Giustizia 18 Jan 2018 12:15 CET

Praticante cacciata dall’aula perché porta il velo

Il presidente del Cnf Mascherin: «La norma citata dal magistrato non limita la libertà di culto: ha sbagliato, che non si ripeta». Solidarietà dell’Ordine di Bologna e Aiga

Asmae non è alla sua prima udienza. È praticante avvocata presso l’ufficio legale di un’importante università, quella di Modena e Reggio Emilia. Si presenta nell’aula del Tar dell’Emilia Romagna, davanti al presidente della seconda sezione Giancarlo Mozzarelli, con il velo, come sempre: è di origini marocchine e di fede musulmana. Il giudice neppure lo nomina, il velo: «Se non se lo toglie dovrà lasciare l’udienza». La giovane resta di sasso. Esce, un attimo fuori scoppia in lacrime. «Non mi era mai successo». L’episodio non passa inosservato. Neppure ai vertici del Consiglio di Stato: il presidente Alessandro Pajno, poche ore dopo, comunica in una nota di aver chiesto allo stesso Mozzarelli «una relazione circostanziata sull’accaduto ai fini di una compiuta valutazione dei fatti». Pajno presiede anche il Consiglio della giustizia amministrativa.

Ed è dunque anche titolare dell’azione disciplinare nei confronti di consiglieri di Stato e giudici dei Tar. Esemplare, dignitosa e determinata la reazione della giovane praticante. Asmae Belfakir ha 25 anni ed è una ragazza brillante: vive in Italia praticamente da neonata, dove suo padre si è trasferito dal sud del Marocco. Maturità col massimo dei voti, laureata con lode in Giurisprudenza, tesi in inglese, non è un caso che abbia avuto la possibilità di fare pratica in un ufficio legale importante. «Doveva essere un’udienza come le altre, il 5 dicembre ce n’era stata un’altra con lo stesso giudice e non mi aveva detto nulla». Stavolta invece Mozzarelli le ha fatto trovare appiccicato alla Camera di Consiglio un cartellino stampato alla peggio con la citazione dell’articolo 129 del Codice di procedura civile, che come faranno notare poche ore dopo il Cnf e l’Ordine di Bologna non è neppure applicabile al processo amministrativo. «Mi sono rifiutata di togliere il velo. Nel mio caso, con il volto scoperto, l’identificazione era immediata e non c’erano rischi per la sicurezza». A raccogliere l’amarezza della dottoressa Belfakir è l’agenzia Agi, che è anche la prima a dare la notizia del caso. «Quandi si è rivolto a me il magistrato», spiega la giovane, «non ha parlato di norme: mentre lasciavo l’aula ha detto che si tratta del rispetto della nostra cultura e delle nostre tradizioni. Eppure l’aula di un tribunale dovrebbe essere laica, rispondere ai dettami della legge e a null’altro».

Il comportamento di Mozzarelli lascia aperti diversi interrogativi proprio perché la legge non lo autorizzava a espellere Asmae dall’udienza. Lo fa notare il presidente del Cnf Andrea Mascherin secondo cui «il magistrato ha sbagliato sia dal punto di vista giuridico, facendo riferimento a una norma comportamentale tesa a garantire il rispetto della funzione giurisdizionale che certamente non può essere inciso dal velo inteso come simbolo religioso o culturale, sia soprattutto per la mancata applicazione della norma forse principale per qualsiasi giudice, quella del buonsenso che mai deve mancare». Mascherin auspica che «iniziative così maldestre non abbiano a ripetersi nel mondo della giurisdizione, primo strumento di democrazia in un Paese civile». Nel proprio comunicato, l’Ordine forense di Bologna ricorda che sulla possibilità di assistere a un’udienza con il capo coperto convivono norme contrastanti, ma che quella richiamata nel foglietto affisso da Mozzarelli cita «è prevista unicamente per il processo civile, non anche per il processo amministrativo» e che oltretutto il Csm aveva approvato nel 2012 una delibera, in seguito a un caso analogo verificatosi a Torino, con cui raccomandava di garantire «il pieno rispetto di quelle condotte che – senza recare turbamento al regolare svolgimento dell’udienza – costituiscono legittimo esercizio del diritto di professare la propria religione, anche uniformandosi ai precetti che riguardano l’abbigliamento ed altri segni esteriori». In ogni caso gli avvocati del capoluogo emiliano, dove ha sede il Tar, denunciano l’episodio «come illegittimo, gravemente discriminatorio, limitativo dell’esercizio professionale nonché lesivo della dignità del singolo professionista e dell’intera comunità forense». Sdegno condiviso dalla sezione bolognese dell’Associazione italiana giovani avvocati, che per voce del presidente Paolo Rossi esprime «solidarietà e pieno sostegno» alla collega e definisce l’atteggiamento del giudice «inconcepibile e in contrasto con i principi costituzionali». A sua volta il presidente nazionale dell’Aiga Alberto Vermiglio chiede che «sia garantita la libertà ai giovani di esercitare la professione forense, nel pieno rispetto delle normative esistenti per l’accesso alle aule di giustizia e dei principi costituzionalmente garantiti».

Che il fatto susciti indignazione e sconcerto tra gli avvocati lo testimonia la stessa Belfakir: dopo essere stata costretta a lasciare l’aula, racconta, «almeno quattro persone, di cui tre donne, si sono avvicinate per consolarmi: questo mi ha rincuorata molto perché ho capito che si è trattato di un episodio isolato. Molti mi hanno lasciato i loro biglietti da visita e si sono detti pronti a difendermi in tutte le sedi». Aggiunge di voler portare avanti «una campagna culturale per fare in modo che le ragazze come me non debbano scontrarsi con questi muri ogni giorno. Oggi», dice, «sono stata privata non solo di un diritto ma anche del mio dovere di praticante avvocato di seguire cosa succedeva in aula. Mi chiedo: se un giorno dovessi diventare avvocato o giudice, dovrò sempre difendere prima me stessa e poi i miei clienti?».

 

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