Cronaca 3 Dec 2017 16:17 CET

Ciaravolo: «Ho inventato la storia della finta cintura… Ecco come nascono le fake news»

Si definisce psichiatra di nascita e napoletano di professione, racconta come da oltre trent’anni studia il fenomeno delle fake news

«Vi ricordate le magliette con la cintura di sicurezza stampata sopra vendute a Napoli? Era il 1989 e, a distanza di 28 anni, molti sono ancora convinti che sulle bancarelle di Forcella e della Sanità se ne fossero vendute migliaia. Ebbene, di quelle magliette ne furono prodotte 100, tutte rigorosamente numerate come delle opere d’arte, che oggi sono in bella mostra in molti musei di arte contemporanea. Quello fu un esperimento, uno dei primi esempi di come una fake- news potesse fare il giro del mondo e rimanere impressa nell’immaginario collettivo per sempre». Il creatore di quelle magliette è Claudio Ciaravolo, 65enne psichiatra napoletano che ha iniziato a ideare, realizzare, diffondere fake news e loro derivati e a studiarne gli effetti e le reazioni sulle persone anche a distanza di tempo. Si definisce psichiatra di nascita e napoletano di professione, di religione catodica, creativo a tempo pieno, lavora poco e si diverte molto, viaggia tanto e naviga anche di più. Come psichiatra nel 1977 ha cominciato a utilizzare i messaggi subliminali con i suoi pazienti. Viene per questo considerato l’inventore della terapia subliminale. È stato autore radiofonico e televisivo di tanti programmi di successo. È stato un antesignano di internet con tantissimi siti registrati ( www. magliettadisicurezza. it, www. ariadinapoli. it, www. maruzzella. it, www. s- mail. it, www. souvenair. it) Oggi, vista la sua esperienza nel settore, si definisce “legend buster”. Il suo motto è: “Escogito ergo sum”.

Dottor Ciaravolo, come nasce questa sua vocazione?

Da lontano. Tenga presente che ho avuto un illustre precursore, mio nonno Gennaro. Nell’immediato dopoguerra si inventò un prodot- to sorprendente. Virtuale che più non si poteva, in un momento in cui le merci reali – a cominciare dal cibo – scarseggiavano: l’aria di Napoli. Le sue invenzioni in realtà furono due: oltre a inventare l’aria di Napoli, il nonno si inventò di averla venduta agli americani, che venivano considerati poco svegli, ma avevano i dollari, ed erano pronti a comprare qualsiasi cosa che potesse ricordare loro Napoli. Mio nonno raccontava che aveva accumulato le sue ricchezza in questo modo, ma non era vero ( viveva di rendita, non di vendita) e la gente ci credeva. E forse in tanti sarebbero stati pronti a comprarsela l’aria di Napoli, se davvero nonno Gennaro l’avesse messa in vendita.

Con questo avo così fantasioso, creatore antesignano di fakenews, il passo è stato facile per lei.

Ero un brillante studente di medicina prima e di psichiatria poi e avevo come obiettivo quello di lavorare il meno possibile. Così, riprendendo quell’idea che circolava in famiglia decisi di aprire un “bancariello” ( un banchetto) a Capri per vendere l’aria di Napoli. Poi la cosa si diffuse e, sempre con l’idea di lavorare poco, decisi di vendere i diritti. In quel periodo cominciai a collaborare con psichiatri del calibro di Sergio Piro e di Franco Basaglia, al quale va riconosciuto di essere riuscito, con la legge 180 del 1978, ad avviare una rivoluzione epocale per la malattia mentale. Quindi la mia professione per un periodo della mia vita ha camminato parallelamente alla mia “creattività”. In quel periodo, parliamo della fine degli anni 70, mi definivo un “mental- meccanico”. Da lì comincio a lavorare in Rai negli anni 80, prima alla radio con la trasmissione Al rogo, al rogo, poi in tv. Con il terremoto dell’Irpinia trasformo il programma in una trasmissione di servizio, grazie ai contatti con le radio locali, ma la cosa dà fastidio. Mi “convincono” a fare tv e parte Il pomeriggio di Radiodue. Era una trappola per farmi fuori, ma anche in questo caso mi vengono in aiuto le fakenews, notizie dichiaratamente false che diventano vere. Punto sulla percezione che tutti hanno della napoletanità: geniale, furbo, pronto a trovare il mezzo per aggirare gli ostacoli. Rimetto in campo il “bancariello” con un’idea grottesca e surreale. Questa volta organizzo una raccolta firme, sull’onda radicale dell’epoca, per abrogare la Juventus dal campionato di calcio. Una messinscena perfetta realizzata con un gruppo di collaboratori psichiatri preparati a stimolare le persone, con tanto di notaio falso, il mio amico giornalista Franco Di Mare ( oggi conduttore di Unomattina ndr.), e una troupe televisiva vera con tanto di interviste sull’iniziativa. Anche questa volta è un successo e la notizia si diffonde a macchia d’olio, al punto che l’edizione napoletana di Paese Sera mette le nostre foto in prima pagina con l’effetto che le persone che avevano firmato da una decina di persone diventarono presto migliaia. Mi affretto a smentire la cosa e il giorno dopo pubblicano una pagina intera. E la Rai mi incarica di farne 15 puntate. “Vendo davanti al comune di Napoli la possibilità di chiamare i nascituri “avvocato” “ingegnere” e poi il gettone di ghiaccio per telefonare gratis, il disco orario che cammina ( realizzato davvero in Giappone qualche anno fa) e così via. Su tutto questo ho realizzato non solo dei servizi televisivi, ma anche una tesi di specializzazione. Alla caduta del muro di Berlino ho “venduto” anche le pietre false…

In questi giorni Vittorio Sgarbi si è attribuito l’idea delle magliette con la cintura, riconoscendo a lei un ruolo secondario. Che c’è di vero?

