Piazze, governi e manette

In Spagna i manifestanti gridano: “Arrestateli!”

 

Sta finendo malissimo la vicenda catalana. Ciascuno può dare il giudizio che vuole su come si è svolta la battaglia dell’autonomia e sul braccio di ferro con Madrid. Può dividere le ragioni e i torti. Difendere o accusare l’arroganza messa in mostra da tutti i contendenti. Però che una battaglia politica, per quanto aspra e intricata come quella catalana, si risolva con l’incriminazione per reati gravissimi dei capi di una delle due parti in lotta ( reati che possono portare all’arresto e alla condanna a decine di anni di carcere), è una cosa molto grave. Piazze, governi e manette: c’era una volta la democrazia

Ed è molto inquietante che una enorme folla scenda in piazza non semplicemente per parteggiare per uno o per l’altro schieramento, ma per chiedere l’incarcerazione degli avversari.

Non fa una gran figura Puigdemont a fuggire in Belgio. D’accordo. Ma non credo che faccia una figura migliore chi lo ho costretto all’esilio. Da quanto tempo, nell’ Europa occidentale, non si assisteva alla decisione di risolvere un problema politico con l’arresto degli avversari? Direi da una quarantina d’anni, da quando caddero gli ultimi regimi più o meno fascisti, in Portogallo, in Grecia e – appunto – in Spagna. Sentire che la Procura vuol fare arrestare il presidente della Catalogna, e mezzo governo, fa venire i brividi.

Ho visto in televisione le immagini del corteo, gigantesco, degli unionisti di domenica scorsa a Barcellona. Sventolavano manette di metallo. E gridavano a gran voce uno slogan francamente orribile: «Arrestateli, arrestateli». Intendevano, come al solito, incitare la magistratura a usare il suo potere. E a risolvere lei, con le maniere forti, le questioni che la politica fatica a risolvere.

Noi qui in Italia abbiamo vissuto qualcosa di simile. Per esempio ai tempi di Tangentopoli. Anche allora un leader politico di prima grandezza, come Bettino Craxi, fu costretto a riparare all’estero per evitare di essere imprigionato. E tuttavia non si arrivò mai al punto estremo di concepire verso un avversario politico l’idea di farlo arrestare con una accusa assolutamente ed esclusivamente politica come è l’accusa di sedizione.

Il problema non è solo spagnolo. Certo, in Spagna si è toccato il culmine di una idea culturale che considera le manette e la prigione come attrezzi essenziali della lotta politica. Però il germe di questa cultura, ormai, è ovunque. In Francia meno di un anno fa è stato liquidato il candidato socialista all’Eliseo con una operazione giudiziaria. In Italia si è agito tante volte in questo modo, facendo cadere governi, giunte regionali, Comuni, e arrivando a cacciare dal parlamento il capo del centrodestra. Negli Stati Uniti abbiamo assistito a una scena analoga: i democratici, inaspettatamente battuti alle elezioni da un imprevisto Donald Trump, hanno messo a punto la strategia di risposta pensando a una cosa sola: l’impeachment. Cioè la caduta per vie giudiziarie del nemico. Per ora non ci sono riusciti, ma l’amministrazione Usa è stata martoriata dalle dimissioni originate dalle inchieste della magistratura. E nelle ultime ore la posizione del Presidente si è complicata. Del resto quella dei democratici non è una idea nuova. I loro avversari repubblicani, una ventina d’anni fa, fecero esattamente la stessa cosa dopo essere stati sconfitti da Clinton alle elezioni. Provarono a farlo cadere con una inchiesta sessuale del gran giurì. E, a proposito di sesso, pare che anche il governo di Teresa May stia rischiando parecchio per questa ragione. Finché non prenderà la parola una intellettualità liberale, capace di denunciare l’ideologia giustizialista, non c’è nessuna speranza che questa deriva si fermi. L’ideologia giustizialista è una cosa molto seria, perché inverte i valori e i metodi dello stato di diritto. Assume la legalità come valore astratto e assoluto, superiore a qualunque altro valore, e in questo modo sottomette l’idea stessa di democrazia, degradandola a variabile dipendente della legalità.

La democrazia non può vivere se diventa subalterna ad altri valori e ad altri interessi. La democrazia vive e cresce solo se è assoluta, se non è condizionata da niente. Però la democrazia ha bisogno degli intellettuali, dei giornalisti, dei professionisti, non solo dei politici, e quando invece questi intellettuali si sostituiscono ai politici – non per spronarli, per aiutarli a pensare, a guardare al futuro – ma solo per sventolare le manette e chiedere il pugno duro, non siamo alla vigilia di una nuova stagione democratica: siamo di fronte al rischio evidente della tentazione totalitaria.

 

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