Cultura 22 Dec 2017 15:11 CET

Quella notte che impiccarono Babbo Natale…

Superstizione pagana, icona del benessere consumista, ma anche castigamatti e maschera proletaria. Malgrado i suoi mille nemici (nel 1951 venne addirittura giustiziato in una chiesa di Digione!) il mito di Santa Claus resiste e splende più luminoso che mai

Babbo Natale giustiziato sulla pubblica piazza!

È successo davvero, domenica 23 dicembre del 1951. L’hanno impiccato all’inferriata del Duomo di Digione e poi l’hanno arso sul sagrato, ad assistere al supplizio 250 bambini, chiamati a raccolta dalla diocesi locale assieme a una folla di parrocchiani invasati. «Abbiamo bruciato Babbo Natale, lo abbiamo sacrificato in olocausto. Non è un evento spettacolare ma un atto simbolico. La sua menzogna non risveglia nei piccoli nessun sentimento religioso e non può essere educativa. Per i cristiani il Natale resta la ricorrenza che celebra la nascita del Salvatore», recitava il comunicato congiunto delle chiese cattoliche e protestanti della Borgogna.

La macabra esecuzione del fantoccio di Santa Claus, al di là dei suoi risvolti pittoreschi, suscitò la viva curiosità di uno studioso già all’epoca molto noto: Claude Levi-Strauss. Il padre dell’antropologia strutturale, che due anni prima aveva pubblicato Les Structures élémentaires de la parenté, rimase davvero colpito dalla veemenza della messa in scena, tanto che quella rappresentazione fanatica gli ispirò la scrittura di Père Noel Suplicié. Si tratta di un saggio breve in cui recupera la radice pagana di un culto che da una parte sembra uscito dai Saturnali dell’antica Roma e dall’altra assolve una centrale funzione di scambio presente in ogni società organizzata, una «transazione onerosa» in cui i vivi regolano i conti con i morti attraverso una profferta di doni.

Proprio come facevano gli spiriti dei defunti venerati dagli indiani Pueblo del New Mexico, i katchina , personaggi mascherati portatori di regali ai bambini del villaggio per lenire il dolore del trapasso. Per l’antropologo francese, «appartengono alla stessa famiglia di Babbo Natale, dell’Orco, dell’Uomo nero e del Castigamatti». Lo stesso discorso, seppur in chiave rivoltata, vale per la più moderna festa di Halloween, dove sono direttamente i morti a bussare alle nostre porte di casa per ricevere un piccolo dono che addolcisca il loro simbolico passaggio a miglior vita. Il fatto che sia una festa d’importazione americana è soltanto un dettaglio. Ma non a caso la Chiesa ha più volte liquidato come «nefaste superstizioni» le zucche illuminate nel buio, gli zombie grondanti di sangue ( finto) e i maghetti che affollano come sciami la notte delle streghe.

Se l’intruso pagano è detestato dagli integralisti cristiani, non gode certo di miglior fama tra gli intellettuali laici “di sinistra” che in lui vedono un’icona deleteria della società del consumo e quindi un simbolo da combattere. Nessuno sospetta che l’odio per Babbo Natale sia la reazione a una paura atavica, una paura che precede la nostra civiltà e che, in qualche modo, le attraversa tutte quante. Con un’ambiguità di fondo che lo rende indecifrabile, una specie di divinità ibrida e quindi ancora più inquietante: «Si chiama “Babbo” ed è un vegliardo, incarnando l’aspetto bonario di una remota autorità. Tutto molto chiaro. Ma in quale categoria ordinarlo, dal punto di vista religioso? Non è un essere mitico, poiché non c’è mito che renda conto della sua origine e delle sue funzioni; e non è nemmeno un personaggio di leggenda, poiché non è collegato a nessun racconto semistorico. Di fatto, questo essere soprannaturale e immutabile eternamente codificato nella forma, e definito da una funzione esclusiva e a una periodica ricomparsa, appartiene piuttosto alla famiglia delle divinità. Del resto, gli è riservato un culto da parte dell’infanzia, in una precisa epoca dell’anno, sotto forma di lettere e preghiere. Premia i buoni e punisce i cattivi. E’ la divinità di una classe d‘ età del nostro mondo ( una classe che la credenza in Babbo Natale basta a definire), e l’unica differenza tra Babbo Natale e una divinità autentica è che gli adulti non credono in lui, benché incoraggino i propri figli a prestarvi fede e ne alimentino la leggenda», conclude Levi-Strauss.

Eppure, nonostante i suoi mille detrattori, lui resiste inossidabile nel tempo, capace di scrollarsi dalle spalle le cattiverie dei nemici come si fa con un mucchietto di neve appena fresca, di addattarsi ai cambiamenti sociali e culturali e di eccitare a mano a mano la fantasia delle nuove generazioni. È così che lo abbiamo addomesticato e integrato nella comunità.

