Prima pagina 14 Oct 2017 18:03 CEST

Siamo sicuri che Gratteri sia bravo?

IL COMMENTO

Sono stati linciati. Letteralmente linciati moralmente. Fatti a pezzi, messi alla gogna. Dai magistrati, dai giornalisti, dalle Tv. «Mafiosi, mafiosi, mafiosi». Gli hanno detto così: punto e basta. Mafiosi. Senza l’alito di un dubbio, di un condizionale, di una possibile via di difesa. Sulla base di che? E vallo a capire. Non lo sapremo mai.

La Cassazione ora ha scoperto che erano innocenti. Che non c’era un indizio di colpa degno di questo nome. Anzi, che tutti gli indizi andavano in direzione contraria. Loro, gli amministratori di Gioiosa Ionica, però, si sono fatti anni di carcere. Qualcuno un anno, qualcuno due, qualcuno cinque. Cinque anni è un pezzo della propria vita. E’ una rovina esistenziale, sociale, umana, economica. E perché è toccata loro questa disgrazia? Perché alcuni magistrati e alcuni investigatori hanno preso un granchio grosso come una casa. Non sappiamo nemmeno perché lo hanno preso. Chissà, forse un pentito gaglioffo, forse una voce di paese, forse il vecchio pregiudizio anti- calabrese. Cinque anni in cella. Tutti assolti Siamo sicuri che Gratteri sia bravo?

Sappiamo con certezza come li hanno trattati i giornali, sappiamo il fango, la melma, la schifezza che gli hanno rovesciato addosso. Senza problemi di coscienza, senza esitazioni. Lasciamo stare i giornali scandalistici, i fogli locali. Prendiamo un grande giornale nazionale, autorevolissimo, liberale, colto. E guardiamo cosa scrisse all’epoca. Scusate se sono pedante ma vi trascrivo un passo lungo. Lungo e che fa rabbrividire: « I Mazzaferro ( cosca mafiosa, ndr) si erano presi il Comune di Marina di Gioiosa Ionica. Erano loro a governare la cittadina della costa ionica reggina. Avevano eletto il sindaco, deciso buona parte degli assessori, stabilito ogni cosa. E ora gestivano tutto in maniera diretta. Ogni scelta passava dalle stanze di Rocco Mazzaferro e del resto del clan. Ogni appalto, ogni fornitura, era cosa loro. Se l’erano “guadagnato” a suon di preferenze pilotate “in maniera militare”. Battendo persino gli Aquino, il potente clan della Locride che invece avrebbe sostenuto la lista rivale. Il sindaco Rocco Femia, detto “pichetta” ( zappa, ndr) era organico alla cosca. Così come lo erano anche Vincenzo Ieraci, detto “u menzognaru” ( il bugiardo, ndr), assessore all’Ambiente; Rocco Agostino, detto “gemello”, assessore alla Politiche sociali, e Francesco Marrapodi, ex assessore ai Lavori pubblici ( si dimise lo scorso anno a seguito di un problema di salute). Tutti uomini della ‘ ndrangheta di Marina di Gioiosa, tutti “malacarne” dicono i magistrati della Dda di Reggio Calabria che erano entrati nella stanza dei bottoni. E per dirla con le parole del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, erano loro a “gestire il potere, e tutto quello che ne deriva per conto dei Mazzaferro” ».

Capito? Avete qualche dubbio? No, nemmeno un condizionale o almeno un congiuntivo, eppure esiste il congiuntivo ed esiste il condizionale nella grammatica italiana. Il sindaco è organico alla mafia: in cella. E la sua reputazione può essere riempita di sputi.

Pensateci un attimo: voi credete che esista più dell’ 1 per cento scarso di italiani che, dopo aver letto i giornali e visto le Tv, possa avere avuto un dubbio sulla mafiosità del sindaco e degli assessori? La risposta è no. Io stesso, che in quel periodo vivevo in Calabria, non ero affatto convinto dell’innocenza degli imputati.

Voi credete che oggi i giornali si batteranno il petto, riconosceranno l’errore, chiederanno scusa, daranno grande spazio a questa notizia clamorosa, criticheranno in modo sferzante i giudici? Io sono quasi certo che anche in questo caso la risposta è no.

E poi provate a pensare un’altra cosa: “Pichetta”, “o Menzognaru” e tutti gli altri, a occhio, sono persone esattamente come me e voi. Una avventura come quella che è capitata a loro può capitare a chiunque di noi. E anche noi, se dei magistrati pasticcioni ci accuseranno di cose che non ci siamo mai sognati di fare, anche noi finiremo sommersi dal letame ben distribuito dai giornali.

Detto ciò, occorre una riflessione sulla magistratura. Stavolta a iniziare l’inchiesta e chiedere gli arresti era stato un magistrato abbastanza famoso: Nicola Gratteri. Insieme ad altri. Così come una decina d’anni prima Gratteri aveva fatto circondare Platì da duemila carabinieri e aveva fatto arrestare 200 persone. Quindici anni di attesa per la sentenza: 192 assolti o prosciolti. Su 200: Mamma mia!

Eppure proprio il giorno dell’assoluzione Gratteri era in Tv, da Fazio, e discettava di lotta alla mafia. E Fazio non gli fece neanche una domanda su quelle pesantissime assoluzioni. Né, immagino, nessuno in questi giorni, se – come è probabile – Gratteri sarà ancora in Tv, gli farà domande su Gioiosa.

Ha detto il nostro presidente Mattarella: «La toga non è un abito di scena». Già. Però non è facile crederci.

I magistrati che hanno preso questo granchio pauroso su Gioiosa, come mai lo hanno fatto. Qualcuno dice che fosse una persecuzione contro quegli amministratori. Io non ci credo. Però, se non è persecuzione è assenza di doti professionali. Come hanno potuto sbagliare tutto? Come hanno potuto ignorare che ogni indizio portava alla non colpevolezza? Come hanno potuto tenere un poveraccio dietro le sbarre per cinque anni?

Eppure io so benissimo che non risponderanno mai di questo loro errore. Perché la responsabilità civile per i magistrati non esiste, nonostante qualche piccola riforma, e perché il Csm, dominato dalle correnti, mai e poi mai riconosce la colpa di un magistrato. E dunque questi magistrati non solo non pagheranno neppure un penny, ma proseguiranno la carriera.

E poi vogliamo parlare di casta pensando alla politica? Ma per carità. E allora? Allora torniamo a dire quello che abbiamo detto altre volte: siccome tutti sanno che la magistratura, almeno per i suoi quattro quinti, è formata da professionisti serissimi e scrupolosi ( come dimostra anche la sentenza della Cassazione), perché questi professionisti non si ribellano e non si rifiutano di finire assimilati a un gruppetto di sceriffi ammalati di protagonismo?

 

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