Carcere 15 Jun 2017 13:39 CEST

Andres, suicida nel reparto psichiatrico di Reggio Emilia

Ha fatto un cappio con il lenzuolo legato alla finestra e si è lasciato andare. Così, il 7 giugno scorso, si è impiccato un detenuto recluso nel reparto psichiatrico del carcere di Reggio Emilia. Si chiamava Andres Tangerini, aveva 47 anni, soffriva di una patologia psichiatrica ed era recluso da 2 anni e mezzo: a fine luglio sarebbe uscito dal carcere per andare in una comunità per potersi curare. A darne la notizia – confermata dal direttore del carcere di Reggio Emilia -, è stato Riccardo Arena, conduttore di Radio Carcere, programma di Radio Radicale che si occupa delle vicende legate al sistema penitenziario.

«Abbiamo avuto notizia di questo suicidio – spiega Riccardo Arena – solo grazie alla mamma di Andres, la signora Maria che ha contattato telefonicamente gli studi. A questo punto ci si domanda: quanti suicidi nelle carceri non si riescono a scoprire e restano nascosti?». La morte di Tangerini riapre però la questione dei detenuti psichiatrici reclusi in carcere.

Nonostante la chiusura degli ex ospedali giudiziari psichiatrici e l’apertura delle residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza ( Rems), il problema dei reparti psichiatrici in carcere resta ancora irrisolto. Ed è proprio l’istituto di Reggio Emilia che desta preoccupazione. Il Dubbio si occupò della vicenda e dopo la visita di una delegazione dall’Associazione Radicali Bologna Piero Capone, composta da Maura Benvenuti, Vito Laruccia, Monica Mischiatti, Silvia De Pasquale e Ivan Innocenti, si è è saputo che la gestione dei detenuti psichiatrici all’interno della casa circondariale emiliana è insostenibile e il dramma colpisce anche gli agenti penitenziari che si trovano costretti ad operare oltre il proprio turno di lavoro. Grazie al questionario dei radicali che Il Dubbio ha visionato, era emerso che su 351 detenuti presenti, 153 erano affetti da patologie psichiatriche. Cinquanta di loro erano sotto osservazione al nuovo reparto dell’ex Opg e ad operare c’era un solo psichiatra che effettua un monitoraggio una volta a settimana. Il resto del lavoro compete agli agenti penitenziari mentre, in realtà, nell’articolazione per la tutela della salute mentale dovrebbe operare il personale sanitario specializzato per la cura. Una situazione che ogni giorno diventa sempre più insostenibile sia per il personale che per i detenuti stessi. Non a caso, dal questionario si evince anche che c’è un crescendo di casi autolesionistici. Basti pensare che nel 2015, 70 detenuti hanno prodotto atti di autolesionismo, per poi arrivare nel 2016 a ben 137 casi. E ora c’è scappato anche il morto.

 

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