Sorpresa: ora i partiti si scoprono garantisti

Se la politica decide di avere le spalle abbastanza larghe per sfidare il populismo giudiziario e per dire che il garantismo è un valore essenziale della democrazia, deve fare passi molto, molto più lunghi. Anche perché bisogna riparare i danni compiuti in un quarto di secolo

Forse qualcosa si muove nella politica italiana. Tra sabato e domenica si sono tenute due kermesse importanti. Quella di Renzi al Lingotto e quella di Giuliano Pisapia a Roma. In tutte e due il tema del garantismo ha avuto uno spazio notevole. È una grande novità. Renzi ha invitato il figlio di un ex politico inquisito, e poi suicidatosi, e successivamente risultato innocente: l’assessore Giorgio Nugnes, di Napoli. Facendo strappare i capelli al povero Marco Travaglio che sul “Fatto” ha strepitato per due giorni consecutivi, perché non si capacitava di tanto ardire. Pisapia ha parlato a lungo di un tema che peraltro, prima ancora di diventare un leader politico, aveva sempre messo al centro del suo lavoro e del suo impegno intellettuale: i diritti, anche i diritti individuali, come pilastri di una costruzione democratica. Questo schierarsi su posizioni garantiste è una novità, soprattutto è una novità a sinistra. Da una trentina d’anni almeno i partiti di sinistra in Italia hanno confuso garantismo e corruzione. E questo è stato un grandissimo problema.

Perché ha impedito a questi partiti di fare la lotta alla corruzione. E perché ha lasciato lasciato la difesa del garantismo ad alcuni delimitati settori del centrodestra, o più precisamente – se vogliamo essere precisi – a Silvio Berlusconi e al suo ristretto gruppo di collaboratori.

Il garantismo non può essere una esclusiva di una parte dello schieramento politico: non è un modo di pensare tipico della sinistra o della destra. Il garantismo non è una ideologia. È una forma di impegno politico e intellettuale organico all’ideologia democratica. Che necessariamente attraversa gli schieramenti. La democrazia non può esistere senza garantismo, perché assume subito una connotazione autoritaria e perde quel suo elemento fondante che è l’indiscutibilità dello Stato di diritto.

Noi siamo abituati a contrapporre garantismo e giustizialismo. In realtà non sono due filoni ideali che possano essere messi sullo stesso piano. Il giustizialismo è effettivamente una ideologia, come lo sono stati il comunismo, o il fascismo. Il giustizialismo è un modo di vedere le cose, e di immaginare l’impianto della società e dello Stato, che prescinde dal diritto e sostituisce il diritto con l’etica. Il giustizialismo, come il comunismo e il fascismo, appunto, sostituisce lo “Stato di diritto” con lo “Stato etico”.

Naturalmente “Stato di diritto” e “Stato etico” non solo non sono conciliabili, ma rappresentano due modi diversi di concepire le relazioni pubbliche. Lo “Stato di diritto” è basato sulla certezza del diritto. Lo “Stato etico” è fondato sulla relatività dell’etica. L’etica non è mai assoluta: dipende da chi la definisce, da chi la pratica, da chi la impone. L’etica, se diventa pubblica, è indissolubilmente legata al potere. Ed è subalterna al potere. Il diritto invece è superiore al potere. Lo organizza, lo limita, lo giudica.

Se davvero siamo entrati in una fase politica nella quale il garantismo – cioè la religione dello “Stato di diritto” – che da almeno trent’anni, in Italia, è considerato un nemico della “morale”, torna a pieno titolo al centro della scena, allora è logico aspettarsi che i partiti politici compiano dei passi concreti. Servono leggi che smantellino le legislazioni speciali e di emergenza che da trent’anni a questa parte hanno sfregiato lo Stato di diritto, servono misure che impediscano alla politica e al giornalismo di essere il regno dei sospetti e dei linciaggi.

Bisogna agire a tutto campo. Dalla legislazione in materia di pentiti, alle intercettazioni, alla pubblicità degli avvisi di garanzia, alla applicazione dell’articolo 111 della Costituzione – quello sul giusto processo, che oggi è violato da molte leggi in vigore – e infine al ritorno alla centralità del processo, che oggi è del tutto contraddetta dalla centralità delle indagini preliminari.

Si sta facendo già qualcosa? Non moltissimo siamo sinceri.

Allungare la prescrizione non è una misura che proprio coincide con quella indicazione della Costituzione che è la “ragionevole durata” di un processo. Se per una accusa di corruzione posso aspettare anche più di 20 per essere giudicato, e se poi addirittura a qualcuno sembrano anche pochi, la Costituzione va a farsi benedire. Le intercettazioni restano comunque uno strumento che qui in Italia è usato dieci o cento volte più che negli latri paesi europei. La carcerazione preventiva è una malattia mortale della nostra giustizia, che permette e giustifica inauditi soprusi.

In questi ultimi anni il ministro Orlando ha fatto fare molti passi avanti alle posizioni del governo. Molti, si, va bene, molti: ma – scusate l’ossimoro – davvero troppo pochi ancora.

Se la politica decide di avere le spalle abbastanza larghe per sfidare il populismo giudiziario e per dire che il garantismo è un valore essenziale della democrazia, deve fare passi molto, molto più lunghi. Anche perché bisogna riparare i danni compiuti in un quarto di secolo.

 

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