Giustizia 13 Feb 2018 14:05 CET

Miani: «La politica metta fine alla babele fiscale: così non si va avanti »

«I costi sostenuti dal sistema delle imprese per le complicanze e per i continui nuovi adempimenti annullano il maggior gettito che lo Stato recupera»

La si può definire un’operazione verità. Il presidente dei commercialisti Massimo Miani ha attribuito non a caso il titolo di “Stati generali”, all’evento che il suo Consiglio nazionale ha organizzato per oggi a Roma: dovrà trattarsi dell’occasione per mettere in chiaro alcuni dati di realtà sulla proliferazione delle norme fiscali. Prima di tutto sui costi che ne derivano. E non è casuale neppure la scelta di discuterne in un confronto pubblico alla vigilia del voto: ai rappresentanti di tutte le forze politiche che interverranno si chiederà di cambiare passo già dall’inizio della legislatura.

Di fisco si parla in modo quasi ossessivo, in campagna elettorale, eppure il tema della semplificazione è preso spesso solo di striscio.

Ecco, ed è piuttosto paradossale. Abbiamo organizzato questo confronto a partire da una nostra indagine sulla proliferazione delle norme, su quella che abbiamo chiamato “la babele fiscale”. Ebbene, ne risulta che i costi sostenuti dal sistema delle imprese per le complicanze e per i continui nuovi adempimenti annullano il maggior gettito che lo Stato recupera.

La complessità è un affare a somma zero?

Lo dicono i dati. L’obiettivo perseguito in questi ultimi anni dal legislatore è stato ovviamente la lotta all’evasione fiscale, ovvero l’aumento del gettito. Ma lo si è fatto con una tecnica legislativa impazzita, perché tra Manovre e correttivi si sono prodotti costi per le imprese pari al recupero di gettito. Anche perché l’entità di tale recupero è stata inferiore a quanto preventivato. Combattere l’evasione è sacrosanto, ma che senso ha farlo con una spesa che non giustifica gli sforzi?

Qual è la filosofia da adottare?

Una maggiore stabilità delle norme sarebbe già un buon risultato. Vede, io verifico una certa sorpresa generale di fronte al fatto che siamo noi commercialisti a reclamare un cambio di rotta.

In che senso?

Si dà per scontato che le complicazioni vadano a vantaggio della nostra categoria. Ma ormai si è arrivati al punto per cui le imprese forfettizzano tutti i costi relativi agli adempimenti e all’attività del professionista: quindi se le complicazioni crescono siamo noi a pagarne materialmente il costo.

Un esempio?

Lo spesometro. Quando a settem- bre ci siano imbattuti nell’ingorgo telematico dell’invio all’Agenzia delle entrate, un terzo degli studi italiani, per quello specifico adempimento, ha fatturato zero euro. Si è trattato di un lavoro senza alcun corrispettivo per un’enorme percentuale di colleghi. Non solo: quel terzo è calcolato su base nazionale, ma si traduce in due terzi nel caso delle regioni meridionali. La perdita secca per noi è stata di 113 miloni di euro, vuol dire una media di 1.600 euro a studio.

Con uno squilibrio geografico impressionante.

È così. Al Nord si riesce a convincere l’impresa che è necessario pagare un po’ di più, anche se poi molti non riescono a ottenere materialmente i compensi. Al Sud il concetto si esaspera. Parliamo di un adempimento che per noi ha impegnato risorse in termini di dipendenti, di software, di strutture. Eppure la gente si stupisce del fatto che ci lamentiamo…

La politica comincia a essere sensibile al tema?

Purtroppo devo dire di no, non c’è una particolare attenzione.

Questi Stati generali servono anche a sensibilizzare in modo diretto le forze politiche?

Certo. Sarà l’occasione per ricordare come il nostro lavoro consenta ormai da tanti anni all’amministrazione di risparmiare somme enormi. Con il lavoro che noi commercialisti abbiamo fatto sull’informatizzazione dei dati, lo Stato ha risparmiato, tra il 2006 e il 2011, qualcosa come due miliardi di euro. Si immagini cosa abbia significato passare dall’invio cartaceo all’acquisizione completamente telematica.

Qual è la prima cosa che chiederete al nuovo Parlamento?

Ragionare con più attenzione su cosa voglia dire la complicazione fiscale. Condurre la lotta all’evasione con il solo strumento della richiesta di maggiori adempimenti alle imprese è sbagliato: serve un riequilibrio che impegni in misura maggiore la leva dei controlli. E a sollecitare una simile rimodulazione dovrebbe bastare di per sé il fatto che gli incassi per l’erario sono stati finora inferiori a quelli preventivati, a fronte dei costi supplementari chiesti al sistema delle imprese.

Da qualche giorno lei è anche presidente di “Economisti e giuristi insieme”, l’associazione che voi commercialisti avete fondato con con il Consiglio nazionale del notariato e il Cnf: servirà a indicare la rotta giusta alla politica?

Credo di sì. Basta che la politica sia consapevole di quale enorme contributo possono dare le professioni. Parlano d’altronde le tante leggi preparate grazie al nostro apporto tecnico, frutto dell’esperienza sul campo e sempre gratuito. L’unione delle tre professioni può dare sicuramente più forza nel rapporto con la politica.

 

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