Commenti 14 Dec 2016 12:27 CET

Quanta fretta ma dove corri…Una crisi risolta troppo in fretta

Il quarto governo Andreotti dovette avere la stessa velocità, ma veniva dopo il rapimento Moro. Qui le cose sono diverse, ma l’incarognimento della lotta politica è arrivato nelle aule parlamentari

Mamma mia, quanta fretta. Sono proprio sicuri, nei piani alti dove si decidono queste cose, che sia stato un buon affare politico avere imposto tempi così rapidi per aprire e chiudere questa po’ po’ di crisi di governo esplosa con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale? E farsene un vanto sostenendo che al Consiglio Europeo di domani l’Italia avrebbe fatto chissà quale figura presentandosi con un governo dimissionario o con uno nuovo regolarmente formato, con tanto di giuramento sotto gli stucchi e gli specchi del Quirinale, ma non ancora confortato dalla fiducia pur scontatissima del Parlamento ancora felicemente bicamerale? Consentitemi di avere qualche dubbio, peraltro scrivendo su un giornale che ha fatto del “ Dubbio” il suo motivo di essere e di presentarsi ai lettori. Per fortuna è stato risparmiato al governo del buon conte ed amico Paolo Gentiloni, geneticamente incapace di procurarsi odi veri, non quelli finti dei grillini e simili, l’inconveniente di battere persino il drammatico primato del quarto governo di Giulio Andreotti. Che il 16 marzo 1978 si presentò alle Camere e ne ottenne la fiducia in poche ore, nella stessa giornata, con dibattiti praticamente fittizi, per dimostrare ‘ forza e fermezza’ – si disse – ai brigatisti rossi. Nelle cui mani insanguinate era finito quella mattina il povero Aldo Moro, sopravvissuto allo sterminio della scorta per la precisione militare con la quale gli assassini avevano saputo compiere il sequestro.

Moro si stava recando proprio alla Camera per la presentazione dell’ultimo governo alla cui formazione aveva contribuito come presidente della Dc. Un governo il cui programma era stato negoziato col Pci di Enrico Berlinguer per consentirgli di passare dall’astensione al voto di fiducia. Ma sulla cui composizione monocolore, interamente democristiana, non era stato permesso di mettere becco ai comunisti. Fra i quali si era creato un tale malumore da indurre il vice capogruppo Fernando Di Giulio ad avvisare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Franco Evangelisti, che la fiducia della sua parte politica non dovesse ritenersi più scontata. Aveva procurato disappunto, in particolare, la conferma di due ministri – Antonio Bisaglia e Carlo Donat Cattin – particolarmente ostili alla linea e alla politica di ‘ solidarietà nazionale’, di cui invece quel governo era espressione. Una conferma che lo stesso Moro aveva voluto in un incontro alla Camilluccia fra Andreotti e la delegazione democristiana incaricata di seguire la crisi, smontando le riserve oppostegli dallo stesso Andreotti e dal segretario pur moroteo del partito Benigno Zaccagnini.

Soffocato dall’emergenza oggettivamente rappresentata dal sequestro di Moro, il dibattito di fiducia si aprì e si chiuse senza nessun chiarimento. E il percorso del governo, già accidentato di suo per quel sequestro che rimane nella storia della politica italiana fra i più drammatici, se non il più drammatico momento, forse più ancora dell’infame delitto Matteotti durante il fascismo, divenne accidentatissimo. Rimasero nei rapporti fra la Dc e il Pci zone d’ombra e di sospetto che, accentuate dalle divisioni createsi fra i democristiani, e nella stessa maggioranza di governo, sulla linea della fermezza adottata nella gestione del sequestro di Moro, contribuirono alla fine di quell’anno ad una crisi destinata a sfociare nelle elezioni anticipate del 1979. Il governo Gentiloni non è naturalmente e fortunatamente paragonabile a quel quarto governo Andreotti. Né lo è il clima politico e sociale, diciamo così, di oggi a quello di 38 anni fa, anche se l’incarognimento dell’opposizione e, più in generale, della lotta politica è oggi approdato persino nelle aule parlamentari. Dalle quali ci sono partiti e presunti leader che si ritirano, indignati, pur in mancanza di un delitto tipo Matteotti. Ormai il senso della misura è stato letteralmente perduto.

Eppure il governo Gentiloni è approdato, o – vista la fretta – si è affacciato in Parlamento col piombo nelle ali costituito dalle riserve della o delle minoranze del principale partito della maggioranza: il Pd. Dove l’appoggio formalmente unanime della direzione è stato accompagnato da un avvertimento che in condizioni normali potrebbe essere e apparire persino banale, ma nelle condizioni in cui si trova il partito dopo la vicenda referendaria sembra più minaccioso che altro.

L’avvertimento a Gentiloni e al suo governo, poco o molto che sia il tempo a sua disposizione prima delle elezioni, anticipate o ordinarie che siano, in attesa di una nuova legge elettorale, appunto, è che debba ‘ convincere’ di volta in volta, con le decisioni e i disegni o decreti- legge, la dissidenza interna al Pd. Che però ha già dimostrato in parecchie occasioni di avere poca voglia di convincersi, o di non averne affatto. L’anticipazione imminente del congresso del partito potrebbe peraltro aggravare la situazione, anziché alleggerirla.

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