Cultura 9 Feb 2018 15:33 CET

Maurizio De Giovanni: «Una nuova camorra? No, nelle baby gang si sfoga la rabbia sociale»

Parla lo scrittore napoletano

Napoli è in mille stereotipi. In una sequenza interminabile di format, serie tv, ritrattistiche. Ed è di moda. Curioso che non tanto spesso quanto si potrebbe pensare venga chiesto di offrirne un ritratto a chi, come Maurizio de Giovanni, ne sforna di continuo sotto forma di romanzi. Gialli dal successo record come quelli di due serie bestseller, il Commissario Ricciardi e i Bastardi di Pizzofalcone. Pagine in cui la Napoli di oggi e di qualche decennio sono la scenografia fissa: ed è forse per questo che de Giovanni, scrupoloso nello studiare la realtà per raccontarla a meglio, evita anche nella lunga intervista al Dubbio di dare un sola immagine del suo luogo d’origine, oltre che di fatti, come gli ultimi episodi di cronaca, assai affini a quelli dei suoi racconti, diventati popolarissimi anche grazie ad adattamenti televisivi come quello interpretato da Alessandro Gassman.

Gli spari di Macerata, le baby gang, la testa mozzata su Facebook della Boldrini. Che trama è per un thriller italiano? In altri termini: che sta succedendo in Italia?

È una dolorosa deriva di violenza che c’è in un Paese che si sta chiudendo in se stesso, che si sta sclerotizzando e radicalizzando su certe posizioni di assoluta e clamorosa inciviltà. Fenomeni di portata biblica, come quelli della migrazione, vengono visti come qualcosa di evitabile semplicemente chiudendosi nella difesa del proprio orticello. Atteggiamenti che portano chiaramente a intolleranze gravissime e violenze estreme. Macerata, le facce della Boldrini decapitata e cose simili sono fenomeni gravissimi di intolleranza razzista da posizioni estreme da parte di gente che non vuole rinunciare a coltivare il proprio orticello. Le baby gang sono invece un fenomeno diverso, di diseguaglianza sociale, da interpretarsi in modo specifico”.

La mamma del diciassettenne Arturo aggredito da una baby gang, Maria Luisa Imperatore, sta conducendo in prima linea una battaglia civile e sociale, che sta suscitando sentimenti contrastanti nell’opinione pubblica. Viene accusata di presenzialismo. Condivide?

Maria Luisa Imperatore è una donna colta, intelligente e sensibile dal punto di vista sociale. Non è una persona da poco ma al contrario di alto profilo. Non è affatto presenzialista. La chiamano perché lei è in grado di interpretare il fenomeno da certi punti di vista e, correttamente lo fa a richiesta, non si sottrae per raccontare quello che è accaduto al figlio. Il presenzialismo è un’altra cosa, è l’imposizione di se stessi per farsi pubblicità. Maria Luisa non ha prodotti da vendere: semplicemente esprime la sua opinione. È una bellissima persona, lei propone l’esempio di come si può reagire di fronte a queste vicende, anche per far riflettere su ciò che sta accadendo.

In un’intervista, lei ha detto che la cifra del commissario Ricciardi è la compassione, “un’osservazione partecipata del dolore costante in cui certe categorie sociali sono costrette a vivere”. Come si muoverebbe il suo personaggio nel sentimento di odio e rancore del Paese descritto per esempio da Giuseppe De Rita e su quale il Cnf ha lanciato una campagna?

Io ho sempre grandi difficoltà a mescolare la finzione con la realtà. Oggi l’odio è un fatto palpabile, che resiste perfino all’evidenza scientifica. Si parla di razze, è assolutamente terribile che si dia voce e che ci siano dei candidati che portano avanti discussioni razziali. Io sono dell’opinione che bisogna intervenire in maniera istituzionale. Un Paese civile non lascia a gente simile la rappresentanza politica e istituzionale e istituzionale.

È giusto dire che l’Italia è diventata un Paese razzista?

No questo no. Che ci siano derive violente sì. L’Italia è un Paese geograficamente lungo ed è un Paese recente, l’Unità d’Italia è molto recente. Siamo un Paese giovane e molto diverso anche da un punto di vista morfologico e geografico. Ospita purtroppo e per fortuna delle grandi diversità, anche di pensiero. Ma ci sono delle terribili opinioni. Non è un Paese razzista ma può diventarlo.

Quanto è giusto considerare Napoli metafora dell’Italia?

Non mi convince. Umberto Eco diceva che l’Italia senza Napoli non sarebbe la stessa e viceversa. Napoli è il capoluogo, la capitale di una enorme area povera: allo stesso tempo siccome risulta in fondo alle classifiche per la qualità della vita su basi economiche, ha problematiche enormi e difficili ma ha anche una grande vivacità culturale. Napoli dunque fa storia a sé.

Lei recentemente ha detto che c’è bisogno di una nuova narrazione della città, c’è chi la racconta in maniera entusiastica e chi invece in maniera più pessimistica.

Nessuno deve raccontare Napoli. Non mancano narratori per raccontare Napoli. Si raccontano storie ambientate a Napoli che trattengono al proprio interno atmosfere incredibili, non è materia dei narratori. Nessuno deve avere la presunzione – e di questo sono convinto – di raccontare la Napoli giusta, la Napoli vera. Come se ci fosse la Napoli vera e quella falsa, come se ci fossero due città. Non sta ai narratori ma ai sociologi, ai politici, analizzare, spiegare, tirare le somme di un racconto estremamente diversificato.

Non crede però che ci sia una maggiore diffusione di comportamenti illegali, senza regole?

