Costume 24 Jan 2017 11:33 CET

Tenco, quella revolverata alla tempia ci gettò nella modernità

Tra il 26 e il 27 gennaio del 1967, il cantautore si chiude in stanca. Ha partecipato alla prima serata di Sanremo ed è stato eliminato. Si spara alle 2 e 30 ma prima scrive: «Faccio questo come atto di protesta contro il pubblico che manda “io, tu e le rose” in finale»

Era solo un ragazzo di ventinove anni. Ma quel suo gesto estremo di cinquant’anni fa – la notte tra il 26 e il 27 gennaio del ’ 67 – ha segnato una svolta epocale nella storia della musica italiana. Parliamo di Luigi Tenco, il cui suicidio durante il festival di Sanremo ha assunto – come ha spiegato il sociologo Marco Santoro che alla questione ha dedicato un libro: Effetto Tenco. Genealogia della canzone d’autore ( il Mulino, 2010) – il volto di «un trauma collettivo capace di generare nel tempo una significativa, duplice, innovazione: la fabbricazione della canzone d’autore come autonomo genere musicale e la consacrazione del cantautore come identità culturale».

Ma partiamo dai fatti. Luigi Tenco viene trovato morto, in una pozza di sangue sul pavimento della sua camera d’albergo a Sanremo, in piena notte. Cosa era successo? Al termine della prima delle tre serate della gara canora, dopo aver sentito del verdetto che non lo mandava in finale, Luigi si ritira nella sua stanza alle 2 e trenta. E scrive poche righe: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita ( tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io, tu e le rose in finale… Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi».

Nell’estate precedente, Tenco aveva conosciuto la cantante italo- francese Dalida e i due avevano subito fraternizzato. Poco dopo vanno tutti e due a Parigi, a convivere a casa di lei, ed è proprio in quell’occasione che nasce l’idea di partecipare a Sanremo con una canzone di Luigi. All’epoca, a Sanremo, ogni canzone era cantata da due interpreti, e Ciao amore ciao era il brano che loro avrebbero presentato a Sanremo. A otto- bre, 12 settimane prima del festival, Tenco viene intervistato su Radio Montecarlo dal suo “collega” Herbert Pagani. E spiega che le sue canzoni erano, da sempre, qualcosa di diverso e di alternativo rispetto alla classica canzone sanremese, che ossessivamente «parlava di fiorellini, di occhi, di mamme…». Tenco non si tiene e critica anche i primi cantautori, i suoi stessi amici della scuola genovese, troppo “decadenti”. E dovendo cercare degli esempi in positivi si limita a pochi nomi: Bob Dylan ( « Blowin’ in the Wind l’ho anche incisa, tradotta, e mi piace molto» ), De André, allora giovanissimo ( «un cantante che mi piace è un mio amico di Genova, Fabrizio… Tra l’altro ho lavorato in un film, La cuccagna, dove io canto una canzone di Fabrizio La ballata dell’eroe » ), Lucio Dalla ( «con quella barbetta e quel fisico da profeta è ). Date queste premesse, Tenco era certamente consapevole che la sua musica rappresentasse qualcosa di realmente innovativo per un pubblico quale quello sanremese. Non sappiamo se a decidere quella notte fu la delusione o altro, fatto sta che nell’immaginario passò il giudizio rappresentato anni dopo da Adriano Sofri: «Quando Tenco si ammazzò, non si badò abbastanza a quel messaggio finale così spaventosamente moderno: non posso vivere in un mondo che manda in finale Io, tu e le rose… ». E il riferimento andava alla canzone interpretata da Orietta Berti e che si era piazzata prima quella sera di gennaio: «Io tu e le rose / io tu e l’amore…» . Eppure, i verdetti erano chiari: Ciao amore ciao era fuori, aveva raccolto solo 38 voti su 900, risultava 12esima, quart’ultima e quindi bocciata. Alle tre del mattino, saputo della tragedia, Lucio Dalla piangeva disperato, Nico Fidenco invocava la sospensione del Festival, altri cantanti protestavano. Ma dalla Rai era venuto l’ordine di far finta di nulla, lo spettacolo doveva proseguire… Tanto che alle nove di sera del 27, solo un breve accenno alla tragedia da parte del presentatore Mike Bongiorno e la manifestazione andò avanti. Eppure, anche il settimanale Tv- Sorrisi e Canzoni non mancò di notare come il Festival avesse “liquidato” la morte di Tenco, non esitando a qualificare l’intera vicenda con la formula dello “scandalo”. Del funerale di Tenco, che si svolse in forma religiosa la domenica successiva a Ricaldone, il paese natale sulle colline tra il Piemonte e la Liguria, solo una rapida notizia in qualche quotidiano. Alla cerimonia parteciparono solo i parenti e gli amici d’infanzia. Dei suoi colleghi, solo due: l’amico De André e il cantante Michele… Questa è la cronaca. Altra la vicenda nell’immaginario. Il festival si era concluso sabato 28 gennaio. Alle 12 di lunedì 30, gli 80mila dischi di Ciao amore ciao che la Rca aveva stampato e distribuito in tutta Italia erano andati esauriti.

