Politica 2 Dec 2017 19:32 CET

Quel fascino discreto della prorogatio

Meno maccheronico di Porcellum, Italicum o Rosatellum ma sempre latino: fa più fino, si sa. Dunque il campo di gioco della politica 2018 ha un nome preciso: prorogatio. Significa che se dalle urne di marzo non dovesse uscire una maggioranza precisa, Paolo Gentiloni resterebbe a Palazzo Chigi“per il disbrigo degli affari correnti”. Il fascino discreto e rischioso della prorogatio di Gentiloni

Meno maccheronico di Porcellum, Italicum o Rosatellum ma sempre latino: fa più fino, si sa. Dunque il campo di gioco della politica 2018 ha un nome preciso: prorogatio. Significa che se, come tanti vaticinano non senza una qual dose di certezza, dalle urne di marzo ( data sicura? Forse, chissà, non è detto: da noi tutto sfuma nell’indefinitezza) non dovesse uscire una maggioranza precisa, Paolo Gentiloni – bon gré mal gré – resterebbe a Palazzo Chigi assieme ai suoi ministri, con il viatico del Quirinale impegnato nelle consultazioni, “per il disbrigo degli affari correnti”. Per giorni, settimane, mesi: addirittura stagioni, collezione invernoprimavera- estate sicura, e per l’autunno ci si può attrezzare. Come spesso accade nella politica italiana, il non detto vale più del detto. È in questo caso il non detto lascia trapelare un certo qual compiacimento: di non vedere Matteo Renzi seduto su quella poltrona o, su fronti opposti, di allontanare la prospettiva che ci si sieda l’anti- sistema Luigi Di Maio se non addirittura il super tecnico Mario Draghi. In attesa del “secondo turno”, quello dove si fanno i giochi veri: le elezioni bis a ottobre. In fondo Paolo il presidente è di nobile lignaggio, ammodo di maniere, felpato quel che serve. Sa le lingue, ed è capace di ironia. Insomma una garanzia nell’oceano di incertezza del dopo voto: rinunciarci senza ragione è puro autolesionismo. O magari no?

Lasciamo stare. È vero che con lo stato di necessità non si discute: ci si adegua e basta. Per cui se prorogatio dovrà essere, ben venga. A patto di aver ben chiare le difficoltà, i rischi, i pericoli, perfino una certa drammaticità che quello stallo, detto in italiano, comporta. Per prima cosa, il governo Gentiloni è figlio di un equilibrio politico sepolto dalle urne. Qualunque siano i risultati, infatti, è evidente che i rapporti di forza tra partiti saranno diversi, forse molto diversi, da quelli attuali che fanno da piedistallo parlamentare dell’esecutivo. Già adesso, peraltro, il governo al Senato si regge sugli spilli dopo l’addio di Mdp e il sostegno carsico di verdiniani e centristi. E dopo? Al di là dei numeri, cambierebbe proprio la ragione sociale: di fatto più che un “governo del Presidente”, locuzione peraltro piuttosto sfrangiata, risulterebbe un governo di nessuno; privo di paracadute politici; in balìa degli umori dentro e fuori del Palazzo che nel frattempo verrebbero gonfiati da incarichi esplorativi o tentativi di allestire una maggioranza diversa o addirittura di segno opposto a quella esistente. In secondo luogo, e di conseguenza, non è chiaro con quale autorevolezza e spessore l’esecutivo affronterebbe quegli affari correnti che, vista la lunghezza temporale dell’azione, inevitabilmente riguarderebbero materie anche delicate.

Per fare solo un esempio. La Ue ha sospeso il giudizio sulla legge di Stabilità chiedendo comunque una manovra correttiva a marzo per rimettere in sesto i conti. Potrebbe Gnetiloni affrontare un simile tornante? Potrebbe proporre a Camera e Senato misure magari anche impopolari senza aver garanzia – perché nessuno potrebbe dargliela – che verrebbero approvate nel modo in cui uscirebbero dal Consiglio dei ministri? Non solo. C’è anche l’aspetto dei rapporti con la Ue e del peso negoziale dell’Italia da considerare. Prendiamo la candidatura di Pier Carlo Padoan – attuale e, nel panorama di prorogatio anche a elezioni concluse, ministro dell’Economia – alla presidenza dell’Eurogruppo. Si trattava di una proposta più che altro di bandiera, avanzata per addolcire lo scacco del sorteggio sull’Ema finito come tutti sanno. Nessuna o quasi sorpresa, perciò, che non sia andata in porto. Salvo le disarmanti motivazioni espresse dal premier stesso: «Padoan era il candidato più autorevole ma la durata del mio governo è limitata e questo costituisce un problema». Appunto. E’ limitata prima delle elezioni politiche seppur contando sull’avallo di una formale maggioranza; resterebbe per forza di cose comunque limitata anche dopo, per soprammercato senza neanche più quel sostegno parlamentare, da rivedere o più verosimilmente tutto da costruire. Per non parlare di cosa accadrebbe se, facendo gli scongiuri, dovesse riscoppiare la bomba migratoria o se il nostro Paese finisse nel mirino del terrorismo jihadista.

Lo capiscono anche i bambini che l’Italia ha assoluto bisogno di un governo solido e stabile, attrezzato ad affrontare le dure contingenze e le sfide politiche del 2018. La prorogatio non è altro che un castello di carte e basta perfino un flebile soffio per farlo cadere. Sarebbe il caso che oltre ai media anche leader e forze politiche lo spiegassero bene agli elettori. Che così potrebbero scegliere nelle cabine elettorali con tutta la cognizione di causa necessaria.

 

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