Le ragioni del Dubbio

IL NOSTRO GIORNALE COMPIE UN ANNO

Giusto un anno fa, il 12 aprile, siamo usciti con il primo numero del Dubbio. Allora molti ci chiesero: «Siete sicuri che in Italia serva un nuovo quotidiano?». Era una domanda ragionevole, vista l’acutezza della crisi che oggi vivono i giornali. Credo però che oggi possiamo rispondere senza incertezze: sì, serviva un nuovo giornale e ancora serve. Serve proprio perché la crisi dei giornali ( e del giornalismo) è molto acuta. E cioè serve un giornale che scelga di fare giornalismo, di offrire al lettore le notizie, di cercare qualcosa che assomigli alla verità, e di considerare l’informazione un servizio e una attività culturale, e non uno strumento per difendere il proprio fortino politico e per bastonare a sangue i nemici.

La cronaca di queste ultime giornate ci fa riflettere un po’. Pare che il giornalismo italiano stia toccando un punto molto basso, forse il più basso della propria storia. Si direbbe che abbia perso ogni idea dell’autonomia e della dignità del proprio ruolo. Che non sia più in grado di raccontare e di giudicare – se serve – quello che avviene, ma che riesca solo a utilizzare i fatti – solo alcuni fatti – per difendere le proprie ragioni e le ragioni della propria parte politica.

Il caso- Consip è esemplare. C’è stato un giornale che lo ha inventato e guidato: Il Fatto Quotidiano.

Tutti gli altri grandi quotidiani, e le tv, a un certo punto gli si sono accodati. E per due mesi, dalla procura di Napoli hanno iniziato a filtrare notizie che dovevano restare segrete, documenti di accusa, pizzini, brani di intercettazioni riservate, e cioè tutti i possibili elementi che abbozzavano l’idea di uno scandalo che coinvolgeva l’ex premier Renzi, o almeno il suo braccio destro Lotti o almeno suo padre Tiziano. Si è scritto di un incontro segreto di Tiziano Renzi a Fiumicino con un misterioso signor X, poi si è scoperto che il signor X era semplicemente un amico di Tiziano. Allora si è scritto di un incontro ultrasegreto tra il dottor Romeo ( principale indiziato in questa vicenda giudiziaria) e ancora il signor Tiziano, dimostrato da una intercettazione.

El’altra sera si è scoperto che l’intercettazione se l’era inventata – manipolando un verbale – il capo del Nucleo dei carabinieri ( il Noe) al quale la Procura di Napoli ha assegnato le indagini. Ora il comandante del Noe è indagato e sospettato di “falso”, e se l’accusa della procura di Roma risultasse fondata si configurerebbe un caso di tradimento gravissimo, forse senza precedenti nella storia della Repubblica.

Le accuse contro il capitano del Noe arrivano come un fulmine a ciel sereno, perché da diverse settimane i giornali non si occupavano più del caso Consip. Era calato un silenzio tombale. Persino Il Fatto era a secco di notizie ed era stato costretto, per riempire le pagine, ad occuparsi di politica estera. Perché? Perché il Procuratore di Roma aveva tolto l’inchiesta al Noe, e la fuga di notizie si era improvvisamente interrotta. E così il povero Marco Travaglio, da quando Marco Lillo – prima firma della giudiziaria – arrivava la mattina in redazione triste e senza neppure uno straccio di verbale segreto offertogli da chissacchì, era stato costretto a scrivere di politica estera. ( Domenica scorsa, mi pare, aveva finito per fare una gran confusione sulla Siria sostenendo che Bashar Assad è al potere da 46 anni, ignorando evidentemente la circostanza che il dittatore siriano ha solo 51 anni di età e a 5 anni andava ancora all’asilo…).

