Carcere 16 Jun 2017 10:09 CEST

Al carcere duro ci si suicida di più rispetto agli altri reclusi

Casi di suicidi, morti per malattia, disturbi psichici. In 41 bis, secondo uno studio dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, la frequenza di suicidi tra i detenuti è 3,5 volte maggiore rispetto al resto della popolazione reclusa. Il caso di Totò Riina – come fu con la morte di Provenzano – ha acceso un forte dibattito sull’incompatibilità o meno con la carcerazione dura per chi soffre di disturbi psicofisici. In realtà la questione fu già sollevata dalla Corte europea di Strasburgo riguardo all’opportunità di confermare il carcere duro nel caso di detenuti anziani e in condizioni di salute critiche. Nella sentenza Cedu del 17 settembre 2009 sul caso “Enea contro Italia”, la Corte sottolinea che ‘ le condizioni di detenzione di una persona malata devono garantire la tutela della sua salute, tenuto conto delle ordinarie e ragionevoli contingenze della carcerazione. Se non è possibile dedurne un obbligo generale di rimettere in libertà o di trasferire in un ospedale civile un detenuto, anche se quest’ultimo soffre di una malattia particolarmente difficile da curare, l’articolo 3 della Convenzione impone comunque allo Stato di proteggere l’integrità fisica delle persone private della libertà. ”. Poi continua: “La Corte non può escludere che, in condizioni particolarmente gravi, ci si possa trovare in presenza di situazioni in cui una buona amministrazione della giustizia penale richieda l’adozione di misure di natura umanitaria”. Dopodiché, la Corte ha chiesto di tener conto soprattutto di tre elementi per valutare la compatibilità del mantenimento in carcere di un ricorrente con uno stato di salute preoccupante, ovvero: la condizione del detenuto, la qualità delle cure dispensate e l’opportunità di mantenere la detenzione visto lo stato di salute del ricorrente. Inoltre, il tema era stato sollevato nel corso dell’indagine conoscitiva sul 41 bis della Commissione diritti umani dall’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini a proposito delle condizioni di salute di Bernardo Provenzano. Sulla base del ‘ cronico e irreversibile decadimento intellettivo’ e della incapacità di comunicare dell’uomo, ultraot- e malato, i difensori, Rosalba di Gregorio e Maria Brucale, avevano presentato reclamo contro la proroga del regime di carcere duro. Sappiamo però com’è andata: è morto, in regime di 41 bis, nel reparto di medicina protetta dell’ospedale milanese di San Paolo.

Tanti sono i casi di morte in carcere. C’è il caso di Feliciano Mallardo, condannato in primo grado a 24 anni per estorsione aggravata e associazione camorristica, che morì in regime di 41 bis nonostante soffrisse di diabete, insufficienza renale, problemi cardiaci e con un cancro polmonare scoperto quando aveva già raggiunto i sette centimetri di massa ed una metastasi al fegato. Oppure il caso di Palmerino Gargiulo, ergastolano sottoposto al regime del 41 bis, che fu ritrovato impiccato nel carcere di massima sicurezza del Cerialdo di Cuneo. Utilizzò una corda rudimentale fatta di lenzuola e lacci.

Attualmente ci sono diversi casi che Il Dubbio ha segnalato. La storia dei tre detenuti ultranovantenni che attualmente sono in regime del 41 bis al carcere di Parma, tra i quali uno che soffre di diverse patologie come l’Alzheimer e ci si chiede come mai possa ritenersi ancora pericoloso e lucido, tale da giustificare il regime duro. Altro caso emblematico riguarda la storia di Vincenzo Stranieri, ex boss della sacra corona unita, che presenta gravi patologie come il tumore alla faringe e viene alimentato con un sonditantenne no: infatti, attualmente recluso al carcere milanese di Opera, fa andirivieni tra il carcere e l’ospedale di San Paolo. Ovviamente sempre in regime di 41 bis. In realtà avrebbe già da tempo finito di scontare la sua pena, ma il ministero della Giustizia ha deciso di internarlo per altri due anni. Anna, la figlia di Stranieri, sta conducendo una battaglia giudiziaria per ottenere almeno la revoca del 41 bis, vista la sua vistosa incompatibilità con tale regime. Chiede di poterlo almeno abbracciare o dargli una carezza, ma non può farlo: c’è sempre il vetro divisore a separarli.

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