Politica 29 Dec 2016 12:29 CET

E se domani si votasse col Mattarellum?

Secondo uno studio, il sistema conviene a Pd e Lega Nord, penalizza invece i 5 Stelle (anche se avrebbero la maggioranza relativa) e Forza Italia. Ma nessuno potrebbe governare da solo

Chi vincerebbe le elezioni se si votasse con una legge elettorale come il Mattarellum? Secondo uno studio di Youdem, la partita si chiuderebbe con una camera ingovernabile, o governabile solo attraverso alleanze. Conti alla mano, almeno a dar retta ai sondaggi dell’ultimo mese, il Movimento 5 Stelle prenderebbe più seggi di tutti ma di certo non abbastanza da avere una maggioranza. Dietro di loro si piazzerebbe il Pd la cui storica forza territoriale potrebbe però cambiare le sorti di molti collegi. E se domani si votasse col Mattarellum?

Dopo le aperture di Matteo Renzi all’Assemblea Nazionale del Pd, l’attenzione dei principali partiti politici italiani è tornata sul sistema elettorale in vigore fra il 1993 ed il 2005: il Mattarellum. Questo sistema, che si connota come un sistema misto – alla Camera una quota di 475 deputati eletti tramite collegi uninominali a turno unico, e 155 seggi assegnati con liste bloccate e soglia di sbarramento al 4% – ha da una parte ricompattato il Pd e dall’altra ha visto la disponibilità di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni, a condizione che si torni alle urne in fretta. Ma a chi conviene un ritorno al passato ed alla legge elettorale che prende il nome dall’attuale Presidente della Repubblica? YouTrend, progetto di informazione incentrato sui sondaggi e i trend sociali, economici e politici, ha cercato di capirlo partendo da una simulazione del risultato elettorale.

Per farlo è stata utilizzata la supermedia settimanale dei sondaggi al 18 dicembre 2016 ( che vede il Pd al 30,9%, il M5S al 29,2%, la Lega Nord al 12,2%, Forza Italia al 12,2%, Fratelli d’Italia al 4,6%, Alleanza Popolare al 3,4% e Sinistra Italiana al 3,1%). Si è ipotizzato innanzitutto che il centrodestra abbia la volontà e la capacità di individuare candidati comuni in tutti i collegi, stipulando un’alleanza nazionale, e che il supporto verso tali candidati sia pari alla somma dei partiti alleati. In seconda battuta sia Ap che Si sono state mantenute fuori da alleanze elettorali, non essendoci al momento precedenti a livello nazionale che facciano intravedere nell’immediato un sodalizio con il Pd renziano. Sulla base della media dei sondaggi citata, i due partiti non otterrebbero rappresentanza in Parlamento, non superando la soglia del 4%.

In secondo luogo, la griglia dei collegi utilizzata per la simulazione è quella che fu impiegata nel 1994, 1996 e 2001, e la simulazione si è effettuata per la sola Camera dei Deputati, dove l’elettorato attivo è composto da tutti i maggiorenni e che può riflettere più precisamente l’opinione fotografata dai sondaggi. Infine, si è presa la distribuzione territoriale del voto alle europee del 2014 ( che fra le altre cose ha il pregio di evidenziare correttamente la progressiva meridionalizzazione dell’elettorato M5S) e si è applicato uno swing nazionale uniforme. Il risultato è il seguente: Pd – 182 seggi ( 128 in base ai collegi, 54 in base alle liste); M5S – 241 seggi ( 190 in base ai collegi, 51 in base alle liste); Centrodestra – 203 ( 150 in base ai collegi, 53 in base alle liste).

Dei tre poli che competono a livello nazionale, il Movimento 5 Stelle risulterebbe il più consistente con 241 seggi, un dato assolutamente storico per il partito di Beppe Grillo, ma insuffi- ciente a conseguire una maggioranza. In sintesi il risultato ad oggi sarebbe la mancanza di una maggioranza alla Camera, con una situazione di sostanziale equilibrio fra centrodestra e Pd, con un vantaggio invece più marcato per il M5S. In particolare il Pd sarebbe punito dal suo essere “non coalizzabile” né con Alfano, né con la Sinistra, scontando il suo isolamento politico in un sistema ormai tripolare.

A livello di distribuzione territoriale del voto, quello che emerge complessivamente è un’Italia spaccata in tre: le regioni settentrionali a forte orientamento conservatore, specie nella provincia; le regioni rosse roccaforti del Pd, il Centro- Sud e le Isole con un risultato lusinghiero per il M5S. È bene ricordare che la simulazione è stata effettuata sui collegi risalenti al 1993. Questi numeri ci dicono quindi che la mossa di Renzi è un suicidio politico e che il successo dei grillini è dietro l’angolo? Tutt’altro.

