Commenti & Analisi 21 Dec 2017 10:59 CET

Saranno le professioni a salvare la politica?

Il caso Boschi ci dice con sicurezza una cosa: la politica è sempre più debole, sempre più subalterna ai grandi poteri esterni. In questa crisi c’è un ruolo per le professioni? Possono le professioni portare il proprio punto di vista, la propria idea di società e di Stato, nell’interesse generale?

La politica in Italia è sempre più debole. È una macchina intimidita dagli attacchi che riceve dall’esterno e dalla scarsissima stima che ha in se stessa. Il caso-Boschi lo dimostra. Ci fa vedere un esercito ben compatto delle opposizioni ( di una parte delle opposizioni) spalleggiate dai grandi giornali e da alcune televisioni, che da settimane e settimane sembrano non aver nient’altro da dire se non ripetere la litania: «Boschi ha interferito, Boschi ha interferito». Lei si difende, dice di non aver fatto nessuna pressione. Pare che sia così. Anche Ghizzoni ha detto che lei gli chiese di Etruria ma non fece pressioni. Però la sua difesa cade nel vuoto, anche perché il sistema dei media non lascia margini alla difesa. Del fatto che la clamorosa crisi delle banche non dipenda sicuramente dalla Boschi ma dal comportamento famelico di gran parte dell’imprenditoria e della finanza italiana, non gliene frega niente a nessuno.

La commissione di inchiesta che dovrebbe cercare di capire come sono sparite molte decine di miliardi sembra interessata solo a capire le vicende della minuscola Banca Etruria. Il comportamento degli editori, per esempio, lascia allibiti. Possibile che un gruppo editoriale che ha prosciugato Il Monte dei Paschi, facendo sparire mezzo miliardo o forse anche di più, invece di rendere conto dei propri comportamenti accaparratori, sia candidamente indignato per i 1500 euro della Boschi ( che oltretutto li ha persi?). La politica è alla mercé dei poteri forti. Della Finanza, della magistratura, dell’editoria. Non sembra più in grado di reagire, di difendersi, di pretendere il proprio diritto a stabilire i temi e i campi della lotta politica.

È di fronte a questo vuoto che torna a porsi il tema del ruolo della società civile. Solo che fino ad oggi il tema della società civile è stato messo sul tavolo solo come argomento di propaganda. Un trucco per far credere alla gente che i partiti si avvicinavano al popolo. Non erano più casta, non erano più chiusi nel proprio circolo. Così è nata l’idea che bastasse sostituire un politico di professione con un dilettante della politica e tutto sarebbe andato meglio. A ogni livello. Non solo nella formazione dei gruppi parlamentari ( vedi il processo di selezione della classe dirigente dei 5 Stelle, che vanno, più o meno, a sorteggio) ma anche a livelli molto alti. Non solo niente è andato meglio ma tutto è andato peggio. La domanda è: può invece la società civile entrare nella battaglia politica non per una generica rivendicazione populista, ma per portare una sua visione della società e la sua forza organizzata?

L’alleanza che è nata nei giorni scorsi tra avvocati, notai e commercialisti, che hanno costituito una associazione unitaria, della quale oggi parla sul nostro giornale il dottor Massimo Miani, presidente dei commercialisti, è un tentativo di rispondere a questa domanda. L’obiettivo che si pone questa alleanza è quello di aprire delle battaglie politiche specifiche, portando le proprie competenze dentro queste battaglie, senza limitarsi semplicemente alla difesa dei propri interessi, ma ponendo il tema dell’applicazione dei propri punti di vista nell’organizzazione della società.

Su che piano? Innanzitutto sul piano dei diritti. Dei diritti di ogni tipo: personali, giuridici, fiscali, sociali economici. Nella convinzione che una giusta affermazione delle regole e dei diritti debba essere il fondamento di una società davvero moderna.

La crisi economica che negli ultimi dieci anni ha squassato l’Italia e l’Europa ci ha fatto capire una cosa molto semplice: il mercato, da solo, non è una garanzia di sviluppo, né di libertà, né di benessere. Il mercato da solo non ce la fa, e per di più crea ingiustizie. E d’altra parte la soluzione certamente non è quella di abolire il mercato. Perché invece il mercato – regolato, governato – è indispensabile. Proprio qui, nel punto in cui coincidono queste due affermazioni, dovrebbe farsi trovare la politica. La quale è chiamata, paradossalmente – proprio nel momento di sua massima debolezza – ad un compito molto più alto di quello che ha assunto in passato: tocca a lei assumere la direzione della società e dello Stato, in modo diretto e autorevole, nel momento in cui si capisce che né i mercatisti puri né gli antimercatisti hanno in mano la soluzione del problema. E invece la politica si è presentata impreparatissima a questo appuntamento.

Possono le professioni, liberandosi di vecchi paraocchi corporativi, assumere un ruolo di supporto in un frangente come questo? Possono porsi l’obiettivo di essere loro a rianimare la politica, guidando il ceto medio a uscire da un atteggiamento subalterno e rassegnato di protesta populista, e ad assumere un compito dirigente, e cioè a pretendere di diventare parte costitutiva di una nuova classe dirigente che prenda in mano le sorti del paese?

La sfida è a quest’altezza. Gli ultimi avvenimenti, compresa la battaglia vinta, in Parlamento, per ottenere l’equo compenso per i professionisti, ci danno delle buone speranze.

Noi del Dubbio in questa battaglia ci vogliamo stare. Pensiamo di poter dare una mano. Come? Mettendo insieme l’impegno per supplire alla crisi del giornalismo ( della quale abbiamo parlato tante volte) all’impegno per costringere la politica a uscire dai suoi timori tremebondi, accettare l’alleanza con le professioni, accettare la battaglia contro i poteri forti che oggi la stanno dominando e l’hanno ridotta a un ruolo servile.

 

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