Giustizia 19 Jul 2017 11:26 CEST

Processo mediatico e prova scientifica: il mix micidiale

Perché il caso di Massimo Bossetti è emblematico della deriva giudiziaria italiana

È come se con l’assassinio di Yara Gambirasio e il conseguente processo a Massimo Bossetti fossimo entrati direttamente nella serie tv Csi – la scena del crimine. A scaraventarci in quel clima che pensavamo possibile solo nei telefilm americani ci ha pensato tutta la vicenda legata al Dna.

IGNOTO 1

Per anni la procura di Bergamo ha cercato di trovare a chi appartenesse il materiale organico recuperato sui leggins di Yara, di trovare cioè quel famoso Ignoto 1, che secondo ormai due sentenze sarebbe Massimo Bossetti. Siamo davanti a un’intricata vicenda dal punto di vista genetico e processuale, ma proprio per questo è interessante capire cosa sia davvero accaduto e quale sia stato l’atteggiamento prima della procura, poi dei giudici davanti alla “prova scientifica” entrata così prepotentemente in scena. Molti esperti – avvocati, criminologi, genetisti – in questi anni stanno ragionando su come la prova scientifica proprio per quel valore oggettivo che si dà alla scienza – possa condizionare fortemente gli esiti dei processi al di là del diritto alla difesa. Il caso di Bossetti da questo punto di vista è esemplare. Nonostante il Dna sia considerato la prova regina, quella che schiaccia davvero il muratore di Mapello, non solo non è stato possibile ripetere l’esame, ma questo la prima volta che è stato effettuato – non è avvenuto nel contraddittorio delle parti.

SCIENZA E VERITÀ

La prova scientifica è come se avesse sostituito tutti gli altri elementi come la dinamica omicidaria e il movente. Il rischio che si intravede è quello di fare diventare gli indizi “scientifici” prove certe, dogmi, che nessuno può mettere in discussione a discapito del diritto alla difesa. Problema non da poco in un’epoca in cui la scienza e la tecnica diventano strumenti di indagine decisivi. Non è un caso che per Bossetti sia stato proprio il Dna il perno su cui sono ruotati sia il processo di primo grado sia l’Appello. Ed è sem-È pre per questo che anche chi è convinto della sua colpevolezza, sperava che venisse accolta la richiesta di una super perizia che avrebbe fugato ogni dubbio.

GIORNALI E TV

Se la prova scientifica sta acquistando questo connotato di “verità” assoluta è grazie al connubio con quanto di meno scientifico esiste: il processo mediatico. Nel processo a Bossetti questi due elementi si sono sposati in maniera perfetta: da una parte il dogma indiscutibile del Dna ( come se anche un esame non possa essere più o meno effettuato correttamente) dall’altra un processo che è avvenuto ancora prima che nelle aule del tribunale, su giornali e tv. Da subito Bossetti è sembrato “l’assassino perfetto”: più la sua immagine appariva lontana dall’efferatezza del terribile omicidio compiuto ai danni della giovane Yara, più la sua immagine è diventata manipolabile da parte dei media. È per questo che il processo a Bossetti è diventato emblematico di quanto e come giornali e tv possano condizionare fortemente il dibattimento. Non si tratta quindi di essere più o meno innocentisti: il problema che alcuni si pongono – è se effettivamente l’imputato abbia sì o no goduto di un giusto processo e di un pieno diritto alla difesa.

IL FURGONE

Quasi quanto il Dna, nella storia processuale ha pesato il video del furgone che passa e ripassa davanti alla palestra da dove è uscita Yara prima di sparire. Quel video per molti è la prova della colpevolezza di Bossetti. Ma quel video non è mai stato messo agli atti dalla procura nel processo di primo grado. Era stato fatto, per ammissione degli stessi inquirenti, per “esigenze di comunicazione”. Non era stato messo agli atti perché si trattava sempre della stessa immagine montata per far credere che il furgone passasse e ripassasse, per dare cioè l’idea che Bossetti fosse ossessionato da Yara. Ma non è questo il punto. Questo riguarda il processo, non noi. A noi interessa riflettere sul fatto che una procura abbia “esigenze di comunicazione”. E’ l’ammissione che il processo mediatico è una realtà di fatto. E non è – qualsiasi cosa si pensi di Bossetti – una bella realtà.

 

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