«Le previsione più ottimistiche – ha raccontato Mario Luzzatto Fegiz uno dei primi biografi di Tenco col suo Morte di un cantautore – alla vigilia del festival davano alla canzone una potenzialità di vendita di 40mila copie al massimo e solo per un disguido ne erano state stampate il doppio. Ma nella sola giornata di lunedì la Rca ricevette un ordinativo di altre 70mila copie. Un mese dopo il disco di Tenco aveva venduto 300mila copie». E quello fu solo l’inizio… Con una popolarità postuma crescente e dirompente, dieci anni dopo, a Luigi Tenco ( e al suo amico Gino Paoli) viene addirittura dedicato un libro celebrativo – C’era una volta una gatta – nel volume numero 6 della collana di Savelli “Il pane e le rose”, la stessa che era stata inaugurata da Porci con le ali.

Il libro era firmato da Gianni Borgna e da Simone Dessì, pseudonimo di Luigi Manconi. Una premessa: quattro anni prima della tragedia sanremese, nel ’ 63, si era rotta l’amicizia tra Tenco e Paoli, a causa della relazione del secondo con l’attrice Stefania Sandrelli, che Tenco non approvava, perché anche lui aveva avuto un breve rapporto sentimentale con lei. E Paoli aveva tentato il suicidio sparandosi con una pistola, anche se venne soccorso in tempo e si salvò. Oreste del Buono, recensendo il libro del ’ 77, proprio nel collegamento di questi fatti coglieva forse il “punto” della popolarità a un decennio di distanza: «Gino Paoli, com’è noto, si sparò a un certo punto una pistolettata al cuore, ma sopravvisse, è sopravvissuto e ora sta di nuovo riscuotendo un consenso di massa tra i ragazzi del ’ 77. Luigi Tenco si sparò una pistolettata il 26 gennaio ’ 67, non sopravvisse, ma è più che sopravvissuto nel ricordo e ora sta riscuotendo addirittura un culto di massa tra i ragazzi del ’ 77». E qui sta, secondo noi, il segreto dell’“effetto Tenco”. Al di là infatti di tutte le dietrologie sul suo suicidio, e anche della ricerca delle stesse cause profonde del gesto, quel tragico evento determinò – lo sostiene argomentandolo Marco Santoro – un prima e un dopo. Al punto che nell’immaginario Tenco cominciò ad assumere i tratti del “cantautore” canonico e che la sua venne definita canzone d’autore e che la sua divenne un’icona del mondo giovanile negli anni a venire. Tanto che a Tenco verrà intitolata a partire dal 1972 la rassegna italiana della canzone d’autore, alla quale parteciperanno negli anni tutti i cosiddetti cantautori, da De André a Guccini, da De Gregori a Vecchioni. Un genere era codificato ed era chiara la differenza con le cosiddette “canzonette”.

