Cultura 3 Jan 2018 13:52 CET

La chitarra è morta! Lunga vita alla musica…

La crisi irreversibile dei grandi produttori (Fender, Gibson) segna il declino di uno strumento mitico che ha fatto la storia del rock (e non solo). Fatale è stato l’avvento della musica elettronica

L’agenzia di rating Moody’s ha rivisto in negativo il giudizio su Guitar center, la più grande catena di strumenti musicali del mondo e, secondo il reporter del Washington Post Geoff Edgers, la vendita di chitarre quest’anno è calata di quasi un terzo. Fender e Gibson, i due giganti del settore, da anni vedono diminuire fatturati e margini di guadagno.

In un episodio di fine anni ‘ 90 de i Simpson, Homer scandalizzato dai gusti musicali dei figli e ancor di più dal fatto che non conoscessero i Grand Funk Railroad e che definissero “jurassica” la loro musica in confronto a quella dei loro idoli, sentenzia triste un laconico: «Tutti sanno che il rock ha raggiunto la perfezione nel ‘ 74». Anche se può sembrare ingeneroso escludere i Pink Floyd di The wall, o negare una patente di rock ai Van Halen e tutto il rock della costa orientale, nonché la New Wave of British Heavy Metal degli Iron Maiden, Tigers of Pan Tang, Judas Priest, Def Leopard ecc., il sottoscritto, non me vogliano coloro che amano il grunge, sostanzialmente è d’accordo con omer Simpson.

Dall’apparizione dei distorsori digitali prodotti dagli anni ‘ 80 che hanno reso possibile l’avvento di una musica quello che all’epoca si chiamava Trash Metal e il cui suono sarà poi reso celebre e sdoganato nel pop, cosa che solo pochi anni prima a molti sarebbe parsa sacrilega, dai Metallica il percorso evolutivo del rock sia terminato.

Dopo è stata solo commistione con altri generi vedasi i Red Hot Chili Peppers o i meno famosi, ma più creativi Primus o i Mister Bungle solo per citare i primi che vengono in mente o reiterazione di forme già codificate come appunto il grunge ( genere di cui non ho mai compreso la novità e le peculiarità della cifra stilistica), ma comunque la si pensi i dati economici non lasciano adito a interpretazioni: c’è sempre meno gente che si compra una chitarra e quando lo fa è orientata su segmenti di produzioni economiche.

L’ascesa della chitarra cominciò in sordina negli anni ‘ 30 quando nelle orchestre swing era uno strumento con funzioni prevalentemente ritmiche e in cui veniva sovrastata dai fiati e dalla batteria. All’inizio si cercò di ovviare mettendo un microfono collegato a un amplificatore, ma era un sistema difficile da gestire a causa dei ripetuti effetti Larssen ( qui fischi che si sentono quando per esempio un microfono viene puntato sulle casse).

Il primo tentativo di ovviare a questo problema fu Alfred Rickenbacker che realizzò il primo pick up magnetico che riprendeva i movimenti della corda e li traduceva in un segnale elettrico. Di lì a breve fu un proliferare di soluzioni per ottimiz- zare le possibilità di usare le chitarra in veste solista e appena la tecnologia lo consentì salirono alla ribalta i primi eroi dello strumento, su tutti Charlie Christian dell’orchestra di Benny Goodmann. Ma la vera svolta avvenne quando la Gibson presentò la solid body, ovvero una chitarra senza cassa armonica. A breve fu seguita dalla Fender che da prima ebbe la geniale intuizione di produrre i suoi modelli separatamente i manici dal corpo e successivamente di avvitarli, riducen- do di gran lunga le spese di produzione. Il progresso del linguaggio musicale molto spesso deriva dalle invenzioni di nuovi strumenti: nel corso della vita artistica di Bach i clarinetti erano agli albori della loro storia, lui prova anche alcuni pianoforti, ma comunque questi due strumenti non faranno mai parte della sua poetica, mentre avranno un ruolo importante per le generazioni di compositori successive. Non è fuori luogo pensare che il pianoforte avrà un ruolo centrale per il passaggio dallo stile polifonico in cui tutte le voci hanno uguale importanza, a quello omofonico in cui il canto è affidato ad una singola voce accompagnata dalle altre che poi caratterizzerà tutta la musica dai figli di Bach, fino ai nostri giorni.

Dopo i fasti dello swing e la furia del Be bop, con il favore della critica che intravedeva le capacità espressive degli straordinari protagonisti di quegli anni e la possibilità di rinverdire i fasti delle avanguardie europee di inizio secolo, il linguaggio della musica nera andava complicandosi. L’importanza del tema e della melodia diminuiva a favore della lunghezza degli assoli di quegli straordinari compositori istantanei, ma veniva meno la possibilità di danzare o anche solo di memorizzare un motivo.

E come quando il pubblico man mano abbandonò i compositori di musica “seria” che fino pochi anni prima muoveva passioni brucianti ( basti ricordare il risorgimentale Viva Verdi o il fatto che alla prima della Sacre du printemps a Parigi il pubblico si prese a sediate tra sostenitori e avversari di quel nuovo suono) per altre forme, tra cui per l’appunto lo swing in cui comunque era la canzone e non la visione del compositore a farla da padrona, anche in questo caso la soluzione, ovvero un linguaggio più semplice e di facile presa, arrivò imprevista.

