Politica 16 Jul 2017 22:10 CEST

Pensioni, appello bipartisan: modifichiamo l’adeguamento automatico

Cesare Damiano e Maurizio Sacconi hanno lanciato una proposta sulla necessità di un rinvio strutturale dell’adeguamento dell’età di pensione all’aspettativa di vita

Cominciamo dall’ultima puntata. Ultimo “episodio” di questa “stagione” per rubare il linguaggio alle serie televisive – della corposa storia del dibattito sul nostro sistema previdenziale. Martedì 11 luglio ci siamo ritrovati, Maurizio Sacconi – presidente della Commissione Lavoro del Senato – e il sottoscritto, per lanciare un appello comune. E la “notizia” comincia proprio di qui: perché io e Maurizio Sacconi apparteniamo a schieramenti politici opposti. Sacconi fa parte, infatti, di Energie per l’Italia – guidata da Stefano Parisi -, formazione del centrodestra, io del Partito Democratico; e, generalmente, siamo d’accordo sul non essere d’accordo: “la strana coppia” ci ha definiti lui stesso nel corso della conferenza stampa. Eppure, come talvolta accade perfino nello scenario così conflittuale espresso dalla politica del nostro Paese, una questione relativa al sistema pensionistico ci ha permesso di trovarci a condividere la medesima convinzione.

La questione è quella dell’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, calcolata, dall’Istat, in un apposito indice. Noi pensiamo che sia necessario blocca- re questo automatismo. Allarghiamo l’inquadratura alla vastità dell’intero scenario. Questo automatismo è una delle misure inserite nella cosiddetta “manovra Monti- Fornero”, ossia, quello sconvolgimento del sistema pensionistico compiuto dal governo dei tecnici nel dicembre 2011, noto anche come “Decreto Salva Italia”. Molti sono i punti di iniquità conseguenti alla manovra attuata da quel governo e una loro descrizione richiederebbe uno spazio ben più vasto di questo articolo ( sul complesso dei processi di riforma del nostro sistema previdenziale e sull’azione che, in Parlamento, abbiamo svolto per raddrizzare una quantità di torti subiti dalle lavoratrici e dai lavoratori di questo Paese, ho pubblicato un libro insieme alla collega Maria Luisa Gnecchi: Pensioni: la riduzione del danno, edizione Ediesse). Ma, per tornare alle ragioni dell’appello comune, basti dire che, senza un intervento normativo, a partire dal primo gennaio 2019 si dovrà andare in pensione a 67 anni, nel 2021 a 67 anni e 3 mesi, nel 2031 a 68 e 1 mese, nel 2041 a 68 anni e 11 mesi e nel 2051 a 69 e 9 mesi. Mentre, per quanto riguarda le pensioni di anzianità, nel 2049 saranno necessari 45 anni di contributi per le donne e 46 per gli uomini. Di fatto, – considerata la discontinuità lavorativa – nessuno potrà utilizzare questo strumento. L’innalzamento dell’età avviene in modo automatico. Perché sia attuato basta una disposizione amministrativa dei direttori dei ministeri dell’Economia e del Lavoro. Di conseguenza, io e Sacconi condividiamo la necessità di un rinvio strutturale dell’adeguamento dell’età di pensione all’aspettativa di vita, almeno in termini tali da introdurre una maggiore gradualità. La manovra Monti- Fornero non ha, di fatto, previsto una vera transizione per cui, persone già prossime all’età di pensione, si sono ritrovate, all’atto della sua approvazione nel 2011, a subire, di punto in bianco, l’allungamento dell’età lavorativa fino a sei anni. Il sistema italiano si caratterizza già ora per il primato mondiale dell’età di pensione. Fermi restando gli obiettivi di sostenibilità nel lungo periodo, un po’ di buon senso aiuterebbe la società a ritrovare fiducia nella previdenza. A partire, prima di tutto, dai giovani.

Per questo, ci siamo ritrovati a rivolgere un appello alle colleghe e ai colleghi di tutti i gruppi parlamentari, così come al governo, per il rinvio. Ciò che proponiamo è di inserire nella legge di Bilancio, con la relativa copertura, una norma per allungare l’adeguamento ( ad esempio da due a cinque anni) o, in subordine, evitare lo scatto nel 2019. Accanto a questa norma, si potrebbe estendere il blocco dell’innalzamento dell’età pensionabile, già in vigore per i lavori usuranti dall’ultima legge di Bilancio, anche ai lavori gravosi con i quali si accede all’Ape sociale. La manovra Monti- Fornero ha creato un sovraccarico di iniquità a danno di chi vive del proprio lavoro, in particolare delle donne: si pensi alla modifica dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia; alla vicenda degli esodati per i quali il Parlamento ha dovuto lavorare duramente – fino alla legge di Bilancio 2017 – per produrre 8 salvaguardie. C’è voluta una complessa trattativa, avviata nel maggio dello scorso anno, tra Cgil, Cisl e Uil e governo Renzi – propiziata anche dalla nostra ostinazione e da atti parlamentari della Commissione Lavoro della Camera, come la proposta di legge 857 sull’anticipo pensionistico da noi presentata già nel 2013 e supportata da una petizione che raccolse 50.000 firme – per giungere, in settembre, alla sottoscrizione del Verbale di accordo. Un testo suddiviso in due “fasi”, nella prima delle quali ha visto la luce l’Ape, il sistema di anticipo pensionistico a 63 anni recepito, sempre, nella legge di Bilancio 2017.

Le domande per l’Ape “Social” sono state un successo numerico ed è necessario che la prossima legge di Bilancio contenga le risorse aggiuntive affinché ogni richiesta possa essere soddisfatta. Manca all’appello l’attuazione dell’Ape volontaria per la quale stiamo sollecitando il governo.

Ma allarghiamo ancora un po’ l’inquadratura. Abbiamo detto che si deve agire perché i cittadini recuperino fiducia nel sistema previdenziale. Prima di tutto, per quanto riguarda i giovani. I quali si trovano a doversi confrontare con una realtà assai dura, caratterizzata dalla discontinuità della vita lavorativa. Quindi, in un regime pensionistico interamente contributivo, alla probabilità di costruire un montante pensionistico – la somma dei contributi versati – insufficiente. La Fase 2 del confronto tra governo e sindacati prevede l’istituzione di una “pensione contributiva di garanzia”: noi proponiamo che, nel caso in cui i contributi versati non arrivino alla soglia di quella che consideriamo una pensione dignitosa ( ad esempio 1000 euro mensili), si provveda a una integrazione corrispondente all’attuale assegno sociale fino a un massimo di circa 500 euro, dedicata proprio a questi giovani lavoratori che rischiano di divenire i pensionati poveri del futuro. Tenere aperto il confronto tra governo e sindacati, con il supporto del Parlamento, è la via ineludibile per ricostruire, con pazienza e determinazione, quella fiducia perduta dei cittadini verso il sistema previdenziale e, di conseguenza, verso la politica.

 

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