Commenti 12 Jan 2017 12:37 CET

Il jobs act è nato male

Ci avevano promesso che con il jobs act sarebbero successi miracoli sul terreno occupazionale in particolare su quello giovanile. Non è stato cosi perché le premesse erano erronee. Non nego che introdurre elementi di flessibilità nel mercato sia utile e tante volte necessario, ma questi sono validi se accompagnati da una politica di rilancio industriale e da investimenti pubblici e privati. Sicuramente la decontribuzione e le liberalizzazioni introdotte dal jobs act sono servite, ma, per la loro natura poco strutturale, finiranno per attenuare la spinta. L’Istat ha rilevato che a novembre ( rispetto allo stesso mese del 2015) ci sono stati 201mila occupati in più, ma rileva anche che l’unica fascia d’età in crescita è quella dai 50 anni in su, il che dimostra che si agisce ancora in una fase di corto periodo ( se le cose vanno male, c’è sempre la pensione) e che non si vuole rischiare sul lungo periodo: i giovani. Disoccupazione e crisi sociale abbiamo dimenticato l’essere umano

L’altra importante crescita si riferisce all’occupazione femminile, che a novembre raggiunge il 48,3% ( rispetto al 47,4% di un anno prima e al 48,1% di ottobre), ma occorre far notare che pur recuperando terreno le donne italiane si mantengono su tassi inferiori rispetto alle altre nazioni europee. Oltre al grave problema dell’occupazione giovanile permane un forte divario di genere. Sono queste le due debolezze che continuano a segnare e a caratterizzare il nostro mercato del lavoro.

Va anche registrato il travaso che si sta verificando dagli inattivi agli attivi il che dimostra che molti giovani italiani oltre che cercare fortuna all’estero si stanno dando da fare e cercano un lavoro, ma alla domanda poche volte risponde un’offerta adeguata e così cresce la precarietà e la disoccupazione. I giovani sono ormai diventati l’esercito di riserva dell’economia italiana e l’ampliarsi di questa popolazioni inoccupata dimostra due cose: 1) il nostro sistema dei centri per l’impiego non è oggi in grado di dare risposte, sia in termini di occupazione che di orientamento se una serie di imprese lamentano una carenza di manodopera fornita di competenze; 2) chela ripresa è ancora un fantasma che circola solo nei discorsi politici più che nella realtà.

Oltre al tema dell’immigrazione che comunque ha strette parentele con la mancanza di lavoro e con la permanente deflazione, quello dei giovani senza lavoro resta la vera sfida per il nostro Paese e per la politica che, a parer mio, mi sembra persa su temi e questioni certamente importanti ma che non toccano la carne viva della sofferenza sociale. Sembra che ci si stia dimenticando

che la produttività sul mercato del lavoro dipende, certamente dalle capacità innate ma soprattutto da quelle acquisite attraverso l’istruzione e la formazione maturata con l’alternanza scuola lavoro, l’apprendistato e un’idea positiva del lavoro.

Restare a lungo con alti tassi di disoccupazione giovanile e mantenere inalterato il divario di genere determina una perdita di capitale umano che può generare effetti gravi sia sugli individui che sulla società nel suo complesso. Non possiamo mai dimenticare che l’essere umano è un essere sostanzialmente relazionale e che il malessere può assumere l’effetto pandemia.

Forse, lo dico con timore e tremore, dobbiamo iniziare a prendere atto che siamo entrati in un mondo in cui le sorgenti di quello che abbiamo ritenuto fosse l’inarrestabile progresso materiale, tendono ad esaurirsi. Molti cittadini temono per il loro futuro e quello dei loro figli. Resto convinto che una diversa idea di progresso sia possibile senza ricorrere alla palingenesi della decrescita e che la rivoluzione digitale se governata e democratizzata e relazionata alla dimensione ecologica e sociale, può essere una possibilità di lavorare e di vivere meglio. Questi fattori ci invitano a rompere con le vecchie logiche e con le fissità del tempo passato. In questa logica occorre pensare e progettare un nuovo intreccio tra lavoro produttivo e attività di cura in modo che non si produca un nuovo dualismo tra chi ha la possibilità di avere un lavoro ricco e che deve accontentarsi di un salario di sussistenza garantito. Ho l’impressione che dopo che per secoli ci si è battuti contro la proletarizzazione, oggi la si voglia ricreare senza proletari.

La questione del lavoro per tutti sta diventando un’urgenza che non può essere misurata, come stiamo facendo, solo con criteri economici, ma di dignità e di cittadinanza.

La prima condizione è quella di mettere i problemi sociali, del lavoro e dell’occupazione, nel cuore della transizione tecnologica ed ecologica. L’impresa 4.0 può essere una opportunità per il nostro settore manifatturiero a patto che sia in grado di mettere al centro la dimensione dell’umano e non solo quella tecnologica. Si tratta di partire dai problemi del lavoro e dalla metamorfosi che sta subendo attraverso la pervasività della rivoluzione digitale per ricostruire il nostro modello sociale intorno diritti sociali e personali. La crescita della soggettività individuale non può essere sottoposta a valutazioni moralistiche e confusa con l’egoismo, ma come possibilità per il singolo di affermare la sua peculiarità, la sua differenza e la sua capacità di cooperare con altri nella convinzione che non vi sarà nessun progresso tecnologico e ambientale senza progresso sociale.

La seconda condizione è quella di affrontare le mutazioni con il dialogo sociale, la riflessione e partecipazione dei cittadini, se si camminerà insieme, le decisioni saranno più equilibrate e sostenibili. L’attuale dibattito sui voucher mi crea la sensazione di stantio, di vecchio e di già visto e che vorrei vedere tramontare. Quello che oggi serve non è se si è contro o pro il Governo, ma se nelle nostre proposizioni e soprattutto in quelle del riformismo c’è quel tanto di utopia che può mobilitare le coscienze dei molti.

 

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