La chitarra elettrificata che non creava effetti Larsen, diede la possibilità a nuovi artisti del calibro di Chuck Berry, Bo Didley, Muddy Waters ecc. di scardinare dal basso la musica nera. Ma una rivoluzione ancora più grande era dietro l’angolo. Nel 1951 Leo Fender per ovviare ai problemi acustici del contrabbasso, ma anche a quelli di ingombro e di trasporto nonché alla difficoltà suonarlo, inventa un nuovo strumento. E’ un contrabbasso ridotto alle dimensioni poco più grandi di una chitarra a cui lui applica le “barrette di precisione”, i tasti, così da farlo essere intonato senza bisogno della pratica decennale necessaria con il suo progenitore. Da qui il nome “precision bass”, anche se nei dischi anni 50 non è raro nei credits dei dischi trovarlo denominato come Fender bass. Il basso elettrico anche se meno in vista contribuisce in maniera forse anche maggiore della solid body alla definizione del suono rock. Il rock sarebbe stato tale o qualcosa di molto simile, anche usando le chitarre semi acustiche, su tutti basti ricordare Alvin Lee, il chitarrista dei Ten Years After che per anni fu considerato il più veloce di tutti. Più difficile è immaginare il suono degli Who, dei Beatles o dei Rolling Stone sostenuto nelle loro fondamenta da un contrabbasso.

Jimi Hendrix tra i tanti meriti accumulati nella sua breve carriera, ebbe anche quello di capire che per il suono di un chitarrista, oltre la chitarra ( ben inteso, anche le mani e il modo di pensare) è fondamentale anche l’amplificatore. Infatti mentre prima era abitudine usare gli amplificatori che venivano dati nel posto in cui si andava a suonare, Hendrix capisce che la distorsione che tirano fuori gli amplificatori Marshall è assolutamente indispensabile per dar voce alle sue idee.

Da lì in poi fu tutto un rapido proliferare di giovani che con poche nozioni musicali, ma forza comunicativa da vendere che impongono la loro visione prima a discografici della generazione precedente, poi a tutto il mondo. Il rock ha avuto il suo percorso creativo in cui la scena fu dominata a fasi alterne da musicisti con una tecnica strumentale e compositiva pazzesca ( King Crimson, Genesis ecc.) oppure da sciamani elettrici che riportavano al centro dell’attenzione l’energia primordiale dei pionieri (New York Dolls, Ramones, Sex Pistols, ma anche Bruce Springsteen ecc.). Poi, anche se a grandi livelli commercialmente è ancora vivo, a prescindere da come la pensi sia Homer Simpson sia il sottoscritto, è indubbio che il rock abbia perso la sua spinta creativa.

A cavallo tra gli ‘ 80 e i ‘ 90 si affacciò un suono nuovo, essenziale e brutale al tempo stesso. Non prevedeva l’uso di strumentisti di sorta e non aveva la genialità di pionieri dell’elettronica tipo Kraftwork. Noi giovani musicisti in divenire che traevamo linfa e nozioni dagli strumentisti eravamo scandalizzati. Secondo noi l’unica maniera per accettare quel frastuono era imbottirsi di extasy e andare ai rave party. Invece quella fu l’inizio della nuova rivoluzione, in cui una serie di compositori hanno la possibilità di creare qualcosa di coerente con ancora meno nozioni musicali di un Chuck Berry o un Sid Vicious di sorta.

Da circa vent’anni la quasi totalità dei singoli in rotazione su qualsiasi radio e della musica che ascoltano gli adolescenti è prodotta, anche nei rari casi che preveda l’utilizzo di musicisti, con i computer. Il suono si è raffinato, si può tranquillamente ascoltare senza prendere pasticche. E per i nostri figli è questo il suono della loro contemporaneità.

Le vendite delle chitarre languono, ma quelle dell’elettronica musicale non sono mai state così floride. Quasi chiunque può produrre musica con computer, tablet e quant’altro. Certo non saranno tutti grandi artisti, ma a parità di condizioni un avvocato che vent’anni fa si comprava una chitarra elettrica per suonare con gli amici non è che diventasse automaticamente Jimmy Page. Oggi lo stesso individuo grazie a un Ipad è in grado di “finire” un prodotto magari non professionale, ma sicuramente godibile in un’analoga serata tra amici.

È inutile continuare a lamentarsi del fatto che la musica odierna sia peggiore di quella passata perché «fatta dai computer». In fondo che cosa avranno pensato i chitarristi jazz ancorati alla tradizione e alla fame atavica che accompagnava la loro ortodossia, mentre gli Stones abitavano in sontuose ville in Costa Azzurra per i proventi di un riff banale come quello di I can’t get no satisfaction?

Il mondo andrà avanti e verrà comunque prodotta musica buona e musica orribile. Sul piano sociale l’elettrificazione degli strumenti in breve tempo divenne il veicolo per l’unica rivoluzione ( forse perché a costo zero) del ‘ 900 che abbia avuto successo: quella sessuale. Quella digitale a vent’anni dagli esordi non è dato sapere cosa ci porterà.

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