G7 dell'Avvocatura 13 Sep 2017 13:14 CEST

Il male e la sua catarsi, l’odio narrato nei fumetti classici

Da Paperino a Dylan Dog, come le strisce più famose hanno raccontato la genesi di questo sentimento

Ormai da tempo sdoganato come autentica forma di espressione artistica, definito dai più “letteratura disegnata”, come il mondo del fumetto tratta nelle sue molteplici manifestazioni il tema dell’odio? E in particolare con quali modalità lo fa il “fumetto classico”?

Vanno infatti tralasciati nell’interrogativo generale i più recenti “graphic novel” – narrazioni disegnate con tutti i crismi narrativi e letterari – in cui è più che naturale che la tematica sia stata e venga affrontata sotto le angolazioni culturalmente più complesse. Parlando invece di “fumetto classico” ci riferiamo – questo va spiegato – alle storie a strisce e in “comics book” che hanno formanto le generazioni degli ormai ex baby boomers.

Da qualche tempo, sul fenomeno, una tendenza di pop- sofia si sta esercitando a individuare la filosofia implicita nei fumetti Disney, nei Peanuts, in Tex, Dylan Dog e nei super- eroi. E cosa ne scaturisce allora attorno alla tematica dell’odio? «È l’odio – annotava il filosofo Emil Cioran – a far andare le cose avanti quaggiù, a impedire che la Storia resti a corto di fiato. Sopprimere l’odio significa privarsi di eventi. Odio ed evento sono sinonimi. Dove c’è l’odio succede qualcosa…». Ovvio sottolineare che nelle storie a fumetti classiche la cornice generale non assume mai queste considerazioni. Ma non mancano, in compenso, tutta una serie di personaggi negativi che improntano la propria esistenza sulla tendenza a odiare.

Difficile, forse, trovarli nell’universo Disney dove, comunque, Rockerduck, il miliardario rivale di Zio Paperone creato da Carl Barks e approfondito negli anni dai fumettisti italiani della scuderia Disney, si differenzia notevolmente da Paperon de’ Paperoni. Quest’ultimo continua sicuramente a vessare il nipote Paperino, ma non c’è in lui malvagità, semmai un paternalismo vecchi tempi. Rockerduck, invece, esprime esplicitamente un senso di invidia che sfocia a volte anche nell’odio per il suo rivale più ricco. Non a caso, Guido Martina, uno dei primi autori italiani, gli diede caratteristiche quasi da mafioso, facendogli organizzare perfino rapimenti, e affiancandogli talvolta come alleati quelli della Banda Bassotti. Quasi sempre sconfitto, di conseguenza la sua rabbia ( e il suo odio) lo spingono a divorare la propria bombetta a morsi.

Qualcosa di analogo nei fumetti di Tex Willer dove c’è, anche lì, un “odiatore” di professione: Steve Dickart, più conosciuto con il nome di Mefisto, un potente negromante, non solo odiatore del nostro ranger amico degli indiani, ma di fatto la nemesi del protagonista. Pazzo, crudele e vendicativo è impegnato a tempo pieno nell’odiare l’umanità e la convivenza pacifica tra statunitensi e nativi americani.

