Analisi 12 Sep 2017 12:04 CEST

Come sono vecchi i giovani scrittori italiani

Linguaggi desueti e retorica romanzesca: la nostra letteratura è lontana dalla realtà

Nell’ultima puntata dell’inchiesta per il Sole 24ore sulla narrativa contemporanea Gianluigi Simonetti parla dello “scrittore social” come di uno dei poli di attrazione per l’editoria contemporanea, che da un lato punta su libri di non professionisti ( attori, cantanti, calciatori, qualcuno dalla vita straordinaria cui qualcun altro, un ghost writer prezzolato, s’incarichi di prestare una penna e una struttura narrativa variamente elaborata), dall’altro su esordienti dal rendimento garantito quantomeno rispetto all’investimento minimo che comportano.

Sempre più spesso lo scouting e il marketing editoriale avvengono nei social, tra scrittori che costruiscono o impongono un’identità forte a partire dai consensi nella rete: Facebook e Instagram, soprattutto, meglio se in simultanea. Quel che Simonetti non dice ( perché non è l’oggetto della sua fenomenologia incentrata sulle caratteristiche formali della velocità, dell’ibridazione, del realismo) è che lo scrittore social, quanto più si definisce entro un orizzonte stracontemporaneo, tantomeno ne fa oggetto e sostanza della narrazione e anzi, la diffidenza verso i linguaggi e le forme del nostro presente rende del tutto schizoide la coesistenza tra un piano di interessi meramente promozionali ( i social come strumenti) e l’ambito del narrato ( il luogo della realtà contemporanea, che è sempre più virtuale).

Non ci sono elementi, per dirla molto semplicemente, nel romanzo attuale che lo contestualizzino, datandolo all’oggi ( pensiamo ai tantissimi connotati e inserti che renderebbero impraticabile la lettura nuda e cruda – senza un adeguato supporto di note storicizzanti – dell’Ulysses ma anche della Commedia di Dante): la sola intrapresa di una narrazione, di per sé, pare implicare l’adozione di un contesto lontano dal coevo ( figurarsi dal quotidiano), oltre che di un linguaggio desueto, pomposamente atteggiato a scrittura romanzesca. Così se scorriamo i libri da classifica o leggiamo i finalisti dei premi ( gli unici ambiti, classifiche e premi, a garantire una possibilità di discussione vagamente letteraria), non troviamo gente che si messaggia su whatsapp o si fa i selfie quanto piuttosto isolani e contadini che parlano come in Elsa Morante o agiscono come in una novella di Capuana ( L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio, il libro più virale della scorsa estate, è una ragazzina adottata e poi “restituita” ai genitori naturali, con virata regressiva di contesto sociale e culturale, abitudini, condizioni materiali, linguaggi).

In generale, gli scrittori nati tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta consegnano all’immaginario collettivo un’Italia rurale, arcaica, fatta di paesini con le mulattiere, di dialoghi in dialetto ( «colorito locale, ma per il resto, polmoni larghi», ammoniva Verga in tempi di nascente verismo). Ed ecco invece il territorio come matrice letteraria, forma di un vivere finzionale che esiste nell’esperienza comune limitatamente all’occasione della festa e dei riti popolari, ma che poi ritrova la dimensione più propria nella condivisione mediale ( la sagra del pane e frittata ha una pagina Facebook, scommettiamo) e nel fishing for like compulsivo.

Per Lukács il romanzo esprimeva la totalità attraverso una tipicità: la tipicità romanzesca del personaggio contemporaneo è data dal suo essere fortemente anacronistico.

L’essenza romanzesca si scinde così dalla condizione effettuale, che è, da sempre, l’attitudine specifica del genere entro una temporalità definita dall’ambiente, dai nomi, dalle attitudini, dai discorsi dei personaggi. Se in un romanzo del 2017 si caccia e si pesca, si parla il poetese e qualunque storia termina in piscem ovvero con una immersione panica e consolatoria nell’acqua marina ( così per alcuni romanzi molto ben piazzati in questa stagione di premi, da L’Arminuta già citata a La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi), qualcosa non torna, ripetiamo, in senso regressivo ( se non reazionario).

Nella poesia degli autori coetanei gli strumenti della comunicazione sono diventati forme del pensiero, Gherardo Bortolotti fa poesia con le Tracce del web, Tommaso Ottonieri ai tempi del primo Facebook ( quello più innovativo dal punto di vista delle scritture) ricavò un racconto dai suoi status. E non è solo questione di procedure: c’è una discrasia patente tra chi scrive romanzi e chi pratica forme di scrittura alternative ( anche dirle poesie è desueto, perché sono incroci tra arti e saperi, ibridazioni di strumenti e di approcci, installazioni: si pensi ai recenti cut- up di Michele Zaffarano o a Glossopetrae di Simona Menicocci, che fa poetica della stratigrafia): i primi stanno con la marchesa che esce di casa alle cinque, i secondi col barattolo sul tavolo di Tarkos. Un barattolo vuoto, cui non capita nulla di epico, meno che mai da enfatizzare con la laccatura del linguaggio arte- fatto. Romano Luperini ( nato negli anni Quaranta), in una recente autointervista sulla rivista L’immaginazione, dice di essersi ispirato, nel suo romanzo L’ultima sillaba del verso ( che finanche il suo editore ha ignorato, a vantaggio di prodotti pop dal valore estetico nullo), alla poetica di Annie Ernaux, proiettando la dimensione personale entro un orizzonte storico ( e viceversa).

Le fotografie ( descritte, come in Ernaux e Luperini, o messe a testo come nell’ultimo, notevolissimo romanzo di Michele Mari, Leggenda privata) fanno significativamente da ponte tra il contemporaneo ( collettivo) e l’orizzonte soggettivo ( ma emblematico di un’epoca, come per i rapporti fra la famiglia Mari e la vita intellettuale e artistica dell’ultimo mezzo secolo). Lo sfondo teorico è l’autofiction ( alla Walter Siti, più che alla Carrère, qui da noi, cioè con un surplus ideologico e teoretico), che pare riguardare scrittori di generazioni diverse, più âgée.

Ai ( relativamente) giovani resta il miraggio del Grande Romanzo ( sono quasi tutti molto voluminosi, i libri di autori come Matteo Nucci, Andrea Inglese e Giordano Tedoldi) perché al lettore il libro grosso piace di più, fa impegno e risolve il problema della scelta per un po’.

E il Grande Romanzo, come la Poesia di una volta, non può cominciare dalla doppia spunta di whatsapp: ne ha pudore, ribrezzo addirittura, mentre non si perita di partire da un notturno novalisiano. La discussione è aperta: si attendono repliche e critiche ma visto che non siamo in un romanzo può andar bene anche un tweet.

 

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