Politica 30 Dec 2017 10:09 CET

Due paletti: il Colle e Gentiloni

L’ANALISI

Insomma si è capito che il premier si cucirà addosso la divisa di Paolo il Tranquillo e resterà al timone del governo in attesa di capire che succede. E che lassù sul Colle, Sergio il Cauto eserciterà le sue prerogative per troncare e sopire, spargendo la felpatezza di cui abbonda. Si muoverà in senso «conservativo», mormora Massimo D’Alema. Il Colle, il premier e due paletti per lo slalom del dopo voto

E tocca agli altri capire se è un sussurro di quelli che danno speranza o che invece ghiacciano il cuore: per chi se lo ricorda, Mattarella è stato vicepremier e poi ministro della Difesa nei governi D’Alema uno e bis. Dunque si conoscono, e anche bene.

Procediamo. Se il quadro è questo, diciamo che la prossima legislatura – al netto dei rapporti di forza tra partiti e schieramenti che stabiliranno gli italiani con il loro voto e che rimane la cosa più importante sarà un zigzagante slalom tra due paletti ben piantatati sul tracciato: niente maggioranza e niente voto bis.

Procediamo con ordine. Punto primo, niente maggioranza. Lo dicono tutti, alcuni con compiacimento altri con terrore, compulsando sondaggi e simulazioni territoriali: nessun partito e neppure alcuna coalizione di quelle che si presenteranno alle urne otterrà i numeri necessari per governare da sola. Il centrodestra unito è lo schieramento generalmente ritenuto più vicino a carpire il frutto proibito della maggioranza assoluta o comunque a toccare, forse persino superare, la soglia del 40 per cento dei consensi: uno sforzo notevole che chissà se poi basterà. L’M5S solitario si ferma al 30 per cento e anche qualcosa meno; sul Pd meglio stendere un velo, e alzi la mano chi crede sul serio che l’intesa col drappello centrista guidata da Beatrice Lorenzin possa rovesciare i pronostici negativi.

La verità è che la legge Rosato e i meccanismi che sottende rappresentano una primizia assoluta. E’ un sistema che non è mai stato testato e che, di conseguenza, è adatto a produrre sorprese. Partiti e movimenti si muovono a tentoni: allo stato non è artificioso dire che come davvero si articolerà il prossimo Parlamento non lo sa nessuno. Per cui: niente maggioranza. O almeno niente maggioranza definita che scaturisca dai risultati elettorali. Tuttavia per dare vita ad un nuovo governo servono numeri certi e quel tipo di soglia è indispensabile. Come se ne esce?

Punto secondo, niente voto bis. L’idea che Matterella risciolga le Camere dopo aver verificato che nessuno è in grado di governare e rimandi gli italiani ai seggi per la seconda volta nel 2018, ha lasciato fiorire vaste e corpose leggende metropolitane. Peccato che siano pure inesorabilmente farlocche. Due campagne elettorali nello stesso anno sono una prova che schianterebbe un elefante: figuriamoci i gracili partiti del sistema politico italiano. Senza dimenticare – anche qui al netto dei pericoli e degli spettri tipo Weimar che una tale eventualità suscita – che rivotare è un rischio per tutti: sia per chi ha raccolto messe ( si fa per dire) di consensi, sia per chi ha superato a fatica la soglia di sbarramento. L’elettorato è volubile, guai a sfidarlo. Presumibilmente l’unica certezza del rivoto riguarderebbe la tracimazione degli astenuti: eventualità non auspicabile.

E poi c’è l’argomento principe, quello che giustifica il riferimento al Lìder Maximo di cui sopra. Se le legge elettorale ed il suo mix di proporzionale- maggioritario non producono maggioranze certe, bissare l’esibizione a pochi mesi di distanza non farebbe altro che riproporre il medesimo scenario di ingovernabilità, magari addirittura ingigantito. E allora anche qui: come se ne esce?

D’Alema dice che nell’ambito di una legislatura, la prossima, di tipo «costituente» (?) non c’è altra strada che cambiare di nuovo ( e dai…) la legge elettorale. Un amo già gettato poche settimane fa da Walter Veltroni. Per entrambi i dioscuri dell’ex Pci, la soluzione è il sistema uninominale maggioritario. «Con un premio di governabilità», aggiunge D’Alema. Che peraltro c’era già nell’Italicum affondato dal referendum del 4 dicembre e dalla Corte Costituzionale.

Ma è realistico – aggettivo usato pochi giorni fa dal capo dello Stato per spiegare come a suo avviso dovrebbe essere il registro della campagna elettorale – immaginare l’adozione di una riforma elettorale che condurrebbe di nuovo ad un bipolarismo nel momento in cui i poli sono tre? E quale sarebbe quello cui dire: prego, è di troppo, si faccia da parte? Con quali voti in Parlamento, con quali intese?

Niente da fare, si torna al punto di prima. Anzi, allo slalom: niente maggioranza; niente voto bis. Bel rompicapo. Sicuramente qualcuno è pronto a saltare su per sostenere: nessun problema, tutto a posto tranquilli, c’è Gentiloni e il suo «governo che governa». Vero. Vero anche, tuttavia, che le situazioni emergenziali ( come sarebbe il proseguimento dell’azione dell’attuale premier) sono molto forti all’inizio ma poi scemano di intensità e convinzione. Dopo marzo, se lo scenario politico risulterà confuso e indistinto, non c’è dubbio che il presidente del Consiglio agirà al riparo della difficoltà di trovare soluzioni sostitutive. Ma poi? Andando avanti nei mesi, la forza propulsiva di quello che comunque resterebbe un equilibrio del passato, della legislatura trascorsa e dei numeri parlamentari precedenti, inevitabilmente scemerebbe. Lo slalom no, quello invece proseguirebbe. Tanto il traguardo non c’è. E se c’è, qualcuno lo sposterà in avanti.

 

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