La corsa nel fango

Le corse dei partiti nel fango minano democrazia e informazione

Quando si dice giustizia ad orologeria, si dice giustizia ad orologeria. E c’è poco da scherzare. Noi siamo abituati da molti anni ad avere Silvio Berlusconi come vittima designata di questa pratica politica. Berlusconi ha pagato prezzi altissimi. Però recentemente è capitato anche ad altri, in particolare al partito democratico. Da ieri nell’elenco entrano a pieno titolo i 5Stelle che, dopo essere stati travolti dalla vicenda dei falsi bonifici ( in quel caso per iniziativa giornalistica e non giudiziaria) sono stati colpiti dal siluro Caiata. Una botta dura.

Non solo perché stavolta il reato imputato al candidato grillino è “riciclaggio”, cioè proprio uno di quei reati tra i più vituperati dalla tradizionale cultura politica dei Cinque stelle.

E non solo perché Caiata non era un candidato qualsiasi, ma proprio uno di quei candidati scelti personalmente dal leader Di Maio, e con Di Maio si era fatto fotografare tante volte. Ma soprattutto per la vicinanza con l’appuntamento elettorale. Mancano solo otto giorni.

Di Maio è corso ai ripari espellendo Caiata dal movimento. Ma si sa benissimo che le espulsioni, o le dimissioni, o simili altri stratagemmi burocratici contano pochissimo. Anche Renzi li ha usati tutte le volte che qualche esponente democratico è rimasto impigliato nelle reti gettate dai Pm. Qualche volta anche in modo assai più drastico, perché espellere dal partito vale poco, cacciare dal governo è più pesante. Ma i sondaggi hanno sempre detto che gli elettori, delle espulsioni – o sospensioni, o dimissioni – se ne infischiano altamente. E le quotazioni del Pd andavano giù. Né poi risalivano quando – come è successo spessissimo – si scopriva che le accuse erano infondate.

Non è detto che per i Cinque Stelle funzioni lo stesso meccanismo. L’opinione pubblica è una “macchina” molto complessa e non facile da capire. Lo stesso avvenimento, o la stessa colpa, o lo stesso sospetto, non hanno identico contraccolpo su tutti i partiti. Oggi come oggi non siamo in grado di valutare come possa influire sul voto Cinque Stelle la giustizia ad orologeria. Se può danneggiarli come ha danneggiato in passato Berlusconi e il Pd, o se li danneggerà molto meno.

Resta il fatto che la giustizia ad orologeria, e in genere ( anche a prescindere dai tempi) la smania di alcuni pezzi della magistratura italiana di farsi largo in politica a colpi di avviso di garanzia, sono un bel problema. Non perché non sia giusto che i magistrati indaghino, se sentono odore di bruciato. Ma perché non è giusto che le indagini dei magistrati – che molto, molto frequentemente finiscono nel nulla – possano modificare i risultati elettorali.

Di chi è la colpa di questo inquinamento del voto? Sicuramente una parte della colpa è di quel pezzetto della magistratura ammalato di protagonismo, che sovente apre indagini sui politici anche senza avere in mano indizi sufficienti ( e potrebbe essere il caso anche di Salvatore Caiata). In parte – in parte preponderante – la colpa è dei giornalisti che usano gli avvisi di garanzia come fionde, e che li considerano “condanne”; e di un bel pezzo del mondo politico che quando vede un avversario in difficoltà per ragioni giornalistico- giudiziarie gli si avventa addosso e lo massacra, anche se c’è il fondatissimo sospetto che sia innocente.

Il problema del grado sempre più alto di giustizialismo della stampa italiana è un problema molto grande. Perché danneggia fortemente sia il nostro sistema democratico sia il nostro sistema di informazione. L’ultima vicenda, quella dei giornalisti e dei camorristi provocatori che hanno cercato di incastrare il figlio del governatore della Campania ( senza successo), è un campanello d’allarme da non sottovalutare. L’impressione è che il nostro giornalismo stia scivolando sempre più giù. L’informazione sul “reale” è praticamente scomparsa. La ricerca è tutta sul “virtuale”. Una volta c’era il gossip, poi il sospetto, poi la fake news, ora addirittura il tentativo di creare il reato e di costruirci sopra il colpevole ( vi ricordate quel fantastico film americano con Kirk Douglas che si chiamava l’” Asso nella manica”? Beh, una cosa simile).

Lo hanno fatto i giovani colleghi di Fanpage e anche i colleghi di Millennium, la rivista del Fatto. I quali sono arrivati a tentare di corrompere un alto dirigente del PD, Verini, ma si sono presi da lui una bella lezione di etica e sono andati via con la coda tra le gambe. Come mai gran parte di voi non la conosce questa vicenda di Verini? Perché la tecnica è questa: io tento di corromperti, magari con l’aiuto di un camorrista, se riesco a farti dire qualche idiozia ti denuncio, se tu invece fai una bella figura mi limito a scriverlo in piccolo, tra le righe, così nessuno se ne accorge.

La trasformazione del giornalismo italiano in sede centrale dell’azienda forcaiola è un problema. È un problema la fine di ogni etica del mestiere. Ed è un problema l’uso di questo tipo di giornalismo nella lotta politica.

Per smontare questa macchina dell’ infangamento occorrerebbe un accordo politico. Tra tutti i partiti. L’impegno a non usare più le schifezze contro i propri avversari. Questo lascerebbe a bocca asciutta anche i giornalisti manettari. Tanti anni fa, nei primi anni 50, la sinistra ( i comunisti) costruirono un clamoroso scandalo contro il figlio di un dirigente della Dc candidato a succedere a De Gasperi. Si chiamava Attilio Piccioni, il dirigente Dc, e suo figlio si chiamava Piero ed era un musicista di prim’ordine. Fu accusato di aver partecipato a un festino sulla spiaggia di Torvajanica nel corso del quale sarebbe morta una ragazza romana che si chiamava Wilma Montesi. Non era vero. Quella sera Piero era con Alida Valli, però non lo disse, per discrezione e per rispetto verso l’attrice. Non si seppe mai come era morta Wilma, sicuramente Piero Piccioni non c’entrava niente. Questo però lo si accertò dopo un paio d’anni. Intanto Attilio Piccioni aveva perso la sua partita nella Dc e Piero era stato riempito di melma. La Dc si vendicò, qualche anno dopo, e incastrò un intellettuale vicino al Pci fotografandolo e coinvolgendolo in uno scandalo sessuale. Il poveretto fu costretto a ritirarsi dalla politica. Subito dopo i partiti più importanti sottoscrissero una specie di patto segreto: «Mai più useremo scandali sessuali o simili, uno contro l’altro». Il patto resse una quarantina d’anni, più o meno fino al caso Ruby… Sarebbe una bella idea riprendere alcune abitudini della Prima Repubblica. Mica era poi così male la Prima Repubblica.