Giustizia 7 Feb 2018 13:04 CET

L’indagine parallela per depistare quella vera, in manette finisce il pm

Secondo gli inquirenti a capo del comitato d’affari corruttivi ci sarebbe l’avvocato di Augusta, Piero Amara

In gergo lo chiamavano il «metodo Longo», per il codice penale è corruzione in atti giudiziari. Questa è solo una delle accuse – insieme a frode fiscale e associazione per delinquere e falso – per le quali sono finite in carcere quindici persone, tra le quali l’avvocato Piero Amara, il suo collega di studio Giuseppe Calafiore, alcuni imprenditori, un giornalista e il giudice Giancarlo Longo, già sostituto procuratore di Siracusa e trasferito a Napoli dal Csm. Indagato ma non arrestato, invece, è l’ex giudice del Consiglio di Stato ora in pensione, Riccardo Virgilio. L’operazione, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata congiuntamente dalle procure di Roma e Messina muove un’accusa pesantissima, che getta ombre fatte di depistaggi per intorbidare o spiare procedimenti penali e condizionare le sentenze dei giudici amministrativi. Una vera e propria rete di poteri paralleli, incistati anche nell’autorità giudiziaria, al servizio di interessi privati. E, a capo del comitato d’affari corruttivi, ci sarebbe il quarantottenne avvocato di Augusta Piero Amara, coadiuvato nei suoi interessi illeciti da una fitta rete fatta di altri professionisti, magistrati e imprenditori.

IL «METODO LONGO»

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il «metodo Longo» si articolava in tre sistemi: la creazione di fascicoli “specchio”, che il magistrato si autoassegnava con lo scopo di «monitorare ulteriori fascicoli d’indagine assegnati ad altri colleghi» e di interesse per i clienti dello studio di Amara e Calafiore, legittimando così la richiesta di copia degli atti; fascicoli “minaccia”, in cui venivano iscritti «con chiara finalità concussiva, soggetti ostili agli interessi di alcuni clienti» e fascicoli “sponda”, creati «al solo scopo di creare una mera legittimazione formale al conferimento di incarichi di consulenza, il cui reale scopo era servire gli interessi di Calafiore e Amara». Un sistema per delinquere rodato tra gli avvocati e il magistrato, il quale è stato “ripagato” delle sue attività di inquinamento delle procedure giudiziarie con 88 mila euro in contanti più il prezzo di vacanze offerte a lui e a tutta la sua famiglia a Dubai e un capodanno a Caserta. Non solo, dalle risultanze della richiesta di misura cautelare in carcere, emerge anche che Longo si sarebbe adoperato per consentire ad aziende e clienti difesi da Amara di aggiudicarsi contenziosi amministrativi del valore complessivo di centinaia di milioni di euro davanti al Tar Sicilia.

ENI

Proprio lo stratagemma del fascicolo “specchio” sarebbe stato usato da Longo, all’epoca pm a Siracusa, per conoscere le risultanze dell’indagine della Procura di Milano contro l’amministratore delegato di Eni e cliente di Amara, Claudio Descalzi ( rinviato a giudizio per una tangente da 1,3 miliardi di euro per lo sfruttamento di un giacimento petrolifero in Nigeria). In questo caso – hanno ricostruito i magistrati – l’avvocato Amara avrebbe fatto presentare alla procura di Siracusa un amico che denunciò di essere stato vittima di un tentativo di sequestro da parte di due nigeriani, a suo dire interessati ad avere notizie di un complotto internazionale ai danni di Descalzi, ordito dai servizi segreti nigeriani e da non meglio definiti ambienti finanziari italiani. Longo, a quel punto, fu legittimato ad aprire un fascicolo (” specchio”, appunto), che gli permise di chiedere e scambiare informazioni sull’indagine a carico di Descalzi con il collega della Procura di Milano. Nonostante i vertici di Eni si siano affrettati a prendere le distanze dall’indagine e dal «complotto costruito ai danni dei propri vertici aziendali», la Guardia di Finanza ha perquisito ieri l’abitazione e gli uffici di Roma e Milano del manager Eni, Massimo Mantovani. Secondo l’accusa, Mantovani ( direttore legale di Eni all’epoca dei fatti) sarebbe stato il promotore dell’associazione a delinquere che avrebbe «concordato e posto in essere un vero e proprio depistaggio attraverso esposti anonimi alle procure di Trani e Siracusa nel 2015 e 2016».

400 MILIONI

Secondo la Procura di Roma, anche l’ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, farebbe parte della rete per delinquere. L’ex magistrato amministrativo, indagato per corruzione in atti giudiziari ma non sottoposto a misura cautelare in carcere, avrebbe infatti “aggiustato” tre sentenze, in favore di alcuni clienti dello studio Amara, i quali avrebbero così ottenuto il via libera a un appalto per 388 milioni di euro. A dare forma all’indagine e all’individuazione di Virgilio è stata l’analisi dei flussi finanziari di alcuni imprenditori ( uno dei quali finito agli arresti). Così la procura ha scoperto che il primo gennaio del 2016 era stata depositata in Svizzera una somma di denaro pari a 751mila euro non dichiarati al fisco, riconducibili a Virgilio e poi spostati a una società maltese legata ad Amara e Calafiore.

Oltre che dai flussi finanziari, l’indagine intorno al cerchio magico di Amara si è stretta graze ad un esposto firmato da 8 degli 11 sostituti della procura di Siracusa nei confronti del collega Longo il quale, allertato della presenza di microspie della Guardia di Finanza nel suo ufficio, è stato ripreso nell’atto di cercarle per neutralizzare le indagini. Così – si legge nella misura cautelare in carcere a suo carico – Longo avrebbe «utilizzato per anni la discrezionalità amministrativa che l’ordinamento affida a un pubblico ufficiale per curare interessi di parte. Per denaro, il magistrato ha mercificato il potere giudiziario per favorire altri sodali, sviando l’azione giudiziaria dall’unico fine che è quello di accertare la verità processuale». Intanto, l’indagine potrebbe non fermarsi alle 15 misure di custodia cautelare spiccate ieri, aggiungendo nuovi nomi alla lista degli indagati.

 

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