Interviste 17 Dec 2017 12:38 CET

Bentivogli: «Non temo le minacce ma questo odio uccide la democrazia»

«Mi scrivono “servo dei padroni, devi morire” e “ti gambizziamo”. C’è una saldatura pericolosa tra populismo ed estremismo ideologico. Oggi questo fa notizia e condiziona fino ad occultare il buon senso»

Dopo mesi di avvertimenti, intimidazioni e minacce di morte, al segretario generale della Fim, Marco Bentivogli è stata assegnata la scorta. Una decisione grave presa dalla Prefettura, dopo che il leader delle tute blu della Cisl è finito nel mirino degli attacchi a causa delle posizioni espresse in particolare sull’Ilva, la Fiat e, da ultimo, sul progetto di alternanza scuola lavoro. Bentivogli, però, non si fa intimorire dai messaggi anonimi e analizza la realtà che ha generato questa deriva violenta: «Abbiamo fallito il nostro ruolo educativo, tutti. La sinistra ideologica, in particolare quella incardinata nel mondo dell’informazione, ha tirato la volata a neofascisti e razzisti». Non risparmia l’informazione che «fa a gara a chi la spara più grossa» e lancia la sfida: «Facciamo notizia con le buone notizie».

Segretario, che tipo di minacce ha ricevuto e da quanto vanno avanti?

Il ventaglio è ampio, da «servo di Renzi e dei padroni devi morire» a «ti gambizziamo e ti mettiamo a testa in giù» a «europeista amico dei negri devi morire», «sei complice di chi ha ucciso i bambini a Taranto», «sei per il lavoro gratis degli studenti in alternanza scuola lavoro, devi morire», insomma un repertorio che fa capire una saldatura preoccupante. Tra il digitale e il cartaceo negli ultimi mesi c’è stato un crescendo. Non ho alcuna paura, mi dispiace di dare queste notizie alla mia famiglia e ho subito rassicurato i nostri attivisti in fabbrica, siamo di gran lunga più forti. Non ho mai avuto paura di queste cose e non inizierò ora.

Quello del lavoro è a tornato ad essere un fronte così incandescente e divisivo?

Magari fosse “divisivo”, di idee diverse in campo c’è ne è un gran bisogno per trovare una strada comune. La verità è che della questione lavoro non interessa a nessuno ed è tuttavia un terreno di scontro tutto ideologico tra propaganda e opposizione, in un quadro di incompetenza totale. Non solo, quando un ex presidente del Consiglio dice che «Cisl e Uil si sono venduti per un piatto di lenticchie nei recenti provvedimenti sulle pensioni», un presidente di regione paragona la Tap ad Auschwitz e accusa me e Calenda di essere complici di chi uccide i bambini del quartiere Tamburi di Taranto, tutto è più chiaro. Sono saltati tutti i freni.

Lei ha dichiarato che «Il clima di rancore e odio sta coltivando il germe di una violenza diffusa a cui occorre mettere argine». Come si può mettere argine a quest’odio?

Beh, molto dipende da voi, se il mondo dell’informazione invece di esaltare l’irresponsabilità provocata dal narcisismo senile di molti politici facessero più informazione, non assisteremmo alla gara a chi la spara più grossa.

Che cosa scatena, secondo lei, il linguaggio d’odio volto a intimidire?

Se non facesse notizia l’odio sarebbe derubricato e ridicolizzato. Oggi si fanno i titoli con l’inverosimile. Questo condiziona il sentire comune al punto di occultare il buonsenso. Enrico Berlinguer non avrebbe mai parlato come Massimo D’Alema e allora i giornalisti lo avrebbero trattato come un caso da osteria da vino cattivo. Michele Emiliano cavalca l’ILVA ma, se al quartiere Tamburi è arrivato dietro a Matteo Renzi, significa che le persone sono migliori dei gruppi dirigenti politici.

Gli anni Settanta furono anni di dure contestazioni sindacali e molti sindacalisti vennero messi sotto scorta. Anche suo padre, sindacalista come lei, subì minacce? Stiamo tornando a quegli anni o il clima è comunque diverso?

Oggi si assiste ad una saldatura pericolosa tra il fanatismo populista e l’estremismo ideologico di destra e di sinistra. Sentire che Stefano Delle Chiaie ( ex Msi e Avanguardia Nazionale ndr) si occupi in prima persona della saldatura tra frange di Forza Nuova e la Lega e che gli la sinistra estrema romana ha votato la Raggi fa capire lo sbando e il delirio che tiene insieme vecchie e nuove generazioni di sbandati. C’è una diversità paradossale, dopo l’assassinio di Guido Rossa, la contiguità col movimento iniziò a vacillare e con essa la popolarità della lotta armata. Oggi cosa accadrebbe? Senza sostegno esplicito di piazza ma qualsiasi persona esposta del sindacato, della politica colpita raccoglierebbe un consenso gastrico di odio impensabile negli anni Settanta. Abbiamo fallito il nostro ruolo educativo, tutti. La sinistra ideologica, in particolare quella incardinata nel mondo dell’informazione ha tirato la volata a neofascisti e razzisti.

Le minacce da lei ricevute sono anonime. Si possono però individuare dei responsabili morali di questa deriva? Alcuni quotidiani e anche politici rivendicano quotidianamente il diritto a odiare, almeno con le parole.

Va spezzato il meccanismo: paura, odio, voto populista. La scuola funziona sempre meno, sono sparite le agenzie educative, le nostre parole sono sempre più afone. La troppa prudenza ci ha imposto neutralità nel parlare di valori. E altri valori disgreganti hanno fatto breccia.

E’ la società, secondo lei, a doversi attivare contro l’odio e autoregolarsi oppure è necessario un intervento legislativo?

Quando personalità importanti parlano come dei teppistelli bisognerebbe ridicolizzarli e non dargli spazio. Per 3 voti in più, qualche copia di giornale, qualche click, mezzo punto di auditel, si sta dando volano al degrado. Non lo perdoneremo mai a chi se ne rende complice. Che mondo si lascia a chi viene dopo di noi?

Che ruolo possono avere gli attori sociali come i sindacati?

Bisogna ritornare ad essere luoghi generativi, dove ognuno bussa alla porta non contro qualcuno, ma per dire la sua e dare il proprio contributo all’interno di uno scambio contributivo sostenibile che offra protagonismo. Non a caso Trump dice «I’m your voice» e la Fim dice «Add your voice». Bisogna sapere che non esiste neutralità ne relativismo sui valori e che oggi è più che mai una dimensione positiva e comunitaria della società ma che al contempo c’è un mondo che sta cambiando, dal basso, le 400 buone pratiche di lavoro libero creativo, partecipativo e solidale delle settimane sociali di Cagliari. Facciamo notizia con le buone notizie: assicuro che sono contagiose come le cattive ma cambiano, in meglio, il mondo.