Sport 30 May 2017 11:32 CEST

Uno juventino a Roma, cronaca di una fede solitaria

Vivere la propria passione calcistica in una città ostile, tra sfottò, insulti e complottismi è una questione di sopravvivenza

Sono stato cattolico praticante fino ai quattordici anni, ateo fino ai trentasei e ad oggi pratico il buddismo da quasi dieci anni. Ho votato per così tanti partiti e simpatizzato per movimenti extra parlamentari che neanche riesco a ricordarli. Ho suonato in situazione che riproponevano i Clash, Mozart, gli Iron Maiden, Puccini, Count Basie, Chuck Berry, Jobim, Fred Buscaglione e via dicendo. Una cosa però ha fermamente contraddistinto la mia identità: sono sempre stato Juventino.
Lo ricordo come se fosse ieri: era estate, avevo cinque anni e stavo in bicicletta con mio fratello di nove e mio cugino di sei mesi più grande di lui. Mio fratello Luca disse: «Io sono della Roma» e mio cugino rispose: «Io della Juve». Non sapevo neanche cosa fossero la Juve e la Roma, ma sapevo che mio cugino era l’unico in grado di mettere in riga Luca quando, come spesso succede tra fratelli, mi riempiva di mazzate. Da ciò è facile evincere che non presi questa decisione perché la Juve vince sempre, ma per desiderio di autonomia da mio fratello.

E siccome, se si eccettua il caso di Emilio Fede, non è dato conoscere persona che abbia cambiato la squadra per la quale tifava, eccomi qui juventino, anzi peggio: Uno juventino romano. E come tale sono cresciuto.

Essere Juventino a Roma, come da anni racconta egregiamente Massimo Zampini, non è cosa facilissima. L’ anno dello scudetto di Falcao frequentavo la prima media. Il giorno dopo la finale persa con l’Amburgo, ad aspettare noi (tre) Juventini c’era tutta la scuola (e a quei tempi alle medie si bocciava e quindi c’era un nutrito manipolo di sedicenni che guidavano il motorino o anche il 125). Per entrare siamo passati tra due ali di folla che ci prendeva a mazzate urlandoci di tutto e di più.
Per contro altare, anche le vittorie più clamorose o inaspettate le ho passate da solo. Il 5 maggio per esempio stavo a casa di mia cognata a Ostia, la Juve a Udine andò subito sul 0-2, a quel punto mi misi a seguire Lazio-Inter. Il resto della famiglia uscì per andare al mare. Io mi ritrovai da solo a pensare: «Incredibile, abbiamo vinto uno scudetto. Vabbe’, ‘n artro».
E così negli anni ho maturato uno stile compassato, non gioisco, non esulto. Anche se vinciamo 3-0 col Barcellona non muovo un muscolo fino a che l’arbitro non fischia la fine.
Sarà difficile crederci per i tifosi di altre squadre, ma a me essere Juventino ha causato sicuramente più delusioni che gioie. Vuoi un po’ perché da che seguo il calcio la Juve ha vinto 16 scudetti, la mia ossessione, come per la maggioranza del popolo bianconero, è mettere le mani su quella dannata coppa. Quindi venirmi a dire che sono Juventino perché mi piace vincere facile è quanto meno fuori luogo.
Da che seguo il calcio ho perso cinque finali di Champions. Quando è nato mio figlio ho dovuto scegliere se motivarlo a tifare la mia squadra ed essere odiato dai miei\suoi concittadini («rubbate», «er sistema», «e Moggi!?») o garantirgli un futuro con molte meno vittorie, ma con la possibilità di condividerle con i suoi amici non ho avuto dubbi e l’ho orientato verso la Roma di cui ora è un gran tifoso. Quindi premesse tutte queste cose, potrò però essere contento se a un certo punto, una dirigenza accorta (e vi dico che il giorno che Agnelli annunciò l’ultima stagione di Del Piero non la presi molto bene, in fondo lui era la Juve. Che aveva fatto per noi Andrea Agnelli? Beh, ora “qualcosina” l’ha dimostrata) ha pazientemente ricostruito una squadra (ricordo il centro campo con Pirlo, Marchisio, Vidal e Pogba è costato meno di Destro e molto meno di Bacca), una mentalità.

Non era così scontato dopo i due settimi posti. Era una squadra inguardabile, i pezzi pregiati del mercato estivo (Diego e Felipe Melo) si erano rivelati del tutto inadeguati. Buffon era sull’orlo di una crisi di nervi, Bonucci non ne parliamo. Per tutt’e due le stagioni nel finale c’erano anche due o tre partite in cui non si riusciva a fare, non dico un goal, neanche un cross teso da fondo campo. Un po’ tipo l’odierna Inter.
In quegli anni non c’era nessuno che si lamentava degli arbitraggi pro Juve.
Ora immaginate se fosse arrivato qualcuno che vi avesse detto che quella squadra avrebbe vinto i prossimi sei campionati, tre coppe Italia e disputato due finali di Champions, gli avreste creduto?Vorrei vedere quanti tra i miei concittadini che mi rimproverano l’assenza di “amore territoriale” da parte degli Juventini siano in grado di sapere la peculiarità e dove si trova San Girolamo della carità, quanti abbiamo mai visitato il cimitero dei Cappuccini a Via Veneto e via via salendo quanti sappiano dire con certezza di chi è il campanile di S. Ivo alla Sapienza e quante volte abbiano visitato le stanze di Raffaello. Quanti di costoro sanno che Palestrina era il “principe della musica”? Quanti hanno mai sentito nominare gli oratori di Carissimi e conoscono l’avventurosa vita del suo collega Alessandro Stradella che grazie a una messa inscena a Roma ebbe di fatto la vita salva?
Perché per loro forse l’amore per il proprio territorio si base sull’identificazione in un club di uno sport (tanto è solo questione di tempo, in previsione di un campionato unico europeo prima o poi gli investitori sempre meno legati al tifo inizieranno a spostare le squadre in altre città sul modello del NFL americano), per me sull’empatia con gli abitanti (ho fatto de mi’ fijo ‘n romanista vero) e sulla conoscenza della storia e del territorio stesso.

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