No. Penso di poter dire che Napoli, rispetto al passato anche recente, stia messa decisamente meglio. I cantieri si vanno chiudendo, le aree urbane migliorano, il territorio è decisamente più tutelato grazie al capillare lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura. Ovviamente può e deve ancora migliorare, deve sicuramente assumere atteggiamenti responsabili, da parte di tutti, senza aspettarsi interventi sempre esterni per rimettere a posto la città. Noi dobbiamo cominciare a farlo e Napoli ha iniziato a farlo.

È una città molto stratificata socialmente, lei diceva, visibile anche in un solo palazzo dove coesistono più classi sociali. Cosa significa questo?

Napoli è molto povera, una realtà di 3 milioni e più di abitanti, compresa la provincia, naturalmente risente di ampie aree di territorio in cui lo Stato è poco presente, in cui il dominio dello Stato è delegato alle organizzazioni criminali. Questa è una situazione molto antica risalente a fatti storici ben precisi. Già pensare alla risoluzione di questo già sarebbe straordinario, già porsi il problema, di intervenire e risolvere questo sarebbe utile. Recentemente sono stato all’inaugurazione di una grande biblioteca a Scampia, in una scuola abbandonata dove prima si spacciava droga, in questo luogo vi posso garantire che ho sentito una energia fantastica. Queste cose stanno succedendo sempre più frequentemente, non tener conto e pensare che sia irreparabile è assurdo. Le energie che si stanno mobilitando sono veramente importanti e

molto po-siti- ve.

Dietro il fenomeno delle baby gang cosa c’è’? È solo il sintomo di un degrado sociale oppure rappresenta qualcosa di più grave?

C’è una grande rabbia sociale. Non confondiamo però le “stese” con le baby gang che vanno interpretate e discusse in maniera diversa. Le “stese” sono un fenomeno camorristico preciso, una forma di governo del territorio che viene ristabilito e consolidato da nuovi clan in alcune parti della città, e dunque vanno stroncate dall’antimafia, dalla magistratura, dalle forze dell’ordine in maniera decisa. Per quanto riguarda invece le baby gang, si tratta di una forma rabbia sociale che proviene dalle diseguaglianze che ci sono in molti quartieri della città e che, purtroppo, si manifestano mediante un atto di violenza nei confronti di un altro ragazzo più fortunato. Insomma un urlo di rabbia. Vanno interpretati differentemente. Anche se sono apparentemente riferibili ad una classe sociale e ad una unica età, in realtà sono fenomeni diversi.

Lei ha detto che i romanzi gialli “non ricevono mai premi eppure sono in tutte le classifiche”. È una denuncia o solo una constatazione?

Non accedono ai grandi premi letterari, come lo Strega o il Campiello, ma solo a quelli dedicati ai premi di romanzi gialli.

Appunto: perché?

Succede che la critica letteraria ritiene che i romanzi gialli siano letteratura di serie B, dedicata all’intrattenimento. Noi abbiamo accesso a grandi masse di pubblico e questo non lo cambierei mai.

Scrivere è fare cultura, sempre. Secondo lei a cosa serve la cultura, qual è il suo compito oggi? E dov’è che ne siamo maggiormente carenti?

Scrivere non ha un compito, è narrativa, se avesse un compito sarebbe una censura, un bavaglio a chi non dovesse avere a un’etica. La narrativa deve far viaggiare la fantasia e basta.

La diffusione della lettura, e di un maggiore livello di innalzamento del tasso di lettura, può essere un deterrente in alcune realtà?

Ma è un effetto, non una causa. Non credo ci siano compiti da attribuire, la letteratura è un deterrente, che da questo possa derivare la voglia di sognare è l’effetto non la causa”.

Recentemente ha annunciato che il prossimo anno smetterà di scrivere: si è esaurita la vena? E se il Napoli dovesse vincere lo scudetto, visto che è così tifoso, ci ripenserebbe?

Non si è esaurita nessuna vena, anzi ho molte più storie da raccontare di quanto si creda. Quello che voglio fare è chiudere le serie di Ricciardi fra due romanzi e quella dei Bastardi fra tre. Dunque ne mancano ancora 5. Ho esaurito le energie di scrivere due serie. E la vittoria del Napoli, è un’altra cosa ancora, spero mi dia materia per scrivere tanto altro.

Nell’occasione dei festeggiamenti per gli 80 anni dell’editore Tullio Pironti, Gli abbiamo chiesto quale regalo lo avesse reso felice. Lui rispose – nell’intervista su Il Dubbio – che avrebbe desiderato che De Giovanni, De Silva, Perrella pubblicassero con un editore napoletano, insomma con la sua casa editrice. “Forse sono poco credibile – disse – mi considerano sempre un ex scugnizzo? Eppure ho pubblicato tanti autori anche stranieri… ”. Cosa risponde?

Tullio Pironti è meraviglioso. È un gigante della cultura editoriale e della città al quale dobbiamo la massima gratitudine, il massimo della considerazione e un affetto enorme. Non è questo il problema. Purtroppo l’editoria napoletana dedica strumenti finanziari non adeguati a un certo tipo di distribuzione. Non è un problema di Tullio ma di tutti. In Campania non abbiamo una grande distribuzione a livello nazionale ed è un problema che paghiamo tutti. Per quanto riguarda me, sarei onorato e felicissimo di pubblicare con lui: purtroppo ci sono dei professionisti, degli agenti che si occupano di questo e non sempre è possibile fare quello che sarebbe bellissimo fare. Io ho scritto, qualche tempo fa, che avrei volentieri dato un mio libro a un editore napoletano che arrivasse almeno fino al 50% del contratto, ma purtroppo fino adesso non ho avuto nessun contatto.

 

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