Carcere 17 Dec 2017 12:23 CET

Il calvario di Marco Bondavalli tra celle, ospedali e perizie

Condannato a 10 anni: è affetto da dumping syndrome

Sono peggiorate le condizioni di salute di Marco Bondavalli, 40 anni, condannato definitivamente a 10 anni per un cumulo di pene per truffa. La sua patologia, la dumping syndrome, una sindrome debilitante che crea sudorazione, aumento dell’appetito, debolezza, fino a provocare lo svenimento, non gli dà via di scampo. Deve conviverci e può solo monitorarla attraverso una dieta ben specifica ( importante per evitare infezioni all’intestino che possono essere letali) e cure che il carcere non può dare. Come se non bastasse, ha i reni compromessi e deve utilizzare il catetere. A questo si aggiungono le continue infezioni dovute a un virus che lo portano spesso a stati febbrili. La notte ha difficoltà a dormire. Anche i medici del carcere in cui si trova attualmente sono preoccupati. Ora è ristretto nel penitenziario di Forlì e viene monitorato costantemente, anche la direttrice lo va a trovare spesso. Gli operatori penitenziari lo assistono, gli stanno vicino, c’è una preoccupazione costante. Katia, la sorella di Bondavalli, è preoccupata, l’ultima volta che è andata a fargli visita con la madre si era impressionata. «Non riusciva più ad alzarsi da solo – spiega la sorella – e in pochi giorni era dimagrito di altri 9 kg». L’unico rimedio è andare a casa, dove può avere la possibilità di fare una dieta adatta, di ricevere medicine giuste, di essere assistito. «I medici mi hanno detto – spiega ancora la sorella al Dubbio – che di certo non guarirà e comunque sia rischierà la dialisi. A casa può avere la possibilità di ritardarla, ma non di evitarla». La decisione però spetta al tribunale di sorveglianza che ha rinviato più volte il verdetto. L’ultima volta i magistrati hanno rinviato l’udienza, perché non hanno ritenuto sufficiente la perizia del medico del carcere, ma ne hanno disposto una del perito del tribunale. Una perizia che è stata fatta solo qualche settimana fa ed entro 60 giorni il perito dovrà depositare la relazione. La data della prossima udienza è quindi ancora incerta. Il tempo scorre e Marco Bondavalli è allo stremo, ha una si- fisica precaria che si somma anche a quella psichica. Non chiede di essere liberato, ma di andare ai domiciliari per stare vicino a sua moglie e suo figlio. Solo a casa può essere seguito meglio, ricevere le cure giuste e l’alimentazione specifica per la sua patologia.

Ripercorriamo brevemente la sua storia clinica. Bondavalli ha subito due interventi allo stomaco alcuni anni prima di essere arrestato. A causa di una complicanza delle operazioni, ha contratto la dumping syndrome. Quando era entrato nel carcere bolognese a luglio dello scorso anno, la sua malattia – secondo quanto denuncia la sorella del detenuto -, non era stata presa sul serio e dopo sei lunghi mesi, trascorsi con un catetere fisso e continue infezioni e svenimenti, era arrivato al punto di non riuscire più ad alzarsi dal letto della sua cella. A quel punto, il 9 febbraio di que- st’anno, lo hanno ricoverato di urgenza in ospedale. Gli hanno diagnosticato una grave infezione giunta fino ai reni, mancanza di vitamine e una alimentazione poco appropriata. È rimasto lì per due mesi e mezzo, secondo i medici avrebbe dovuto subire un intervento e hanno consigliato di farlo operare dallo stesso specialista che l’aveva operato in precedenza all’ospedale di Reggio Emilia. A quel punto i familiari sono riusciti a farlo trasferire, il 19 aprile, nell’azienda ospedaliera reggiana. Il primario però non poteva operarlo subito perché i suoi valori erano ancora di molto oltre i limiti. Nel frattuazione tempo, il 25 maggio, viene colto da uno choc settico, tanto da mettere in allarme i dottori che temevano non superasse la notte. Infatti – come si legge nel referto redatto dal dottor Stefano Bonilauri – Marco Bondavalli era stato trasferito presso il reparto di rianimazione. Dopo due giorni lo hanno dimesso e ritrasferito presso il reparto malattie infettive. Però la febbre continuava ad alzarsi e, effettuati vari esami, i medici hanno scoperto che aveva un virus contro il quale non è stata ancora trovata una terapia efficace. Nonostante ciò, il 28 luglio scorso, lo hanno dimesso e riportato in carcere a Bologna, ma la struttura penitenziaria non è dotata di un centro clinico ma sono di una sorveglianza medica h24.

Eppure, sempre dal referto del dottor Bonilauri, viene confermato che Marco Bondavalli è affetto da disfagia e dumping syndrome post intervento e da un quadro infettivo da osservare e monitorare tramite trattamenti infettivologici. Il dottore si è inoltre raccomandato che il detenuto mangi correttamente, altrimenti si potrebbero creare infezioni all’intestino tali da essere letali. Nel frattempo l’udienza era stata fissata per il 31 ottobre scorso. Ma, come già detto, è stata poi rinviata a data da destinarsi, perché manca la perizia medico – legale. Marco Bondavalli dal carcere di Bologna è stato poi trasferito – ne aveva fatto richiesta per stare più vicino alla famiglia che vive a Ravenna – a quello di Forlì dove, almeno, viene monitorato più attentamente. Il resto della storia la conosciamo. Rischia la dialisi, può solo ritardarla stando ai domiciliari dove potrà ricevere cure più adeguate. Il diritto alla salute, in teoria, deve prevalere sulla condanna alla detenzione. La certezza della pena dovrebbe combaciare con la certezza del diritto. Un concetto ribadito ultimamente anche dal Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma, durante la conferenza stampa di mercoledìscorso indetta dal Partito Radicale sul caso Dell’Utri e per tutti gli altri detenuti che non si possono curare in carcere. «La pena è certa – aveva spiegato il Garante -, ma l’esecuzione penale deve essere elastica».

 

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