Commenti 28 Dec 2016 15:26 CET

Superamento del giustizialismo e riforma della giustizia

L’ANALISI

L’ANALISI

Caro direttore, ogni volta che si ha notizia di fatti di malcostume o di corruzione, si invoca impropriamente la questione morale come se fosse un programma di governo, o una frase di per se salvifica. L’onorevole Orlando nei giorni scorsi ha fatto una dichiarazione molto importante, una formidabile autocritica nei confronti del suo partito e del vecchio Pci: ha detto ‘ abbiamo utilizzato il giustizialismo, come surrogato della battaglia per la giustizia sociale ed è ora di voltare pagina’, ed io mi auguro che il ministro della Giustizia mantenga l’impegno. Giustizialismo, questione morale e il rapporto alterato tra istituzioni

Vedo una relazione tra la grande esigenza di legalità diffusa nella società italiana e l’autocritica del ministro, che vorrei spiegare in questa mia lettera, che prende spunto dal tuo articolo sull’argomento.

Tu hai rappresento ancora una volta l’esigenza di una riforma della giustizia richiesta da vari anni ma sempre osteggiata, e violentemente, dalla magistratura; e Biagio De Giovanni, nella lucida intervista, ha messo in evidenza la inadeguatezza della classe politica nell’affrontare il problema della giustizia cruciale, per la democrazia e per lo stato moderno.

De Giovanni dice che ‘ c’è una invadenza della giurisdizione senza precedenti’ e questo è vero ma ha una giustificazione complessa che deriva dalla crisi della norma che ha fatto prevalere la giurisprudenza sulla legge: esempio emblematico il concorso esterno in associazione mafiosa che non è disciplinato dalla legge ma che la Corte di Cassazione ha statuito per suo conto.

Io dico da vari anni che la patologia più grave è l’invadenza del pubblico ministero che ritiene di agire ‘ nel nome del popolo italiano’. La prevalenza del potere di indagine della Magistratura su tutti gli atri poteri e anche su quello giurisdizionale ha determinato un circuito vizioso e pericoloso consapevolmente e inconsapevolmente utilizzato da tutti, in particolare dai movimenti protestatari, per cui l’ormai famosissimo avviso di garanzia è elemento di allarme sociale perché inquina le istituzioni e il corretto rapporto civile. Superare il giustizialismo incriminato e irrazionale che ha alterato il concetto stesso di giustizia è un problema urgente che costringe ad affrontare il problema della giustizia in Italia Dagli anni 90, dall’infausto periodo di Tangentopoli i casi di corruzione di alcuni politici ( molti pochi in verità) hanno trasmesso all’opinione pubblica l’impressione che il sistema politico e istituzionale fosse interamente corrotto e si è perciò invocata una giustizia sommaria che per essere tale non fa distinzioni e accomuna tutti in un unico giudizio. Si è quindi immaginato che la ‘ questione morale’ si potesse affrontasse con un giustizialismo con una condanna diffusa e generica.

A distanza di tempo si può oggi dare un giudizio sereno: alcuni partiti e in particolare il Pci ha utilizzato in quegli anni i fatti giudiziari per una lotta politica alla Dc che per tanti anni non era riuscita a sconfiggere.

Anche per questa interferenza della politica la magistratura aveva assunto in quegli anni, e sembra continui a voler assumere un ruolo di fustigatore dei costumi, di condanna di comportamenti irregolari non solo di natura penale, e si è attribuita il compito di garantire la legalità, fino a consentire al presidente dell’associazione di ripetere che “tutti ladri i politici, tutti, tutti, tutti” con un giudizio alla Savonarola che meraviglia da parte di un magistrato raffinato e conoscitore del diritto. Questo equivoco ha alterato il rapporto tra le istituzioni, e la magistratura ha assunto una pericolosa funzione morale, etica, quella di far prevalere il bene sul male, funzione non propria dell’ordine giudiziario, che ha acconsentito che si confondesse il reato con il peccato, sanzionando il peccato, il comportamento politico non corretto perché consentito e tollerato. Questa funzione impropria ha alterato il rapporto tra le istituzioni perché il magistrato e ancor più il giudice non è chiamato a garantire la legalità ma a reprimere la illegalità che è cosa ben diversa, e che risponde alla funzione propria dell’ ‘ ordine giudiziario’.