Smentisco calorosamente e clamorosamente la notizia. Con Sgarbi ci siamo conosciuti nel ’ 91, due anni dopo la storia delle magliette brevettate da me. A lui l’idea era piaciuta moltissimo. Era stata costruita tenendo presente tutti gli ingredienti della napoletanità che potessero funzionare per “vendere” la notizia. Il set era a Castel dell’Ovo, con tanto di Vesuvio alle spalle, il motto era “Non stinge, non stringe, non serve, ma finge”. Come capita spesso a Napoli, si fece subito una folla di curiosi che misero in moto un passaparola eccezionale. Il giorno dopo l’edizione serale del Tg1 diede la notizia nei titoli di testa, poi arrivò a ruota il Corriere della Sera e tutti i giornali del mondo la ripresero. Era fatta. Avevo dimostrato ai miei colleghi psichiatri statunitensi la mia teoria: le notizie false si possono costruire a tavolino.

Il suo primo incontro con le fake- news risale a Mike Buongiorno: è così?

Sì. Era l’epoca di Rischiatutto e si diffuse la famosa frase «Lei mi casca sull’uccello…» che Mike Buongiorno avrebbe detto alla signora Longari. Frase mai pronunciata dal presentatore, ma vista la sua fama di gaffeur cominciò a diffondersi al punto che Renzo Arbore, che all’epoca faceva L’altra domenica, la inserì in una sua canzone. Una leggenda metropolitana che – mi raccontava mio padre – girava già da decenni all’Università, riferita alla battuta che faceva un professore di Veterinaria alle sue studentesse. La leggenda metropolitana della signora Longari prese piede al punto che lo stesso Aldo Grasso, fino al 2000, l’ha riportata nella sua enciclopedia della televisione, sostenendo si trattasse dell’uccello di Stravinskij. Io riuscii a contattare Mike Buongiorno, che all’epoca registrava Rischiatutto negli studi Rai di Napoli. A quel tempo stavo facendo una tesi sugli effetti placebo e sui sistemi di credenza implicati in questi meccanismi. Mike si sentì molto glorificato da una tesi di laurea che in qualche modo lo riguardava e mi rivelò, come poi ho verificato rivedendo i filmati, che quella frase non era mai stata pronunciata. Il presentatore aggiunse che “siccome la trasmissione era registrata si poteva tranquillamente togliere e poi la signora Longari si presentava sulla storia romana”, quindi le domande non avrebbero potuto avere niente a che fare con l’ornitologia o la musica. Ma la signora Longari per tutti è caduta sull’uccello.

Quell’episodio fu una svolta per lei.

Cominciai a studiare il meccanismo non tanto per capire perché questa notizia era partita ma, soprattutto, che cosa aveva di particolare da riuscire a reclutare tanti spontanei testimoni falsi. Qual era il vantaggio? Volevo studiarla dal punto di vista medico per scoprirne il “tasso di credibilità”, capire per quali ragioni si potesse trasformare una notizia da falsa a vera. Era importante nella finanza, nella politica, ma anche nel marketing.

Nei programmi televisivi ci sono stati tanti altri episodi?

Dire proprio di sì. Rimanendo sui programmi televisivi c’è la storiella di Piccoli fan, condotta da Sandra Milo. Secondo la leggenda durante la trasmissione tv una bambina avrebbe confessato che lei e il suo piccolo fidanzatino facevano le stesse cose che la sua mamma faceva con lo zio. Il format era francese e, guarda caso, anche Oltralpe girava la storiella di un episodio simile. Ed ancora la storia della Coca Cola che corrode una moneta o un chiodo in pochi giorni. Tutti ci hanno creduto, senza mai verificare. Al Wwf fu attribuito il fatto che lanciava le vipere dagli elicotteri e anche in questo caso ho potuto verificare, essendo Fulco Pratesi, lo storico presidente del Wwf, mio suocero, che non è mai successo nulla di simile. Primo perché le vipere sarebbero morte, poi perché non c’era alcun bisogno di far aumentare le vipere e infine il Wwf non si poteva permettere elicotteri per farlo.

Quindi dottor Ciaravolo come nasce una fake- news?

Dobbiamo fare una distinzione fondamentale ed epocale. Prima di internet e dopo internet. Prima c’era una informazione orizzontale, senza censure, che va da persona a persona, e in alcuni casi è talmente ampia da arrivare anche ai media. A fianco a questa c’è un’informazione verticale, quella delle fonti autorevoli, che però quando prende un abbaglio può essere smentita dal giornale.

