Cultura 7 Jan 2017 11:48 CET

«Il pubblico mi ama perché non l’ho mai tradito»

Intervista a Lina Sastri: «Il pubblico mi ama perché non l’ho tradito»

LINA SASTRI DAL TEATRO A HOLLYWOOD, ORA TORNA IN TV

Lina Sastri ha legato il suo nome di attrice e cantante alla città di Napoli e con questa sua identità forte ha attraversato i confini nazionali. Lavora giovanissima in teatro con Eduardo De Filippo. Raggiunge presto la popolarità anche sul grande schermo e si aggiudica numerosi premi ( tra gli altri i David di Donatello con Mi manda Picone di Nanni Loy, Segreti segreti di Giuseppe Bertolucci e L’inchiesta di Damiano Damiani). Ha portato la canzone napoletana in tutto il mondo e spesso è autrice e regista dei suoi spettacoli. La casa di Ninetta, libro scritto in omaggio a sua madre – e poi monologo teatrale di successo – diventerà presto la sua prima opera cinematografica.

Il 13 gennaio avrà inizio una nuova serie del Bello delle donne… alcuni anni dopo. Lei interpreterà il ruolo di un’avvocata, Delia. Come è entrata in questi panni?

Delia è un avvocato di successo del bel mondo romano. Una donna intelligente, realizzata, sposata e con due figli grandi: un personaggio difficile, lontanissimo da me. È una divorzista e difende le donne della serie nelle loro difficili vicende con gli uomini. Per esempio assiste il personaggio di Giuliana De Sio. Delia è una donna che agisce per amore della giustizia, prende le parti dei deboli. Non è una persona pragmatica, nonostante sia disegnata come una figura borghese, con i suoi tailleur e le sue borse, i suoi cappottini. Al di là di questa compostezza esteriore, è una donna che, negli anni fine Settanta – Ottanta, ha vissuto una giovinezza oltre le regole, ma è stata in grado di conciliare libertà e giustizia.

Può anticiparci qualcosa?

Proprio nel pieno della sua realizzazione professionale, quando ormai sente di potersi concedere una libertà e un futuro diversi, il marito le confessa di voler vivere una nuova vita: vuole diventare donna. Si è sempre sentito prigioniero nel suo corpo di uomo e ha scoper- to che, finalmente, è libero di vivere la sua vera vita. Per Delia è uno sconvolgimento. Però, attraverso la sofferenza, in cui prima perderà se stessa, conquisterà una nuova amica: questo marito, a cui ha voluto bene per molto tempo e che le ha voluto bene. Avrà la forza di superare tutto con il perdono, con un sorriso.

Sempre a gennaio andrà in scena Mi chiamo Lina Sastri, al Teatro Trianon di Napoli. Essere Lina Sastri cosa significa?

Non lo so. Forse vuol dire aver dato corpo a una produzione – fra teatro, musica e cinema – che mi ha identificato. Solo con il tempo, tanto tempo, ti rendi conto che la vita ha seguito un suo percorso solitario, senza che tu lo abbia deciso. Ho incontrato dei maestri, è stata una fortuna. Lavorando con loro, ho restituito al pubblico un segno preciso, che mi ha identificato: la mia città, Napoli.

Mi chiamo Lina Sastri è un’autobiografia in musica, con sei musicisti in scena, interpreto le canzoni della mia terra, sia tradizionali sia di nuovi cantautori. Cito i miei maestri, ma anche mia madre e alcuni testi scritti da me. Scene e luci sono di Alessandro Kokocinski.

Un’identificazione particolare, quella napoletana, che non le ha impedito di raggiungere un pubblico ampio in Italia e al- l’estero, soprattutto grazie alla musica. A volte sembra dubitare di sé, non crede di essere un’interprete molto amata?

Amata sì. Forse perché sono stata fedele. Nonostante i tempi irriconoscibili e umilianti chiedano di abbassare sempre più le aspettative, io tento di guardare in alto. Forse le persone mi amano perché non le ho mai tradite. Il pubblico, quando viene a teatro, vuole emozionarsi. Se no a che serve? In un’epoca di linee rette e prevedibili, quando gli spettatori arrivano da me – se riesco – se ne vanno con qualcosa dentro che li ha arricchiti, divertiti o magari un poco cambiati.

La popolarità aiuta a superare le paure o le accresce?

Ne crea sempre di nuove. Più avanti vai, più grave è il peso delle responsabilità, e tu ti senti più debole.

Chi dice Napoli dice Eduardo. Che importanza ha avuto De Filippo nel suo percorso?

Ero giovanissima, avevo diciotto anni, quando ho incontrato Eduardo. All’inizio ero una comparsa, poi lui mi scrisse tre o quattro battute e da lì nacquero stima e affetto. Allora non capii, ero troppo giovane per capire, poi, con il tempo, mi sono resa conto di quale privilegio fosse averlo conosciuto, assistere ai suoi silenzi. Dopo Natale in casa Cupiello, con la partecipazione come Ninuccia, e piccole cose in teatro, lui morì purtroppo. Qualche anno fa, però, sono tornata a Eduardo con Filumena Marturano, insieme a Luca De Filippo e la regia di Francesco Rosi. Un’esperienza strana: perché Filumena Marturano è un personaggio granitico e tutte noi napoletane attrici pensiamo di conoscerla. Ma solo quando la incontri, capisci la sua complessità, la sua virilità, le luci e le ombre. Serve padronanza, nessun abbandono al sentimento, alle lacrime, all’autocommiserazione. Mi chiedo se fossi pronta quando l’ho interpretata. Forse non ancora del tutto. Mi manca Luca. Molto.

Loy, Moretti, Avati, Tornatore, Woody Allen e altri grandi maestri con cui ha lavorato. Cosa le ha insegnato il cinema?

Il cinema è luce. Ci sono i tuoi sguardi, le parole, le emozioni, ma tutto questo è filtrato da una macchina da presa, da un regista, da un direttore della fotografia. Sono grata a tutti coloro con cui ho lavorato. Con gli anni capisci che il cinema è seduzione. Peccato che nel cinema italiano, nonostante viva una bellissima fase, l’immagine di una donna che non è più una ragazza di 20- 30 anni – e non è neanche una che ha voglia di esserlo a tutti i costi, rifacendosi – non trovi molte storie da raccontare. L’America prova a dare spazio alle diverse stagioni della vita, potremmo tentare anche noi.

LEGATISSIMA A NAPOLI, HA LAVORATO IN TEATRO CON DE FILIPPO E AL CINEMA CON WOODY ALLEN.

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ALCUNI ANNI DOPO”, DOVE INTERPRETA UN’AVVOCATA IN CARRIERA

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