Due idee inconciliabili di giustizia

EDITORIALE

Ieri il Presidente della Repubblica, da tutti considerato giurista e intellettuale prudente e moderato, ha scagliato alcune frecce acuminate contro i protagonisti della giustizia spettacolo. Ha detto con la sua aria soave parole rabbiose: la giustizia non è la scena di un teatro. I magistrati non sono attori e tantomeno attori protagonisti. Il magistrato deve essere imparziale e mostrarsi tale. Altrimenti crolla la credibilità della magistratura. Il Presidente della Repubblica non indicava un pericolo “teorico”. Piuttosto biasimava una realtà, grave e preoccupante: quella di un pezzo di magistratura, molto aggressivo, che concepisce il proprio lavoro non come un servizio allo Stato e alla comunità, ma come una forma di militanza politica ed etica. Lealisti contro davighiani Ci sono due magistrature

Naturalmente Sergio Mattarella aveva in testa un cognome e anche un nome: Davigo Piercamillo. Il quale ancora recentemente si è distinto, in Tv, per alcuni numeri di buona scuola di populismo giudiziario, in contrasto aperto e inconciliabile con lo Stato di diritto.

La partita ora è formalmente aperta. Da una parte la squadra dei Pm d’assalto ( e con loro, purtroppo, anche alcuni giudici, tra i quali lo stesso Davigo che è Presidente di sezione della Corte di Cassazione), dall’altra la magistratura, diciamo così, “lealista”. Cioè leale alla Costituzione e rispettosa delle leggi e della democrazia.

Finora la magistratura “lealista” è sempre stata un passo indietro, anche perché restia, appunto, a far spettacolo, a diventare protagonista. E la sua consistenza è stata sempre nascosta dall’attivismo dei Pm d’assalto, spalleggiati da alcuni giornali e da alcune reti televisive ( o addirittura “padroni” in quei giornali e in quelle Tv). La frustata di Mattarella forse cambierà le cose. E finalmente sarà possibile aprire un dibattito vero, e dire – senza essere accusati di complicità con la malavita – che diritto e moralismo non sono parenti.

A questo punto, rincuorati dall’uscita coraggiosa del Presidente della Repubblica, vorremmo porre un altro problema, del quale sin qui era permesso parlare solo sottovoce. E cioè l’ingerenza della magistratura, attraverso il suo potere, nella lotta politica. Che è un problema legato, anzi legatissimo, alle questioni sollevate da Mattarella. L’obbligo di imparzialità del quale parla il Presidente, evidentemente, è anche obbligo di non considerare il potere inquirente come uno strumento per modificare i rapporti di forza nell’agone democratico. In questi anni abbiamo assistito a decine e decine di invasioni di campo. Che hanno permesso a singoli Pm, molto spesso, di rovesciare amministrazioni comunali, regionali e governi. In tanti modi. Da qualche anno – come spieghiamo bene nell’articolo di Errico Novi a pagina 7 – il reato di abuso d’ufficio è diventato una specie di grimaldello per forzare l’indipendenza del potere politico ( democraticamente eletto) e controllare in modo pressoché assoluto le scelte degli enti locali e delle regioni. E intorno all’abuso d’ufficio si riescono a configurare anche altri tipi di reato, spesso molto improbabili, come quello di truffa.

L’ultimo caso è stato quello del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, da tutti – amici ed avversari – sempre considerato uno specchio di moralità. Anche a lui è toccato l’avviso di garanzia. Così come è toccato, negli ultimi sei o sette anni, a tutti gli amministratori che comunque abbiano preso alcune iniziative politiche per governare e aiutare lo sviluppo nei territori che li hanno eletti. Un signore, o una signora, che venga eletto sindaco, o presidente di Regione, oggigiorno ha due scelte: la prima è quella di restare del tutto immobile, rifiutandosi di firmare qualunque atto e di assumere qualunque misura di sostegno all’economia. E vedere il proprio comune, o la regione, deperire. La seconda possibilità è quella di chiamare un avvocato che lo difenda dall’inchiesta per abuso di ufficio che sarà aperta contro di lui in tempi molto rapidi.

È chiaro che non si può andare avanti così. Altrimenti sarà impossibile frenare il declino del nostro paese. E anche evidente che l’uso a pioggia dell’abuso d’ufficio è una delle cause della lentezza con la quale l’Italia si sta riprendendo dalla crisi.

Come si può fermare questo impazzimento? Deve intervenire la politica, e riformare l’abuso d’ufficio. Però non è facile trovare in Parlamento chi abbia il coraggio di affrontare il tema e sfidare la magistratura davighiana, e i giornali davighiani, e le Tv davighiane. Forse dovrebbe essere proprio l’ala lealista della magistratura a porre il problema. Voi dite che è una illusione? Chissà, magari il vento sta cambiando e la ragione inizia a fare capolino tra i turbini neri del populismo.