A CHI CONVIENE IL MATTARELLUM?

Al Partito Democratico. Il dato dei 182 seggi al Pd non deve ingannare: questo risultato è frutto del dato elettorale più basso mai registrato nei sondaggi dal Pd renziano, una sorta di “nadir” post referendario. In prima battuta dobbiamo quindi registrare come in numerosi collegi ( una ventina) il principale partito di centrosinistra si piazzi a meno di 3 punti percentuali di distanza dal primo arrivato. Con un lieve aumento dei consensi al Pd ed in particolare una buona performance nel Nord Ovest, il partito di Renzi potrebbe sfondare agilmente quota 200 deputati. In aggiunta, il centrosinistra è tradizionalmente riuscito a mettere in campo nei collegi uninominali candidati che riuscivano a migliorare le performance che sulla carta erano previste, e non bisogna dimenticare che il Pd al momento controlla il 60% dei Comuni superiori italiani, sulla base delle tornate elettorali tenutesi fra il 2012 ed il 2016. I democratici hanno quindi a disposizione una classe politica diffusa sul territorio e con un passato amministrativo rilevante, che in un sistema di collegi maggioritari a turno unico può rappresentare un punto di forza.

In seconda battuta, i collegi utilizzati per la simulazione sono quelli definiti con decreto legislativo nel 1993. Ridisegnando i collegi nel 2016, le regioni che saranno penalizzate sono quelle dove il Movimento 5 Stelle ed il centrodestra raccolgono maggiori consensi, e questo potrebbe rappresentare un lieve vantaggio competitivo del Pd. il Pd potrebbe assestarsi oltre quota 250 deputati nell’ipotesi di un nuovo Mattarellum, consistenza che gli consentirebbe di essere partner inevitabile di qualsiasi gover- no post- elettorale. Questa quota di seggi sarebbe verosimilmente superiore a quella che il partito di Renzi potrebbe portare a casa con un sistema proporzionale, rafforzandolo nelle trattative che si terranno dopo il voto.

Alla Lega Nord. Matteo Salvini dovrebbe guardare con favore alla reintroduzione del Mattarellum per due motivazioni principali. La prima è che forzerebbe il centrodestra a ricompattarsi per individuare i candidati comuni nei collegi, e questo gli consentirebbe di concorrere per la leadership della coalizione, cosa assai più complessa in un sistema proporzionale. Ma più interessante e meno evidente è il ruolo giocato dai collegi del Mattarellum.

Ad oggi il centrodestra unito risulta avvantaggiato in 110 collegi del Nord. È verosimile aspettarsi che nelle negoziazioni con Forza Italia per l’identificazione dei candidati per l’uninominale il Carroccio possa legittimamente aspirare ad almeno 70 collegi “sicuri” su 110, visto il peso specifico della Lega rispetto al partito di Silvio Berlusconi da Roma in su. Un’altra ventina di seggi dovrebbero provenire dalla parte proporzionale, portando la Lega ad un risultato complessivo di poco inferiore ai 100 seggi. Rispetto ai circa 80 che potrebbe conseguire con un sistema proporzionale, il vantaggio per Matteo Salvini appare evidente, e si somma alla prospettiva di poter rappresentare il volto mediatico principale del centrodestra italiano.

A Fratelli d’Italia. Anche il partito di Giorgia Meloni potrebbe trarre ragionevoli vantaggi dal Mattarellum e dalla coalizione forzata con Forza Italia, ma per ragioni differenti rispetto alla Lega. FdI attualmente è accreditata di poco più del 4%, che rappresenta la soglia di sbarramento per la spartizione dei 155 seggi della quota proporzionale. La prospettiva di rimanere di poco al di sotto di questa soglia – specie in caso si affluenza molto differenziata fra Nord e Sud, con una penalizzazione per un partito come FdI che consegue i maggiori consensi in Meridione – non appare peregrina. Al contrario, le dinamiche di alleanze pre elettorali del maggioritario consentirebbero ai Fratelli d’Italia di poter richiedere almeno 10 candidature in collegi sicuri del Centro- Sud ( sui 34 stimati per il centrodestra oggi), garantendosi una rappresentanza alla Camera in ogni caso. Da sottolineare come il contributo del partito della Meloni sia fondamentale in tutto il Meridione per la competitività del centrodestra, motivo per cui difficilmente Forza Italia potrebbe poter fare a meno del piccolo partito della destra conservatrice. In definitiva questa prospettiva rappresenta un caso da manuale di cosiddetta “proporzionalizzazione del maggioritario”.

A CHI NON CONVIENE?

