dirigente che per trent’anni ha parlato di riforme senza riuscire a portare a casa nulla di concreto. Si pensa che l’opinione pubblica non sia più disponibile a seguire la politica su quel tema. E forse qualche ragione c’è. Poi però ci si preoccupa, in ritardo, dello stallo che potrebbe derivare dalle elezioni e dal sistema di voto scelto. Gli accenni di rimpianto per un modello più orientato in direzione maggioritaria non mancano, ma appaiono come lacrime di coccodrillo visto che quel sistema è stato sistematicamente demonizzato per anni. Mi pare ci sia una sola eccezione.

Quale?

Beh, a guardare i programmi, che o sono carta straccia per tutti o indicano comunque una direzione di tendenza, noto che la coalizione di centrodestra si è attrezzata di più.

Se vincesse, si tornerebbe a palare di riforme?

Faccio notare che si tratta della sola coalizione ad aver depositato un programma comune e che in quel programma c’è una chiara opzione per il presidenzialismo. Certo, se il centrodestra uscirà premiato dalle urne si dovrà verificarne la capacità di battere una strada, quella delle riforme, rivelatasi dolorosa per la maggioranza uscente, anche per l’eccessiva personalizzazione che il premier di allora ne ha fatto.

Anche il centrodestra, una decina d’anni fa, si è scottato, con la modifica Titolo quarto.

Vero. E aggiungo: se si vuole un sistema stabile non basta interveire sulla legge elettorale. Servono antidoti al trasformismo anche nei regolamenti parlamentari, tanto per cominciare. Vediamo se quelli introdotti in zona Cesarini al Senato funzionano, certo riguardano una Camera soltanto. Il secondo nodo è come fare le riforme.

Nessuno prova a cimentarsi nella soluzione, tranne Berlusconi.

A cosa si riferisce esattamente?

Al fatto che l’ex premier ha opportunamente proposto di fare un referendum sulla forma di governo.

Scusi professore, ma cosa cambierebbe con un referendum di indirizzo?

Aspetti un attimo. L’idea di Berlusconi porta a una soluzione molto concreta: approvare una legge costituzionale con cui, e sarebbe assolutamente legittimo, si chiede agli elettori di pronunciarsi su due o più ipotesi di eventuale modifica della Carta, indicati in modo dettagliato o anche per grandi linee. Dopo una simile pronuncia popolare, si potrebbe approvare un riforma nella direzione indicata dai cittadini, e a quel punto l’ipotesi che un referendum confermativo mandi tutto per aria sarebbe irrealistica. Perché, diciamo la verità, il vero problema del fallimento delle riforme è stato, in questi anni, più nel metodo che nel merito. Le forze politiche convergevano nelle soluzioni di merito, ma poi, a un certo punto, tutto saltava perché l’uno o l’altro partner si sfilavano. È successo con il centrodestra e con il centrosinistra. Il problema è dunque un metodo che costringa ad andare fino in fondo per non perdere la faccia di fronte ai cittadini.

Perché non ci aveva pensato nessuno?

A dire il vero alcuni anni fa ho proposto un manifesto che indicava proprio una soluzione del genere, intitolato “Scegliamoci la Repubblica”.

È stato lei a dare l’idea a Berlusconi?

Ma no. Berlusconi ha semplicemente ipotizzato una strada condivisivbile che, va detto, dimostra la sua capacità di entrare in sintonia con gli elettori.

Un altro tabù della campagna elettorale è la riforma della giustizia.

Credo che un tema simile possa essere affrontato solo se lo si sdrammatizza. E il miglior modo di sdrammatizzarlo è andare a rileggere gli atti della Costituente, in cui il dibattito non è stato a botte di dogmi e anatemi, ma frutto di un confronto molto ampio e articolato. E si scoprirebbero varie cose. Ne cito due, come provocazione per mostrare quanti tabù abbiamo eretto in questi decenni. Primo: la commissione dei 75 che elaborò il progetto di costituzione era per una assoluta parità tra togati e laici nel Csm. Fu l’Assemblea a virare, con qualche voto in più di maggioranza, sulla composizione fatta da due terzi di magistrati. Secondo, che nemmeno la separazione delle carriere era un tabù. Sulle scelte della Costituente pesò il fatto che non si fosse ancora sciolto il nodo tra processo inquisitorio e accusatorio. Si scelse perciò di rinviare sostanzialmente alla legge.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario, Il Cnf ha proposto che sia esplicitamente riconosciuta, in Costituzione, l’indipendenza e la libertà dell’avvocato.

Al di là delle specifiche soluzioni, che non conosco nei dettagli, credo non vi sia dubbio che la centralità assunta in modo sempre maggiore dal contraddittorio in tutte le dinamiche processuali imponga un equilibrio anche nelle tutele, appunto costituzionali, dei soggetti coinvolti nel processo.

 

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