diritti 5 Dec 2017 16:23 CET

La miniera ti uccide e proteggersi è vietato

Bolivia, nell’antico ventre d’argento del giacimento di Potosì, un inferno in terra dove il diritto a lavorare in sicurezza è impossibile

Siglo XX, miniera di Potosì

La terra è una spugna asciutta, l’aria secca, si respira a fatica. Bambini con sguardi da vecchi, donne rinsecchite, ombre scivolano lungo i muri.  Oltre i resti di un campo da pallone invaso dalle erbacce, si apre la bocca spalancata della miniera.Arrampicate sull’altopiano boliviano di Potosì, a 3.600 metri sul livello del mare, tra baracche e pochi arbusti, vivono 14 mila persone.Minatori sopravvissuti a stento alla chiusura della grande impresa pubblica boliviana di estrazione dell’argento e dello stagno.

Quassù, nell’antico ventre d’argento della Bolivia da dove si continuano a estrarre un centinaio di metalli minori, il diritto a lavorare in sicurezza non esiste. Nemmeno come concetto remoto. Nemmeno come idea vaga, come obiettivo utopico al quale tendere. Non esiste nemmeno il lavoro inteso come attività umana tollerabile, per la verità. Esiste solo la fatica estrema, la condanna a morte della schiavitù senza orari, la tirannia atroce dell’autosfruttamento nascosto dalle cooperative operaie che hanno sostituito le multinazionali nel processo di estrazione.

Le cooperative dovevano essere un modello di autogestione applicata al lavoro più duro del mondo. Invece sono un modello di sfruttamento. Non c’è più mediazione sindacale. C’è solo sulla carta. Si sta peggio, molto peggio che due secoli fa. Nelle nuove cooperative operaie i genitori sfruttano i figli, i mariti sfruttano le mogli. Perché bisogna competere nel mercato internazionale con il prezzo basso del prodotto estratto. E le cooperative hanno minor forza delle vecchie multinazionali che da qui se ne sono andate ormai da decenni lasciando la produzione, non più abbastanza redditizia, alle cooperative delle miniere occupate dagli ex operai. Un inferno.

I bambini sono ovunque. Bambini con i piedi a mollo in un’acqua putrida color cenere. Bambini con le mani nude nell’acido. Bambini appesi a arnesi arrugginiti, giganteschi, pesantissimi. Sono loro la vera forza lavoro della miniera. Sono loro che garantiscono tutte le fasi del processo di separazione del minerale dalla roccia. Navigano nel labirinto buio dentro la montagna senza inciampare, senza cadere, con una dimensione e un tempo distinti, come pipistrelli. Hanno sette, otto, dodici, tredici anni. Qualcuno va a scuola, qualcuno no. Lavorano chi quattro, chi sei, chi nove ore al giorno. Hanno volti scolpiti come pietre. Parlano a voce bassa. Non covano rabbia. Sono stremati.

Dalla fatica e dal vento, che soffia costante e gelido da est.Questa distesa di baracche accatastate l’una sull’altra  è quello che resta dell’antico regno di Potosì, la terra mitica dalle cui viscere uscì l’argento che finanziò la Corona spagnola per tutta l’epoca della colonia. La leggenda racconta che molto tempo prima della conquista, l’indio Huallpa si sia fermato a dormire in una grotta su queste alture. Accese un fuoco e si trovò di fronte a un’enorme vena d’argento illuminata dal riverbero della fiamma sulla parete della montagna.

Non è andata così, ma è vero che sulla ricchezza incalcolabile del sottosuolo di quest’arida regione della Bolivia si è costruita buona parte della potenza della Spagna coloniale.Nel 1560 qui intorno vivevano 160 mila persone. Madrid nella stessa epoca non aveva più di 10 mila abitanti. L’argento di Potosì sembrava infinito. Si calcola che ne sia stata tirata fuori una massa pura pari a 46 mila tonnellate.ù

Tramontata l’epoca dell’argento, cominciò quella dello stagno. Dell’era mitica non c’è più traccia. Dei 700mila abitanti attuali dell’intero altopiano, il 63% vive sotto la soglia della povertà. Finita l’era del colonialismo classico arrivò la Patino mines, industria privata che gestì le miniere fino al 1952. Fu allora che i militari decisero di nazionalizzare le tre grandi compagnie minerarie proprietarie dei due terzi dei giacimenti. Il resto rimase in mani private, frammentato in piccole e medie imprese di estrazione.Nacque così la Comibol, corporazione miniere della Bolivia. E’ durata trentatré anni. Nel 1985 l’ondata di privatizzazioni forzate dell’intero settore pubblico boliviano la polverizzò. Licenziati 30 mila minatori.

