Commenti & Analisi 28 Jan 2018 07:48 CET

Un governo M5s con appoggio esterno? È la vecchia solidarietà nazionale

Nel ’78 fu possibile perché Dc e Pci rappresentavano la due principali culture politiche di massa. Oggi non è più così.

Nel giro delle ultime settimane una straordinaria quantità di personalità straordinaria pure per qualità – è stata contattata dal “premier in pectore” dei Cinquestelle Luigi Di Maio. “Cosa serve all’Italia, farebbe il ministro, quali provvedimenti inserirebbe in un programma di governo”, sono state le domande. Apparso ai suoi vari interlocutori molto determinato, e anche preoccupato, Di Maio ha mostrato un attivismo che ha un senso preciso: non farsi trovare impreparato all’indomani delle elezioni dal Capo dello Stato ( con cui pure è stato tessuto un buon rapporto, pronubo il ruolo sin qui esercitato di vicepresidente della Camera), qualora i risultati delle urne dessero i pentastellati come primo partito. Non solo perché l’esperienza della Raggi insegna, ma perché presentarsi con un ventaglio di possibili ministri supercompetenti ( di quelli che potrebbero stare in un governo da riserve della Repubblica, per capirci) sarebbe come trovarsi già a metà del guado. A quel che risulta, al momento non ci sarebbero dei sí nel carniere di Di Maio: sono pubblici i no dei magistrati Davigo e Gratteri; sul fronte degli esperti in economia Marianna Mazzuccato e Carlo Cottarelli hanno negato ogni interesse, e così via. Ma naturalmente, altra cosa forse sarebbe se alcune di quelle personalità ricevessero una chiamata direttamente dalle stanze in cui poi sarà in gestazione il governo…

Tuttavia, se traccia della campagna acquisti portata avanti con incontri diretti e vere e proprie riunioni resterà poi nel programma, quel che rischia di rimanere il vero iceberger per il candidato di Avellino è la politica.

Un governo, per non esser solo un insieme di competenze e mutarsi in comunità capace di dare una prospettiva organica e di legislatura al Paese, ha bisogno di essere sostenuto dalla politica. La fiducia parlamentare è proprio la traduzione istituzionale di questa condizione che normalmente viene considerata come un requisito minimo, quantitativo. Ma che invece è necessità qualitativa per garantire non solo stabilità ma efficacia all’azione di governo.

E invece sempre, e ancora ieri, Luigi Di Maio ripete il mantra grillino, “non cercheremo alleanze, chiederemo solo il sostegno ai nostri provvedimenti”. Forse Di Maio non lo sa, o forse lo sa ma non vuole riferimenti alla politica “tradizionale” ( e dunque alla politica vera), ma il precedente è quello della solidarietà nazionale del 1978. Nella vulgata corrente essa richiama l’idea di Grande Coalizione, ma è invece tutt’altra cosa: perché l’esperienza italiana si fondava non sull’alleanza basata su un programma tra due grandi partiti di avversa cultura, ma sull’astensione parlamentare di uno dei due.

La politica della “non sfiducia” che il Pci guidato da Enrico Berlinguer aveva accettato di perseguire, senza entrare né al governo né in maggioranza con la Dc, e comunque al fine di evitare al Paese il vuoto istituzionale in un periodo di aspra crisi economica, politica e sociale, fu elaborata e contrattata da Berlinguer con Aldo Moro a partire dal 1977 e fino all’agguato delle Br culminato poi nell’assassinio del leader Dc, attraversando anche tutti i passaggi di partito ( inizialmente il Pci discusse addirittura della possibilità di far parte di un gabinetto Moro, cosa per la quale non esistevano tuttavia le pre- condizioni).

Passaggi che ricordiamo per dire che quell’esperienza, al di là delle evidenti differenze di contesto e anche di caratura dei protagonisti rispetto ad oggi, fu possibile perché il partito che accettava di reggere il proprio governo sulla non sfiducia, e il partito che garantiva l’astensione in Parlamento, erano comunque solidi e solidificate espressioni delle due principali culture politiche di massa, eredi diretti dei protagonisti che avevano letteralmente edificato la Repubblica dopo il crollo del fascismo. C’era insomma, dietro la debolezza di quella formula emergenziale, tutta la forza della politica dell’epoca, e il peso che ancora le veniva dalla storia.

Oggi, credere di poter fondare un governo sulla non sfiducia delle altre forze politiche – tutte inedite, tutte nate come per partenogenesi partitica dopo il crollo di sistema avvenuto con Tangentopoli – significa solo proporre un governo di minoranza, ovvero un governo che raccoglie un consenso parlamentare a geometria variabile a seconda dei provvedimenti. Un governo che, per i tempi in cui viviamo, non può che avere vita limitata e grama. Un governo di transizione verso nuove elezioni per il quale, peraltro, sembra essere già solidamente in campo un presidente del Consiglio collaudato, Paolo Gentiloni.

 

 

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