Si è determinata di conseguenza una contrapposizione anch’essa falsa tra il giustizialismo come condanna indiscriminata e il garantismo interpretato non come rigoroso ossequio alla legge e alla verità ma come accondiscendenza alla devianza che ha avvelenato la società. Se il ministro Orlando in concreto lavora per rendere effettiva la sua dichiarazione deve fare in modo che il potere politico e istituzionale sia fortemente autonomo e più autorevole rispetto alla magistratura che deve rientrare nelle sue funzioni proprie, per esaltare la divisione dei poteri indicata da Montesquieu come una rivoluzione democratica per superare tutte le incertezze istituzionali dell’acien regime. Alcuni ribadiscono che la magistratura non era e non è un potere ma un ‘ ordine’ ed è vero, o meglio è stato vero fino agli anni 60 – 70. Successivamente per mille ragioni e per la complessità del sistema sociale e istituzionale ‘ l’ordine’ è diventato ‘ potere’, e un potere non può non essere regolato, non può non avere regole precise. Queste nuove regole debbono ispirare la riforma della giustizia cominciando a modificare la Carta Costituzionale perché il ruolo della magistratura è profondamente diverso rispetto al 1948.

Riconosciamo che la crisi della legge ha affievolito la sua supremazia a vantaggio di un ruolo più consistente. Il giudice, ha assunto una funzione pressoché illimitata di interprete della norma, e quindi si attribuisce la funzione di controllo del “sistema”, di controllo giurisdizionale che, si trasforma in un controllo politico perché il controllo politico è carente, e perché attraverso l’attività di supplenza il controllo giurisdizionale si è trasformato anche in controllo politico”. Questo pensa la magistratura e i magistrati lo dichiarano sostanzialmente in ogni occasione. D’altra parte questa è diventata una caratteristica culturale di tutta la magistratura e non solo in Italia. Robert H. Bork docente alla Yale University, nel suo libro “Il giudice sovrano” scrive: “La rivoluzione politica porta con sé una rivoluzione culturale. Leggendo le opinioni di molti giudici sembrerebbe che essi ormai credono che la propria missione sia quella di proteggere la civiltà…. l’attivismo giudiziario, per le sue caratteristiche e per l’esempio che fornisce, incrina le fondamenta su cui sono basate le democrazie occidentali’. Bork conclude ‘ dobbiamo capire la portata della rivoluzione politica che sta avvenendo in tutte le nazioni occidentali e che sta portando alla graduale ma incessante sostituzione del Governo dei rappresentanti eletti con quello dei giudici nominati”.

Si tratta di considerazioni complesse che fanno giustizia della idea diffusa che il contrasto tra potere legislativo e giudiziario sia una bega di basso livello. Il tema è arduo e difficile ed è il problema principale della democrazia moderna. Dobbiamo dunque partire da questa considerazione di fondo per adeguare la Costituzione alla nuova realtà che si è determinata. Siamo appena usciti da un referendum istituzionale che pretendeva di aggiornare la Costituzione alle nuove esigenze della società e non si occupava della giustizia e della magistratura che è il problema principale perché un nuovo ruolo adeguato ad un nuovo potere giudiziario è essenziale per realizzare l’equilibrio e l’armonia tra le istituzioni.

La conclusione politica è che la corruzione e la devianza sono la conseguenza di mille atteggiamenti e comportamenti non corretti che la classe dirigente, in primo luogo, e tutti quelli chiamati a rappresentare funzioni socialmente rilevanti mettono in atto.

Si fa trionfare la questione morale se si organizza la cultura, se il tasso di scolarità è alto, se la politica è espressione alta della cultura, se i partiti svolgono il loro ruolo nella società, se le istituzioni sono rappresentative della realtà del paese e sono rispettate per la funzione che svolgono, se chi amministra un comune, una regione, un ente pubblico, segue regole comprese dai cittadini, se chi governa il paese si rivolge ai cittadini e non far promesse che non può mantenere.

La questione morale in definitiva costituisce l’esempio di comportamenti trasparenti che determinano solidarietà sociale e fiducia nelle istituzioni.

 

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