Ma perché è in carcere?

L’editoriale del direttore sul caso di Macello dell’Utri

L’ipotesi che Marcello Dell’Utri possa candidarsi alle prossime elezioni per il Parlamento, probabilmente, creerà qualche sconcerto nella comunità politica e giornalistica italiana. Perché? Per una ragione evidentissima: perché Marcello Dell’Utri, al momento e da circa tre anni, giace in fondo alla cella di una prigione.

Un detenuto candidato al Parlamento è una situazione eccezionale, che assai raramente si verifica nelle grandi democrazie occidentali. In passato è successo solo poche volte: in Italia, con Pietro Valpreda, con Tony Negri e con Enzo Tortora. Due di loro furono eletti, il terzo ( anzi il primo) no. I tre erano personaggi diversissimi tra loro e con storie molto molto diverse, però avevano una caratteristica comune: erano detenuti politici. Per motivi svariati. L’anomalia italiana è che Dell’Utri sia in carcere

Valpreda, anarchico, fu indicato come autore della strage di piazza Fontana ( 1969), seguendo una teoria senza riscontri, da alcuni magistrati appoggiati dalla parte più potente della stampa. Poveretto, era assolutamente innocente. Tortora fu arrestato sotto l’accusa infamante di essere un camorrista e uno spacciatore. In quel caso la persecuzione non aveva mandanti politici, ma partiva da un pezzo robusto della magistratura. In particolare della magistratura napoletana. I suoi accusatori, seppure incapaci, fecero poi una gran carriera. Tony Negri, filosofo di prestigio internazionale e fondatore di Potere Operaio, fu accusato ( 1979) di essere coinvolto nel sequestro Moro e di avere tramato contro lo Stato. Se vogliamo superare i confini dell’Italia, possiamo andare a cercare un altro precedente in Gran Bretagna, dove fu candidato alle elezioni un ragazzo di 27 anni, Bobby Sands, militante dell’Ira in sciopero della fame contro le condizioni carcerarie. Fu eletto, ma Margareth Thacher non permise che fosse liberato, e lui morì al sessantesimo giorno di digiuno. Era il 1981 Cosa c’entra Marcello Dell’Utri con queste persone? Niente, se volete: è un tipo molto molto lontano da Sands, da Valpreda e da Negri, ma anche molto diverso da Enzo Tortora. C’entra con queste persone perché, come loro, è un prigioniero politico. Uso questa formula – prigioniero politico – consapevolmente. Dell’Utri è stato condannato a una lunga pena detentiva sulla base di un reato che probabilmente non esiste e che sicuramente non esisteva al tempo dei fatti per i quali è finito sotto processo. “Concorso esterno in associazione mafiosa”. Dell’Utri è stato condannato in virtù di un teorema. Più o meno questo: Berlusconi ha qualcosa a che fare con la mafia, a occhio e croce, ma siccome non si trova il becco di un riscontro, allora ci accontentiamo di processare e condannare il suo braccio destro, che è siciliano e dunque ha molte più possibilità di essere incastrato. Fine del teorema. Anche Tony Negri fu vittima di un teorema: il cosiddetto teorema Calogero ( Pietro Calogero era un magistrato padovano, il quale stabilì che i movimenti e le organizzazioni sociali a sinistra del Pci probabilmente avevano qualcosa a che fare con le Brigate Rosse. E fece arrestare tutto lo stato maggiore dell’ex Potere Operaio).

La vicenda di Dell’Utri è molto simile a quella di un altro noto personaggio molto legato alla Sicilia: Bruno Contrada. Il quale è stato un poliziotto e un agente segreto ad altissimo livello per anni e ha combattuto a viso aperto la mafia. Poi è caduto in una congiura, probabilmente originata dai suoi colleghi nel fuoco di una lotta di potere, catturato la notte di Natale e sbattuto in prigione per anni. Poi, un quarto di secolo dopo, la Corte europea gli ha dato ragione, lui è stato riabilitato e qualche giorno fa riammesso in polizia e autorizzato a riscuotere gli stipendi arretrati.

Dell’Utri è in una situazione molto simile a quella di Contrada, dal punto divista giudiziario, e presto sarà riabilitato anche lui e potrà tornare, se vuole e se gli elettori lo voteranno, in Parlamento.

E allora dov’è lo scandalo? Lo scandalo sta nel fatto che in Italia esistono i prigionieri politici. E gli errori, e talvolta le persecuzioni giudiziarie, non sono rarissimi. E può succedere che sebbene tutti siano perfettamente coscienti del fatto che entro qualche mese Dell’Utri sarà scagionato dalla Corte Europea – la quale ha già emesso una sentenza nella quale esclude che prima del 1992 esistesse il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre i fatti per i quali è stato condannato Dell’Utri sono avvenuti prima del 1990 – nonostante questo, nel frattempo, Dell’Utri aspetta in prigione. E tutte le forze politiche sanno e osservano nel silenzio più assoluto.

In Occidente non esistono più da tempo i prigionieri politici. Esistevano tanti anni fa, quando l’Europa ribolliva di lotte e anche di guerriglie: in Irlanda, in Spagna, in Italia. Allora i prigionieri politici erano i leader dei movimenti rivoluzionari. Ora qui da noi le cose sono cambiate. Per fortuna è sempre più raro l’arresto degli esponenti dei movimenti anti- sistema. E invece le manette sono diventate uno degli strumenti ordinari della lotta politica nell’establishment. Sostenute da un parte probabilmente maggioritaria dello stesso parlamento e dei giornali.

L’anomalia italiana è questa. Non è l’ipotesi che Dell’Utri torni in parlamento.

 

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