Annunciato da un trillo leggero di campanellini verso la mezzanotte la silhouette scivolerà giù dai tetti, per i lucernari e lungo i camini, tra sospiri di bimbi, occhi sgranati, soffici fiocchi di neve, fragranze domestiche e buoni sentimenti. Più di ogni altra cosa Babbo Natale ci ricorda che il nostro mondo è ancora qui, rotondo, rassicurante e uguale a se stesso. Con i suoi rituali mielosi, le sue mitologie di paccottiglia, i suoi ingenui tributi alla normalità. Con le renne e la slitta, il pellicciotto di montone, la giubba rossa e i sacchi gonfi di regali. Santa Claus, l’anti- apocalittico per antonomasia, quel vecchio signore che gli snob e gli annoiati accusano da mezzo secolo di ogni nefandezza, dipinto come uno che ruba l’anima ai nostri figli, un malefico traviatore della gioventù. Allegoria orwelliana del totalitarismo consumista che si addentra nel cuore di panna dei focolari per corrompere e traviare la gioventù.

Addirittura un colonizzatore dell’immaginario collettivo, cavallo di Troia del capitalismo made in Usa che nel tempo lo ha fatto diventare l’on-nipre-sente testimo-nial della Coca Cola.

Che poi, a guardarlo da vicino, e senza dover far proprie le sofisticate intuizioni di Levi- Strauss Babbo Natale non è mai stato un tipo tranquillizzante. Al contrario: un brivido corre lungo la schiena dei piccoli quando sentono i passi frusciare nel soggiorno e provano a carpirne l’ombra sbirciando da dietro la porta. A debita distanza però, perché, come gli orchi delle favole, Santa Claus e la sua cera scarlatta smuovono inquietudini e smarrimenti annidati nell’inconscio.

Avete presente quei bambini costretti dai genitori a farsi una foto con il Babbo Natale di turno? Li puoi vedere nei centri commerciali che piangono terrorizzati tra le braccia di figuranti sgraziati, sopraffatti dall’abbraccio di un beniamino bolso che dovrebbe rimanere nell’ombra, racchiuso unicamente nelle sue rappresentazioni stilizzate o nelle rarefatte fantasie dell’infanzia. Un pupazzo rubicondo e bonario che fa l’occhiolino dai cartoncini delle feste, un buonuomo che sorvola i comignoli delle case con la slitta volante in una scia di aromi muschiati.

E invece no! Babbo Natale non è solo un’astrazione metafisica. Come nel dogma della trinità cristiana, Santa Claus possiede una forte dimensione “incarnata” e un’intensa vita mondana, vive e lotta insieme a noi, rumina nel fango e digrigna i denti  nelle notti glaciali d’inverno. Ed ecco le catene di piccoli Santa Claus arrampicati come edere per le ringhiere disadorne delle case popolari, contrappunto sgualcito di un’esistenza ai margini del benessere. Ecco ancora le riproduzioni dozzinali offerte a pochi centesimi nei bazar di cianfrusaglie dei commercianti asiatici. Oppure un costume sgualcito che riposa sul termosifone di un monolocale di periferia, in attesa del prossimo umiliante turno di lavoro. Il beniamino più amato dai nostri figlioli, capace di sfornare nella sua fabbrica segreta miliardi di scintillanti regali per i piccoli di tutto il mondo si trasforma così in una patetica immagine della precarietà lavorativa. Specialmente in tempi di crisi il rovesciamento stride come un unghiata sull’ardesia: il simbolo di abbondanza e regalìe diventa l’allegoria triste dell’impoverimento collettivo. Ma non bisogna farne un dramma: c’è una logica in questa nemesi.

Ogni anno durante le festività centinaia di migliaia di poveri cristi si travestono da Babbo Natale per svoltare una paga da fame, esibendosi agli angoli delle strade o davanti ai negozi stipati di compratori, uomini dalle barbe posticce e ammuffite che si cimentano in un’improbabile cacofonia di cornamuse.

A volte barcollano intontiti dal freddo e dai cicchetti consumati nei peggiori bar della città. Altri ancora, in un estremo esercizio di trasfigurazione, come veri e propri “babbi bastardi” nascondono il mitra sotto lo sgargiante costume per dedicarsi al crimine puro; basta spulciare le cronache dei giornali per farsene un’idea: nel mondo occidentale il costume di Santa Claus è il più impiegato per compiere rapine in banca, per svaligiare gli uffici postali o realizzare semplici furti negli appartamenti di vecchiette tremebonde che mentre ti offrono il tè si fanno svuotare il comodino con l’argenteria di famiglia.

Ma è proprio questo lato oscuro della luce, questa nemesi terrena che rende “umanissimo” il mito di Babbo Natale, un’ornamento allo stesso tempo fantastico e iper- realistico, ipersonificazione paffuta della civiltà del benessere, ma anche una vivida e sofferente maschera proletaria, qualcosa che allo stesso tempo ci rassicura e che ci spaventa. Un po’ come la vita.