Un’odissea di stracci in fuga dall’altopiano verso la Paz, la capitale. Migrazione forzata. Centri urbani scomparsi. Non se ne sono andati tutti. Alcuni sono rimasti. E hanno formato le cooperative minerarie: 526 cooperative in tutto il Paese, raggruppate in una federazione, Fencomin che raggruppa il 77% di tutti i minatori boliviani. I padri costringono i figli a fare turni doppi. Le donne partoriscono e tornano a lavorare in miniera. Un orrore nascosto nel modello ipocrita della famiglia povera, ma buona, in cui tutti si danno un mano per sopravvivere. Nella maggior parte dei casi, tragicamente, non è così. Il modello familaire serve solo a garantire l’assenza di ribellione interna.Roberto, 12 anni, ha le mani deformate dal “quimbalete”.

Serve a trasformare le pietre in polvere. Si tratta di una specie di mezza luna ripiena di cemento e rivestita in ferro. Con due grandi manici alle estremità. Si inclina da una parte e poi dall’altra. Come una giostra. «Lo maneggiamo io e mio fratello mentre papà è dentro la miniera». Una bambina infila le pietre sotto la parte tondeggiante della mezza luna. Ci passano sopra per sei, sette ore. Inclinano verso destra, poi verso sinistra. Così, fino al tramonto. Pesa sessanta, settanta chili. A Roberto gli arriva all’altezza degli occhi. Deve arrampicarsi su un grande sasso per afferrare i manici. Suo fratello è un po’ più alto. Sta dall’altra parte e non parla. Un lampo negli occhi che sembra un sorriso, ogni tanto.«Papà, voy a bublear».

Il “bublear” consiste nel separare il minerale quasi pulito dal resto. L’operazione viene realizzata con un cono di cemento, una cannella in fondo e una piccola pala. A piedi nudi nell’acqua i bambini infilano il materiale processato dentro la cannella, muovono la pala di un moto costante, finché il minerale, più pesante, si separa cadendo in basso. Il resto lo fa  un reattivo chimico in fiale. «Io non ho paura» dice René, tredici anni. Il reattivo brucia la pelle. E’ altamente tossico. Avvelena più lentamente della silicosi, ma è altrettanto letale.Questa antica miniera è lo specchio del fallimento delle cooperative. I minatori producono con metodi arcaici. Senza tecnologie, con attrezzi da museo. E poi vendono a prezzi stracciati, senza nessuna forza di contrattazione, alle imprese private. Si chiamano cooperativisti e in tutto il Paese sono 60mila.

Quando esisteva l’impresa statale, 30 mila addetti, e l’impresa media, altri 30 mila, esistevano lo stesso i cooperativisti, ma erano una minoranza: 8, 10 mila. E’ andata così fino alla metà degli anni Ottanta. Quando sparisce l’industria statale e l’industria privata si frammenta in microimprese, si moltiplicano i cooperativisti.Negli ultimi dieci anni, con i governi di sinistra di Evo Morales, il primo indio al governo di un paese a maggioranza indigena, hanno assunto peso politico, ma ciò non è servito loro a garantirsi dei diritti alla sicurezza nel lavoro. Hanno una grande forza di mobilitazione e agiscono come gruppo di rottura, questo sì. Sono loro che nei momenti decisivi delle innumerevoli insurrezioni boliviane arrivano a la Paz con i candelotti di dinamite.

Quando marciano, i minatori di Potosì si riconoscono da lontano: sono disciplinatissimi.Nell’ottobre 2003, quando la rivolta popolare travolse la presidenza di Sanchez de Lozada e l’esercitò sparò sulla folla uccidendo ottanta persone, arrivarono in carovana a la Paz e parteciparono agli scontri degli ultimi due giorni. Furono determinanti nel braccio di ferro con il governo. Nelle proteste dei primi anni Duemila per la nazionalizzazione del gas sono tornati e hanno accerchiato il Parlamento. Deputati e senatori, per sfuggire alla pressione, hanno convocato una seduta straordinaria a Sucre. E i cooperativisti sono andati fin lì. Incolonnati, a volto coperto, con la dinamite in mano.

Di solito si muovono su rivendicazioni di settore. Chiedono crediti allo Stato e zone di produzione per non essere costretti a occupare le miniere dismesse. Ma in momenti straordinari partecipano alle mobilitazioni convocate o dagli indios aymara di El Alto, il sobborgo più politicizzato di La Paz, o dalle federazioni organizzate dei contadini.ù

La grande impresa della miniera boliviana è sopravvissuta, ma in pochissime piccole aree. Ne è un esempio San Cristobal, il terzo giacimento d’argento più grande del mondo e in assoluto la maggiore riserva di zinco a cielo aperto. E’ in mano alla Apex Siver che da lì ricava una media di 40 mila tonnellate al giorno. Romina ha 13 anni. Bella. Orfana di padre. Tra i bambini della miniera sembra la più miserabile. E’ molto magra. Ha le braccia sottili. Non ce la fa a spostare le pietre, figurarsi a schiacciarle con la mezzaluna di ferro.

All’alba arriva insieme alla madre con cestini di pane e bibite gassate. Sta ferma davanti alla bocca della miniera tutto il giorno. Aspetta che agli uomini venga fame o sete. «Qualche volta escono ubriachi – racconta a occhi bassi – Ci vengono a cercare. Mia madre dice che quando li sento ridere devo solo correre via lontano».