Il problema è che una rapida scorsa ai giornali di ieri lascia sgomenti. Su nessuno – ma proprio nessuno – c’è un accenno di autocritica, un proposito di riflessione. Possibile che non ci sia nulla su cui riflettere? Se la stampa italiana per due mesi ha messo sotto assedio il capo in pectore del Pd, accusando suo padre di corruzione e facendo capire che anche lui c’entrava qualcosa, e poi un bel mattino si accorge che erano tutte frottole, è giusto o no chiedere scusa, quantomeno al signor Tiziano Renzi, e ragionare un attimo sulla facilità con la quale spesso – molto spesso – si offre ai lettori una informazione del tutto sbagliata, fantasiosa e fuorviante? Ed è possibile avanzare l’ipotesi che questo avvenga perché ormai la regola è considerare qualunque cittadino ( specie se famoso ma anche se non lo è) colpevole, gravemente colpevole, vergognosamente colpevole, solo se un magistrato qualunque, fosse pure il dottor Woodcock, apre una indagine su di lui? Ebbene, non solo questa riflessione non viene aperta, né nessuno si preoccupa di presentare le scuse, ma addirittura alcuni giornali ( proprio quelli che erano stati in prima fila nella campagna Consip, e cioè La Verità e Il Fatto) mettono in secondo piano la notizia. La notizia, ovviamente, è ( ed è clamorosa) il sospetto tradimento di un dirigente dei carabinieri accusato di avere manipolato un verbale per incastrare l’ex Presidente del Consiglio. Il Fatto dedica il titolo principale a un altro argomento ( sempre contro Renzi) e lascia un titolo secondario al caso Consip titolando così: «Cade un indizio su babbo Renzi ( ma restano in pedi tutti gli altri)». Io mi ricordo che quando ho iniziato a fare il giornalista, quasi 45 anni fa, lavoravo all’Unità che era il giornale del Pci ancora stalinista. Ma un’opera così goffa di travisamento della realtà, solo perché la realtà non piaceva al giornale, o al partito, non ce la sognavamo nemmeno. E quando il giornale pubblicò, per errore, un documento falso che accusava il ministro Scotti, non solo chiese scusa diecimila volte, quando si accorse che il documento era falso, ma si dimise il direttore, e poi il vicedirettore, il caporedattore e anche il vicesegretario del Pci. Allora, stalinismo o no, esisteva una moralità e un’igiene intellettuale che oggi ci sogniamo.

Ecco, un anno fa, senza sapere niente del caso Consip, abbiamo deciso di fare questo giornale proprio per intervenire nella crisi del giornalismo. Il Consiglio nazionale forense, cioè l’organismo che governa l’avvocatura italiana, si è posto questa domanda: è possibile, per l’avvocatura, dare un contributo alla crescita di una informazione diversa, in Italia, meno legata al dilagare del populismo, più oggettiva, più garantista, più fedele ai principi del diritto, più simile alla grande informazione europea e occidentale? È utile una impresa di questo genere per riportare il dibattito pubblico sul tema del diritto, rivendicando un’etica del diritto al posto della prevalente etica della pena?

Per questo è nato Il Dubbio. Per diventare un “granello” che si infila tra gli ingranaggi della macchina impazzita dell’informazione italiana, e che la fa inceppare. Ossia un “pensiero” che costringe almeno un pezzo del giornalismo italiano a fermarsi un attimo, a riflettere, a considerare il fatto che l’editoria italiana, l’intera editoria italiana si trova sull’orlo di un vero baratro. Se non riprende in mano le ragioni del giornalismo, se non ricomincia a ragionare sulla propria missione, sull’etica dell’informazione, se si lascia travolgere nel fango del giustizialismo, dell’informazione plebea che vive solo di odio ( e di odio e di odio e di odio), rischia di precipitare. L’avvocatura italiana si è fatta promotrice di un G7 di tutte le avvocature dei sette paesi più industrializzati, esattamente su questo temo: lotta al linguaggio dell’odio. In questa battaglia noi del Dubbio ci sentiamo soldati in prima fila.

E’ passato un anno da quando siamo in edicola. Siamo un po’ soddisfatti del lavoro che abbiamo fatto. E parecchio spaventati della mole gigantesca del lavoro che ci aspetta. Siamo piccoli, modesti, ma ci fidiamo di noi e del ruolo che l’avvocatura vuole riprendersi, al centro della civiltà politica e giuridica di questo paese che, nonostante tutto, è un po’ migliore del suo giornalismo.

 

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