Editoriale del Direttore 20 Dec 2016 12:15 CET

La fine della “Grande Soggezione”

IL COMMENTO

Il ministro della giustizia, nel breve discorso che ha tenuto domenica alla riunione della Direzione del Pd, ha posto alla sinistra italiana ( schieramento al quale appartiene) una questione cruciale: quella del giustizialismo. Ha individuato nel giustizialismo l’origine di molti dei mali che hanno portato la sinistra a perdere la sua fisionomia e hanno reso sempre più flebili le sue connessioni con i grandi problemi del popolo.

Andrea Orlando ha detto testualmente: «Il giustizialismo è diventato il surrogato della giustizia sociale». E sorprendentemente, la platea, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, ha salutato le parole di Orlando con un lungo applauso. Orlando: è la fine della “Grande Soggezione”

Potrebbe essere l’applauso che pone fine alla “Grande Soggezione” che ha imprigionato nell’ultimo quarto di secolo tutta la politica italiana, e in particolare la politica di sinistra. Orlando non si è limitato a porre il problema della prevalenza del giustizialismo sul garantismo, ma ha collegato la scelta “neo autoritaria” con la rinuncia alla lotta per i grandi valori tradizionali di uguaglianza e libertà.

Credo che abbia toccato il punto decisivo: dall’inizio degli anni novanta ( quando in Italia si congiunsero gli effetti della fine del comunismo sovietico con l’inizio di Tangen- topoli e dell’offensiva della magistratura contro il ceto politico) la sinistra ha concentrato l’opera di revisione e di ricostruzione della propria identità su questa semplice “sostituzione”: la giustizia penale al posto della giustizia sociale. E ha blindato questa svolta realizzando una alleanza di ferro con la parte più conservatrice e anche reazionaria della magistratura. Da lì son nati i girotondi, i “popoli viola”, i travaglismi e tutto il resto. Da lì è nata l’idea che una forte immagine antiberlusconiana potesse da sola sostituire la lotta sociale e il pensiero politico.

Da quel momento la sinistra ha continuato a marciare sul doppio binario ( di lotta e di governo): lotta intesa come sostegno al populismo giudiziario, governo inteso come rinuncia alla battaglie per i diritti e per l’equità sociale. Non due scelte distinte e autonome tra loro: l’una necessaria all’altra. Il giustizialismo è stato lo strumento che ha permesso l’attenuazione della lotta per la giustizia sociale che a sua volta era funzionale a una concezione moderata del governo, che la sinistra riteneva l’unica scelta possibile.

Del resto persino sul piano lessicale l’operazione era molto chiara. La parola “giustizialismo”, in origine, non ha nulla di particolarmente forcaiolo. Al contrario, il giustizialismo è il movimento politico e di pensiero che sostiene, all’inizio degli anni cinquanta, l’azione in Argentina di Juan Peròn, e cioè un piano avanzatissimo di riforme sociali e del diritto, che determina un forte miglioramento della condizione dei lavoratori e una riduzione delle diseguaglianze. E’ un fenomeno politico profondo, che ha continuato a influenzare la politica sudamericana, e ha persino influenzato la cultura di personaggi di grande valore, come lo stesso papa Bergoglio.

Da noi la parola è stata usata invece esattamente per mascherare un’operazione di segno opposto: di restaurazione, di restringimento degli spazi per la democrazia e per le lotte sociali.

Francamente è assai difficile attribuire la colpa di tutto questo a Matteo Renzi, che aveva si e no vent’anni quando è iniziata la svolta giustizialista in Italia. Così come è difficile assolvere una buona parte degli oppositori interni di Renzi, che negli anni novanta e nei primi anni del 2000 sono stati invece i protagonisti del giustizialismo governista.

Ora il ministro Orlando, in modo autorevole, getta il problema sul tavolo, e lo illustra in modo molto chiaro. Forse getta sullo stesso tavolo anche il guanto di sfida.

Quale sfida? Quella di non considerare più la battaglia politica uno scontro sulla legge elettorale. E’ chiaro a tutti, specie dopo il risultato del referendum, che non è una legge elettorale a produrre il cambiamento. La possibilità di riformare il paese è legata alla possibilità che si producano idee politiche, e su quelle si costruiscano gli schieramenti, e su quelle avvengano gli scontri, le mediazioni, i dialoghi i compromessi.

Si tratta di vedere se Orlando resterà isolato, se il suo sarà solo un ululare alla luna, o se nel Pd tornerà a farsi strada il desiderio di fare politica: fare politica, non più, semplicemente, contentarsi di essere ceto politico

 

 

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