Ma dove la figura degli haters assume centralità nell’ambito della narrazione fumettistica è nel genere rappresentato dai “supereroi”. «Alla loro nascita, sul finire degli anni ’ 30, i supereroi ristabilirono un rapporto diretto della coscienza collettiva con il mito», ha scritto Daniele Brolli nel suo Il crepuscolo degli eroi, studiando la genesi di Superman e di tutti i suoi colleghi delle strisce. Ed effettivamente, è attraverso di loro che una serie di questioni “filosofiche” hanno fatto irruzione nell’universo dei comics, in precedente diviso solo tra il genere avventuroso e quello comico- infantile. Superman – il progenitore di tutti – ha ripreso la forza di Achille e il suo tallone, surrogato nel sole rosso del suo pianeta Kripton e nella stessa kriptonite. Batman si è trasformato in un totem metropolitano, incarnando il retroterra simbolico degli uccelli notturni. La parabola dei Fantastici Quattro richiama il mitico Golem, creato dal rabbino Low nella magica Praga. Ma tutti quanti gli avversari di questi personaggi – le cosiddette “minacce” all’umanità – sono oggettivamente incarnazioni simboliche dell’odio. Un discorso che vale per Lex Luthor, antagonista di Superman, per lo psicopatico Joker, nemico giurato di Batman, per Norman Osborn, il Goblin avversario di Spiderman, o per il Dottor Destino, contro cui si battono i Fantastici Quattro. La presenza di questi haters è costante nel genere, sia nei fumetti della Dc Comics – la casa editrice di Superman e Batman sin dagli anni ’ 30 e ’ 40 – che in quelli della Marvel, che negli anni ’ 60 lancia i nuovi supereroi con super- problemi: Spiderman, Daredevil, Silver Surfer, i Fantastici Quattro, Thor e gli altri… Joker, ad esempio, compare sin dal primo fumetto di Batman nel ’ 40 e – a differenza degli altri avversari dell’uomo pipistrello che vengono sconfitti di volta in volta e spariscono – è una presenza seriale. Antagonista per eccellenza del Cavaliere Oscuro, è forse il cattivo più cattivo in assoluto dei fumetti. È l’odio fine a se stesso, messo in atto per puro gioco, imprevedibile, gratuito, incontrollabile. Il Dottor Destino, freddo, geniale e spietato, con la sua passione per la scienza e la magia e il suo passato tormentato, è invece l’odiatore più pericoloso della Marvel Comics. Mentre Norman Osborn/ Goblin è un personaggio così cattivo da avere la mente criminale fatta proprio per l’annientamento totale non solo dei suoi nemici ma forse della stessa umanità. Per non dire di Galactus, un enorme dio- cosmico- spaziale la cui carica di odio allo stato assoluto lo conduce a divorare pianeti. Nell’universo Marvel c’è infine un hater tutto particolare: è Magneto, un mutante che – odiando gli uomini per il loro razzismo – tende a coalizzare gli altri mutanti con lo scopo di distruggere il genere umano. Nel suo personaggio la persecuzione subita da giovane si trasformano in un rancore e un odio spropositato e quindi nell’idea, che caratterizza la sua figura nelle varie vicende degli XMen, di sterminare tutto il genere umano non mutante.

Passando, infine, a un personaggio “made in Italy”, Dylan Dog, le sue avventure sono uno straordinario squarcio fumettistico dentro l’orrore e lo spirito dell’odio. Nato nell’ 86 dalla mente di Tiziano Sclavi e dalle chine di Claudio Villa e Angelo Stano, Dylan Dog è a oggi il fumetto più venduto in Italia. È stato forse l’unico periodico capace di affermarsi, oltre che come “fumetto di massa” – una tiratura che qualche anno fa ha superato il milione di copie al mese – anche come fumetto d’autore. Il personaggio di Dylan è un investigatore privato 34enne che vive a Londra: un uomo alla ricerca di demoni suoi e altrui con la saggezza di chi è sensibile a questioni sottili e complesse come la banalità del male, il mistero della morte, la diffusione devastante dell’odio. Non a caso, lui si definisce “indagatore dell’incubo”.

La paura di fondo che emerge in tutte le sue storie è quella per il dilagare del male. Innumerevoli sono i clienti di Dylan che si rivolgono a lui nella speranza di trovare qualcuno che accolga e spieghi le loro paure, che creda all’esistenza dei loro timori e dei loro orrori, che non li confini nel mondo recluso della follia. La soluzione suggerita dagli autori è quasi sempre quella del non subire l’odio, dell’apertura al diverso, dell’apparentemente banale ma fondamentale capacità di amare. Ancora una volta, anche questo fumetto, alla stregua di altre forme espressive e estetiche, veicola un messaggio d’alternativa all’odio, offrendo al lettore una possibilità di consapevolezza e un’occasione – a tratti psicanalitica – per tentare di capire meglio se stessi e gli altri. E per disinnescare, in qualche modo, le ondate quotidiane dello spirito dell’odio.

 

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