Benvenuto tra i garantisti, caro Beppe

EDITORIALE

Si può leggere in due modi diversi la svolta di Beppe Grillo. Il primo, banale, è quello di immaginare che sia uno dei tanti esempi di garantismo/ forcaiolismo a giorni alterni. Ci siamo abituati: è una schizofrenia che abita in quasi tutti i partiti. Grande rigore con gli avversari, grande rispetto per il diritto con gli amici. In questa disciplina le persone più diverse ( per esempio Orfini e Travaglio, per fare due nomi) sono identiche.

Oppure potrebbe essere l’inizio di una svolta vera. E allora sarebbe una cosa molto bella e saremo felici di dare a Grillo il benvenuto nella casa ( al momento piccolissima) dei garantisti/ garantisti, quelli cioè che pensano che il Diritto sia molto più importante del Sospetto, sempre, sempre, e che l’uso della magistratura per fare lotta politica sia una pessima abitudine.

Appena qualche mese fa un tipo come Di Maio, cioè il volto perbene dei Cinque Stelle, non si stancava di gridare che la presunzione di innocenza non vale per il mondo politico. Tutti colpevoli, ripeteva a ogni talk show. Teoria- Davigo.

Ora il capo dei Cinque Stelle modifica radicalmente la posizione di Di Maio. Caro Grillo, ti aspettavamo: benvenuto tra i garantisti…

La presa di posizione di Grillo contro il “linciaggi facili”, da tutti interpretata come una mossa Salva- Raggi, forse viene un po’ più da lontano.

Provo a mettere in successione le ultimissime mosse ( natalizie) del leader Cinque Stelle. La prima, subito dopo l’attentato di Berlino, è la richiesta di espulsione dell’Italia dei clandestini. La seconda, nella notte di Natale, è quella di pubblicare nel suo blog un vecchio articolo dello scrittore Goffredo Parise a mo’ di manifesto ideologico del movimento. Era uno scritto a favore della povertà, nel quale si abbozzava un programma politico “antisviluppista” ed egualitario verso il basso. La teoria della decrescita, per capirci, con qualche influenza del primo- Berlinguer.

Ora qui non si tratta di pesare la validità di quel programma. Né di giudicare la linea anti- immigrati ( di sapore leghista). Semplicemente bisogna prendere atto del fatto che inizia a delinearsi un programma. Finora i Cinque Stelle erano rimasti molto vaghi su questo terreno, ci avevano dato l’impressione di ritenere il programma politico un aspetto secondario della loro identità.

Terza mossa di Grillo, insorgere ( sia direttamente, sia attraverso il suo giornale, cioè “Il Fatto”) contro l’ipotesi di regole che limitino la cosiddetta “post- verità”. Voi sapete che “post- verità” è un nuovo termine della politologia e vuol dire “bufala”. Cioè menzogna, falsità. Il capo dell’Antitrust italiano aveva accennato alla possibilità di nuove regole per limitare le bufale, prendendosela soprattutto con il gran numero di balle o di leggende metropolitane diffuse attraverso il web, e che costituiscono, oggettivamente, una limitazione o addirittura una distorsione della conoscenza. Per spiegarci meglio con degli esempi, in questi giorni gira sul web l’idea che la colpa della meningite sia l’eccessivo numero di immigrati ( ma la meningite esiste in Italia da secoli, e non ha niente a che fare con i rifugiati). All’iniziativa del presidente dell’antitrust si erano affiancati, seppure in modo diplomatico, sia il presidente del Consiglio, sia il Presidente della Repubblica che nel discorso di fine anno ha polemizzato con la lotta politica fondata sull’odio e sulla menzogna. Grillo ( con l’appoggio di Travaglio) è insorto contro la minaccia di limitare la libertà assoluta del Web. Ha parlato di “Santa Inquisizione”. Avrebbe potuto parlare, per esempio, di minculpop ( il ministero della Cultura che nel regime fascista aveva il potere di censura sulle idee e sulle informazioni) ma invece ha fatto riferimento all’inquisizione, cioè a un tribunale. Non so se è un caso.

Infine la quarta mossa, ieri, che demolisce i principi giustizialisti che sin qui sono stati i pilastri del grillismo, e oggettivamente mette in discussione il diritto della magistratura di intromettersi nella politica. E diciamo pure che – in modo certamente più mediato – mette un po’ la sordina al grido di battaglia del movimento: “Onestà, onestà”. Non è che Grillo con la sua svolta antigiustizialista inviti alla disonestà, chiaro, ma rende evidente che non può essere il richiamo all’onestà l’unica bandiera – l’unico valore – del movimento.

Queste quattro mosse sono lo scheletro di una nuova strategia? A me sembra di si. E la messa a punto di questa strategia mi pare che abbia molto a che fare con la vittoria di Grillo al referendum e con la fine della fase rampante del renzismo. Il referendum ha messo una pietra sopra l’ipotesi di una democrazia maggioritaria e presidenzialista. Che era l’obiettivo di Renzi. Non conta molto se questo sia un bene o un male. E’ la realtà. Gli italiani hanno deciso che comunque si torna a una democrazia fortemente parlamentarista, non decisionista, e che anteponga il valore della rappresentatività a quello della governabilità. E questo vuol dire che nessuno vincerà le elezioni in modo netto, e che in Parlamento bisognerà costruire alleanze tra diversi, sia per governare sia per fare opposizione. Non si vince tutto alla mano elettorale, né si perde tutto. Si torna un po’ ai meccanismi della prima Repubblica e questo vuol dire che cambia il modo, cambiano i mezzi, cambia persino l’immaginario della lotta politica.

Grillo vuole entrare in questa lotta politica? Probabilmente sì. E per questo prepara la svolta politica nel movimento. Se di questa svolta farà parte la fine del giustizialismo noi non lo sappiamo. Però sarebbe una bella notizia.

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