Commenti 18 Feb 2017 11:00 CET

Così gli spinelli mi hanno salvato…

I fatti di Lavagna e il tragico cortocircuito culturale e affettivo che ha portato un ragazzino di 16 anni a togliersi la vita

La vicenda di Lavagna è tragica. Un sedicenne si getta dal balcone perché, dopo essere stato trovato in possesso di una misera quantità di hascisc, i militari della guardia di finanza sono andati a casa sua e si sono fatti consegnare dieci grammi che teneva in un nascondiglio.
Mentre stavano parlando con i genitori il ragazzo, che non rischiava nulla di più di una segnalazione, è andato in un’altra camera e ha deciso di mettere termine alla sua giovane vita. Subito si sono alzate le voci sull’assurdità di una legge che, per compiacere il narcisismo dei Salvini o dei Giovanardi di turno, rende oggetto di attenzione delle forze dell’ordine il tre percento (due milioni di persone) di consumatori abituali di cannabis, ma anche il sei percento che ne ha fatto uso nell’ultimo anno (circa tre milioni e mezzo di persone) o anche coloro (ventidue per cento, circa tredici milioni) che l’hanno provata almeno una volta nella vita secondo le prudenti stime del dipartimento delle politiche antidroga della presidenza del consiglio dei ministri.

All’inizio la propensione generale era quella di dire che i genitori erano all’oscuro di tutto e quindi che il giovane ha compiuto il suo gesto per la vergogna di dover ammettere tutto. Durante il funerale poi la madre ha voluto ringraziare i militari della guardia di finanza: “Grazie di aver accolto il grido di disperazione di una madre che non poteva sopportare di vedere il figlio perdersi”.
Quindi è emersa una storia che aveva altri contorni. La madre preoccupata dal calo del rendimento scolastico del figlio e avendo il sentore che la droga fosse la causa di questo mutamento si è rivolta alla guardia di finanza. Il resto purtroppo è cronaca.
Ora bisogna capire se realmente gli spinelli siano la causa di ciò. Non conosco la storia del sedicenne, però posso raccontare la mia.

Quando andavo a scuola la parte di studenti che faceva uso di cannabinoidi era divisa in due. C’era chi voleva svagarsi, ma poi riusciva in un modo o nell’altro a recuperare e farsi promuovere, magari dicendo che dopo aver fumato si studiava più concentrati e chi invece cadeva in una spirale di brutti voti che terminava con la bocciatura.
Io appartenevo alla seconda. Al terzo anno di liceo scoprii in rapida successione: la marijuana, la musica e il sesso. A quel punto divenne davvero poco interessante per me cogliere le sfumature ironiche del Parini ne La vergine Cuccia. Così per due anni smisi di frequentare la scuola verso aprile. E l’anno successivo non potendo iscrivermi in alcuna scuola pubblica all’atto pratico non feci niente e non ebbi alcun’altra preoccupazione se non quella di trovare il “fumo”, di come pagarlo e come consumarlo.
Ma fu davvero la cannabis a portarmi in quella situazione?
A posteriori posso affermare con buona sicurezza che in realtà l’hascisc non fu la causa del disagio, ma l’effetto. Anzi gli psicoterapeuti che, per altri problemi mi hanno seguito anni dopo, considerano quel periodo come il momento di rottura nel quale io mi sono salvato da alcune dinamiche distruttive della mia pur rispettabilissima famiglia. E in effetti,(all’epoca sarei impazzito piuttosto che ammetterlo), tutti gli amici che come me lasciarono la scuola venivano da situazioni altrettanto “distruttive” , mentre quelli che, pur fumando, poi riuscivano ad andare avanti negli studi, vivevano in contesti più lineari.
Mi sono perso?
No, ho preso una sbandata. Per due anni mi sono divertito a sperimentare qualcosa di diverso dal mio mondo di provenienza, poi dovendo iniziare a studiare seriamente la musica, esperienza che probabilmente mi motivava assai di più che non la lettura de La vergine Cuccia, il mio interesse e le mie azioni si sono spostate su un altro oggetto.
Avrei voluto parlare con quella madre che in chiesa ha ammonito gli amici di non considerare “normale”una canna e di cercare lo “straordinarietà”in piccoli gesti quotidiani per dirle che forse a sedici anni può anche essere normale farsi qualche spinello e che non necessariamente chi ne fa uso si è “perso”. Anzi, magari come è successo a me ne è uscito più sano e forte di prima: in molti casi la ribellione adolescenziale, anche se indecifrabile e rabbiosa, è l’anticamera di una vita più equilibrata e funzionale.

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