Nel caso del passaparola, invece, chi racconta la notizia e dice “l’ho sentito con le mie orecchie” non può fare marcia indietro, perché perderebbe la sua credibilità. Con internet siamo arrivati alla diffusione diagonale che assorbe in sé l’autorevolezza delle fonti e il passaparola. Nel senso che alcuni siti diventano attendibili, perché si diffonde l’opinione che danno quelle notizie tenute nascoste dai media tradizionali. Uno degli ultimi esempi è stata la foto dei politici che avrebbero presenziato ai funerali di Totò Riina. Una notizia facilmente verificabile, dal momento che quei funerali non sono stati mai celebrati. Eppure la foto dopo essere stata lanciata sui social è stata pubblicata dai giornali per smentirla, ma ha provocato l’effetto opposto. Pensi che ho fatto una trasmissione in radio Incredibile, ma falso e in 892 puntate ho raccolto una banca dati smisurata di leggende metropolitane. Ho dovuto sguarnire i miei siti ( bufale. it, legende. it) perché continuavano ad arrivarne.

Non se ne esce.

Purtroppo no. Proprio per i meccanismi dei quali parlavamo, se la notizia falsa viene confezionata bene è difficilmente smentibile. La storia delle magliette, per esempio, mi segue dall’ 89 e trovo sempre qualcuno che ha un parente che all’epoca le ha acquistate. Io più che di fake- news ormai parlerei di “fake- scoop”. Nel senso che più la notizia è clamorosamente falsa, appunto uno scoop, e più si diffonde in maniera virale. La “fake- scoop” risponde a un bisogno: le persone vogliono sapere ciò che desiderano. L’obiettivo dei “falsi scoppisti” non è quello di dare le notizia, ma di fare clamore. Siamo in piena bagarre elettorale e si va alla ricerca delle voci che si vogliono ascoltare. Una sorta di effetto placebo: pur sapendo che qualcosa è falso, mi viene il dubbio, ma la cosa mi fa stare tranquillo per un po’. Chi si fa un’idea andrà sempre a caccia delle conferme e poi le diffonderà. E in questo internet è una miniera e un propagatore eccezionale.

E questo vale anche per la politica.

Io vivo da decenni tra l’Italia e gli Stati Uniti e posso testimoniare che già all’epoca della campagna elettorale di Obama i duelli si svolgevano a colpi di fake- news per screditare l’avversario. Ora quasi tutti i giorni Trump usa Twitter per affermare che le notizie che lo riguardano sono false. Anche in Italia sta prendendo piede la cosa e con la campagna elettorale alle porte sarà un martellamento continuo. Non dimentichiamo però che una delle fake news politiche per antonomasia in voga negli anni 60 era quella che “i comunisti mangiavano i bambini”.

Quello era più che altro uno slogan in negativo oggi, invece, si punta alla distruzione degli avversari.

Purtroppo oggi l’elaborazione del pensiero politico è ridotto ai minimi termini. La politica è legata all’immagine dei suoi leader ed è quasi inevitabile che si tenti in tutti i modi di demolirli. Il voto delle persone non è più legato ai progetti, ma ai leader. Le persone vogliono notizie sul loro conto, non sulle loro idee. È evidente che l’elettorato grillino crede in quello che veicola quella parte politica, così come ci crede quello del Pd o del centrodestra. E chi veicola le fake news sui social non è il politico, ma il militante. Si prendono per buone le fakenews della propria parte e le si trasformano in messaggio politico. La piazza virtuale è sempre stata populista, così come accadeva prima nei dibattiti da bar. I politici di oggi interpretano questo ruolo da ospiti di talk show, condito di battute e atteggiamenti aggressivi. La strategia di Beppe Grillo è perfettamente in linea: lui ridicolizza i suoi avversari politici. La cosa che fa sorridere, o meglio ancora ridere, è veloce come nessun’altra, non viene messa in dubbio. Grillo non punta tanto sulla critica politica, ma punta a ridicolizzare l’avversario. E questa cosa sortisce un effetto immediato nella piazza virtuale. Nelle persone scatta l’idea di voler salire sul carro di chi prende in giro e non su quello di chi è preso in giro. La politica dovrebbe riprendere il suo ruolo, indipendentemente dai personaggi che la rappresentano. I grandi partiti di massa e popolari avevano una loro vita autonoma, al di sopra e al di là dei vari leader.

Il Movimento5Stelle è nato su un “vaffa”.

Anche qui sono arrivato prima. Ho registrato nel 2000 il brand “vaffanculo. it. ”, con tanto di orologi. Il “Vaffaday” è del 2007. Ma a me va benissimo, è la conferma che è una cosa che funziona. Oggi sono diventato un “im- brand- itore” e ho lanciato negli Stati Uniti nel 2010, e registrato in tutto il mondo, no work. com in progress, per chi vuole lavorare il meno possibile e noworkgeneration. com, dedicato ai figli di chi lavora tanto per stipendi da fame e che non vogliono ripercorrere le orme dei genitori.

 

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