A Forza Italia. Da una parte una coalizione pre elettorale obbligatoria ed una perdita “netta” di collegi sicuri a favore degli alleati porterebbero il partito di Silvio Berlusconi a vedere la sua rappresentanza nella nuova Camera attorno ai 70 seggi, una quota probabilmente inferiore a quella che potrebbe conseguire con una spartizione proporzionale; dall’altra ancorerebbe più saldamente FI nel campo del centrodestra, creando complicazioni ad una possibile larga intesa necessaria nel ( probabile) caso in cui nessun partito controlli la maggioranza assoluta dei seggi. Non a caso i rumors vogliono i berlusconiani più centristi favorire una modifica al vecchio sistema elettorale, con un’espansione della quota proporzionale del Mattarellum dal 25% al 40%.

Questa posizione di Forza Italia è in verità curiosa, dal momento in cui il centrodestra globalmente inteso si denoti come molto competitivo nel Mattarellum, specie in caso di performance deludente del Movimento 5 Stelle al Centro- Sud. Proprio nel Meridione infatti la competizione diretta sarebbe centrodestra vs M5S, ed il primo beneficiario di un calo del consenso grillino ( anche solo di una manciata di punti, ritornando al consenso che in media si registrava per il partito di Grillo in primavera: 25%) sarebbe una ipotetica coalizione popolar- conservatrice. A ciò si aggiunga che nel caso in cui le fortune politiche dell’NCD dovessero subire uno scacco, anche qui i primi a trarne profitto sarebbero i candidati del centrodestra nei collegi a sud di Roma. Insomma, il Mattarellum nel complesso non sfavorisce affatto il centrodestra, ma tende a rendere plastiche le diverse traiettorie dei partiti che lo compongono. Da una parte una Ligue National che vede uniti Salvini e Meloni nel rifiutare qualsiasi accordo con il PD, dall’altra Forza Italia che non riesce ad emanciparsi da una tentazione di convergenza verso il centro, con la consapevolezza di poter sfruttare la propria posizione di partner inevitabile del PD nel caso in cui nessuno abbia la maggioranza alle Camere.

Al Movimento 5 Stelle. Nella nostra simulazione del risultato elettorale, il M5S è all’apice dei consensi, vicinissimo alla soglia del 30%. In caso di traslazione netta delle intenzioni di voto al partito sui candidati da esso indicati, il movimento anti establishment sarebbe assai competitivo in numerosissimi collegi del Centro- Sud. Il più probabile risultato sarebbe un M5S con più di 200 seggi, addirittura 241. Allora perché a questo partito non converrebbe il Mattarellum? Innanzitutto perché la traslazione delle intenzioni di voto per un partito sui candidati locali per collegio non è scontata. I candidati locali del M5S puntualmente “fanno peggio” rispetto ai consensi che sulla carta dovrebbe avere il loro partito. A questo si aggiunga che nella grande maggioranza dei collegi al momento attribuiti ai grillini la competizione sarà fra loro ed il centrodestra: una rinnovata competitività del polo conservatore ( tradizionalmente capace di mobilitare ampie fette di elettorato attorno al proprio ceto politico locale in Meridione), unita anche solo ad un lieve calo dei consensi per il partito di Grillo rappresenterebbe una grave minaccia in termini di seggi. Ora, queste valutazioni non ci devono portare ad un’equazione diretta fra comunali ed elezioni per il Parlamento, dal momento in cui la politicizzazione delle seconde sarà sicuramente ad altissima intensità ed il fattore di scarso radicamento dei candidati locali si farà sentire meno. Ma in definitiva la quota 241 seggi rappresenta al momento più un tetto massimo che una concreta aspettativa per il M5S. In questo senso possiamo comprendere il favore del M5S verso un sistema proporzionale, che consente loro di bypassare il problema dell’uninominale.

Concludendo, il Mattarellum apre spiragli interessanti per la competizione politica attuale. Da una parte tutti e tre i poli sarebbero competitivi, e avrebbero buone carte da giocarsi secondo i loro diversi punti di forza: una possibilità di uscire rafforzati dalla dinamica uninominale ( Pd), la capacità di mettere in campo una coalizione ampia e radicata in varie zone del paese ( centrodestra), un consenso ad oggi rilevantissimo in determinate regioni d’Italia ( M5S). Tuttavia il PD, la Lega e Fratelli d’Italia appaiono, sulla base delle considerazioni esposte, come i partiti che rispetto ad un sistema proporzionale senza clausole potrebbero ricevere maggiori benefici da un ritorno all’uninominale. Con la consapevolezza che l’esito più probabile delle prossime elezioni sarà comunque un Parlamento senza una maggioranza monocolore, ma la necessità di larghe intese dopo il voto.

 

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