Esteri 13 Jan 2018 11:16 CET

Il razzismo strisciante di Donald Trump

Quella sui paesi africani definiti “cessi”, è solo l’ultima gaffe del presidente americano

“Perché negli Stati Uniti dobbiamo avere tutta questa gente che arriva da questo cesso di Paesi?”. Le dichiarazioni del presidente Donald Trump hanno indignato il mondo ma probabilmente non hanno affatto sorpreso chi lo conosce. Dai suoi primi interessi imprenditoriali alle illazioni sulla cittadinanza non statunitense di Barack Obama, dalla campagna elettorale con i “messicani stupratori”, fino al bando sugli ingressi da Paesi a maggioranza islamica: il razzismo attraversa da sempre la vita e carriera del presidente degli Stati Uniti.

Nel 1973, quando l’allora 27enne Donald Trump era presidente della Trump Management Corporation, che possedeva oltre 14.000 appartamenti a Brooklyn, Queens e Staten Islan, il dipartimento di Giustizia di Richard Nixon fece causa alla sua famiglia perché si rifiutata di affittare a gente di colore.

Negli anni Ottanta, il miliardario spostò i suoi interessi ai casino. L’ex presidente del Trump Plaza Casino, John 0’Donnell, ha raccontato in un libro come Trump non volesse che venissero assunte persone di colore. Un altro suo ex dipendente ha raccontato che i lavoratori di colore venivano nascosti quando Trump e la prima moglie Ivana visitavano i casinò. E sembra che nel 1985 abbia pagato 85.000 per uno spazio pubblicitario su cinque giornali di New York per reclamare il ripristino della pena di morte nello Stato newyorkese. Ad ispirarlo fu l’arresto di cinque teenager accusati di aver violentato una donna che faceva jogging a Central Park. I ragazzi vennero poi scagionati nel 2002, dopo la confessione del vero stupratore.

Nel 2011 Trump ha lanciato una campagna andata avanti praticamente per un anno, sostenendo che l’ex presidente Barack Obama non era nato alle Hawaii, e dunque negli Usa, bensì in Kenya, costringendo l’inquilino della Casa Bianca a pubblicare il suo certificato di nascita per mettere fine alla querelle.

Oltre a promettere il muro al confine con il Messico, il presidente Trump, durante l’ultima campagna elettorale, ha accusato i messicani di essere degli “stupratori”. Poi, come primo atto della sua amministrazione, ha varato il ‘Muslim ban’, ovvero il bando all’ingresso in Usa di cittadini provenienti da Paesi a maggioranza islamica.

Durante le proteste contro il corteo suprematista di Charlottesville, in Virginia, Trump si è rifiutato di condannare esplicitamente l’estrema destra. Una donna è morta, investita da un’auto volutamente piombata sugli antirazzisti che manifestavano. Trump parò  di “gente per bene” da entrambe le parti.

E dopo le ultime dichiarazioni contro Haiti e alcuni Stati africani definiti “cesso di Paesi” l’Unione Africana (Ua), l’organizzazione che rappresenta i 55 Stati del continente, pretende le scuse dal presidente . “L’Unione Africana intende esprimere la sua rabbia, la sua delusione e indignazione per questo sfortunato commento fatto dal presidente Donald Trump. Sono affermazioni che disonorano il celebrato credo americano e il rispetto per la diversità e la dignità umana”, ha dichiarato la rappresentanza dell’Unione Africana presso la Nazioni Unite, dopo una riunione d’emergenza sulle parole di Trump. Gli ambasciatori africani hanno espresso “preoccupazione per la costante e crescente tendenza dell’amministrazione Usa a denigrare il continente africano e le persone di colore” e hanno condannato “le indegne, razziste e xenofobe affermazioni del presidente degli Stati Uniti” reclamando “che vengano ritrattate e delle scuse”.

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