Italia 12 Apr 2017 18:31 CEST

Matrix, La Gabbia, Cartabianca e il giornalismo sciacallo

Come i talk-show alimentano un clima paranoico da invasioni barbariche in cui ogni straniero diventa un potenziale terrorista. Il caso emblematico del quartiere romano di Torpignattara

Torpignattara, quartiere popolare e multietnico di Roma est,  è diventata la logora location del giornalismo sciacallo, un genere molto in voga sulle nostre tv.  Il format è semplice: si manda per strada un/una giornalista con un fare da palpitazioni cardiache che non trovi neanche sul fronte guerra a porre domande “scomode” ai tanti migranti che vivono in zona. Loro sono sfuggenti, non hanno voglia di rispondere a quella raffica di interrogativi in malafede, cose del tipo : «È giusto morire come martiri per Allah?», «L’Occidente in fondo se li è cercati gli attentati, vero?».  Giustamente tirano dritto e il-/la cronista d’assalto ne evince che questi stranieri islamici allergici allo stalking sono un po’ tutti conniventi con il terrorismo. Il messaggio è in tal senso devastante. In parallelo si montano immagini di degrado urbano con musiche ansiogene che sembrano uscite dal film “Lo Squalo”, si intervistano i nativi “esasperati” dalle invasioni barbariche, gente che ti dice carinerie del tipo: «Qui ormai è Africa, io sono razzista e non mi vergogno di dirlo», «Devono morire tutti, fanno schifo, se non ci pensa la polizia ci pensiamo noi».  Magari sono gli stessi che affittano in nero un sottoscala a una famiglia di otto bengalesi.

In un servizio andato in onda su LA7 nella trasmissione la Gabbia, l’inviata a Torpignattara Monica Raucci pretende di entrare dentro le abitazioni di alcuni migranti del centro Africa per mostrare in tv lo stato di incuria e malsanità in cui vivono le comunità di stranieri. Al loro comprensibile rifiuto, la cronista scuote la testa, la musica sale d’intensità in un climax drammatico in cui appaiono schiere di uomini in turbante che pregano contro un muretto e di donne velate che strisciano sui muri dei marciapiedi.

Uno, dieci, cento servizi-fotocopia che producono lo stesso sgradevole effetto di angoscia e la sensazione che in Italia è in corso un conflitto di civiltà animato dagli immigrati musulmani, ognuno dei quali è un potenziale jihadista.

Un’angoscia percepibile anche nel talk-show Matrix dedicato al fuggiasco Igor, ricercato da 800 poliziotti tra le paludi emiliane. Le interviste agli abitanti dei paesi in cui è stato avvistato l’ex militare serbo raccontano un ‘Italia spaventata e rabbiosa, pronta ad armarsi come ne profondo mid-west degli Stati Uniti: «Viviamo barricati in casa, e abbiamo un fucile per difenderci», spiega una signora, sottolineando che il sentimento di insicurezza è una costante della sua vita, molto prima dell’apparizione di Igor. Che in quella zona la percentuale di crimini  sia risibile non conta, quel che conta, come dicono i sociologi è “l’insicurezza percepita”.

Anche una trasmissione teoricamente “illuminata” come Cartabianca condotta da Bianca Berlinguer si è persa in questa melma. Nell’edizione di ieri è andato in onda il solito servizio di guerra su Torpignattara. Al termine del quale è partito il sondaggio assassino: «Che farei se mia figlia-figlio sposasse un islamico?». Al di là delle risposte (il 41% si opporrebbe, appena il 21% non avrebbe problemi), è proprio il quesito stesso, superficiale e malevolo, a manipolare l’opinione, a evocare, subdolamente, la perdita delle proprie radici culturali e la penetrazione di un’Islam cannibale (da una parte la propria figlia o figlio, dall’altra il bababu “islamico”) fin dentro le nostre case e le nostre famiglie.

 

 

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