Del resto, come ha spiegato Gianni Borgna, fu soprattutto Tenco a «introdurci nell’atmosfera della cultura contemporanea. I libri di scuola si fermavano allora – sottolineava il compianto storico della musica leggera – a Pascoli e D’Annunzio… Ma con Tenco e gli altri venimmo introdotti in un’altra atmosfera. E quando incontrammo Montale o Pavese o Saba eravamo già partecipi di una visione scabra, essenziale e disincantata delle cose del mondo». E questa intuizione, probabilmente, c’era dentro la stessa consapevolezza di Tenco di contrapporsi alla tradizione della “canzonetta” all’italiana.

Nato a Cassine, in provincia di Alessandria, nel ’ 38, genovese d’adozione, Luigi fu subito preso dalla musica, insieme al compagno di banco Bruno Lauzi, e da un altro ragazzo che frequentava la stessa scuola, Gino Paoli. Comincia come sassofonista, si innamora del jazz, si appassiona agli chansonnier francesi. Tra gli scrittore più amati da Tenco ci sono, ovviamente Cesare Pavese e Albert Camus. Nel ’ 53 fonda un gruppo musicale, la Jelly Roll Boys Jazz band ( con Bruno Lauzi al banjo), che propone, tra i tanti brani, Nat King Cole. Nel ’ 56 Tenco entra a far parte come sassofonista del Modern Jazz Group che vedeva fra i componenti Fabrizio De André alla chitarra. Luigi, poi, traduce e incide Padroni della terra di Boris Vian… E i giornali cominciano a occuparsi di lui. Soprattutto intorno al ’ 62, quando Luciano Salce lo sceglie, buttandolo sul set, come protagonista del film La cuccagna, in cui impersonava la parte del giovane ribelle. Poi, il lancio discografico. Ma con uno stile davvero rivoluzionario.

Prima di lui, la caratteristica era quella di un’introduzione affidata al solista e un ritornello affidato al coro e all’orchestra. Ritornello cui si giungeva attraverso un crescendo che creava un’attesa e su questa attesa si innestavano due- tre esplosioni sonore. Uno schema rigido e stereotipato, quello della canzone italiana anni 50 che, appunto, Tenco ( con Paoli, Lauzi, Bindi e gli altri) mettevano definitivamente in archivio. Si pensi alla canzone di Tenco Mi sono innamorato di te, quattro strofe ricche di una musicalità insolita e prive di ritornello. «Per non parlare – spiega Mario Luzzatto Fegiz – dell’impatto del problema amoroso: niente incontri al chiaro di luna, nessun appostamento all’uscita di scuola, nessuna occhiata furtiva e nemmeno mille violini suonati dal vento: “Mi sono innamorato di te / perché non avevo niente da fare / il giorno volevo qualcuno da incontrare / la notte volevo qualcosa da sognare”» . Indimenticabili, infatti, su tutte le sue canzoni d’amore: Mi sono innamorato di te, appunto, ma anche Quando, Lontano lontano, Vedrai vedrai, Un giorno dopo l’altro, Se stasera sono qui, Angela, Se potessi amore mio, Com’è difficile… E su questo, vale senz’altro la pena di leggersi quanto ha scritto, ancora, Luigi Manconi nel suo La musica è leggera ( il Saggiatore, 2012): «Si tratta del più bel canzoniere d’amore scritto e interpretato da un musicista contemporaneo. Non che non ci siano canzoni d’amore altrettanto belle ( e magari più belle) scritte da altri autori. Ma nessuno ne ha indovinate tante. E sono canzoni d’amore allo stato puro, dove la semplicità e la linearità trovano sempre le parole giuste, tali perché elementari e perché esatte».

 

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