I governi servono per governare

EDITORIALE

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Ci sono due possibilità: quella di credere che la formazione di un governo serva a governare, oppure quella di credere che serva a fare da sponda, o da spunto, o da “ mazza”, per giochi politici e regolamenti di conti.

L’impressione è che ci sia in giro moltissima gente, specialmente ai vertici dei partiti, che è della seconda opinione. Ai vertici – intendiamoci – di tutti i partiti, quelli di destra e di sinistra, quelli di centro o i populisti e tutto il resto. L’idea che Paolo Gentiloni sia un pupazzo mandato lì a palazzo Chigi per fare il gioco di Renzi e della sua corrente, o per favorire Franceschini, o per impedire il dilagare di Grillo e di Salvini, oppure che sia stato mandato lì semplicemente per svolgere l’attività di liquidatore e portare tutti, subito, alle urne, è diffusissima. Anche nell’opinione pubblica, credo. Si è radicata la convinzione che questo parlamento sia illegale e dunque non possa esprimere un governo legittimo. Se chiedi perché, nessuno ti sa rispondere. Dicono: questo governo non lo ha eletto il popolo. Vero, ma è espressione di un parlamento eletto dal popolo. E il popolo ha bocciato la riforma Renzi– Boschi che spingeva verso una elezione diretta del premier ( pur senza affermarla chiaramente) e ha confermato a larghissima maggioranza questa Costituzione che prevede la repubblica parlamentare e non presidenziale ed esclude l’elezione diretta del presidente del consiglio e del governo. Gentiloni, un politico capace È giusto che possa governare

Dunque? A me, per esempio, non dispiace affatto l’idea di una repubblica presidenziale all’americana, ma la maggior parte dei partiti e delle correnti, e poi gli elettori, non l’hanno voluta. Discorso chiuso. I governi li fa il Parlamento.

Ieri sera il tabaccaio mi ha chiesto se mi sembra normale che si continui a fare governi in un paese dove non si vota da sei anni. Gli ho detto che veramente non si vota da tre anni e mezzo, e che non esistono molti paesi in Occidente ( salvo forse la Spagna) dove le elezioni politiche si tengano con una frequenza maggiore, e che comunque non avvengano, di norma, alla scadenza naturale. Il Pd ha sulle sue spalle una grande responsabilità. Se voleva andare a votare subito doveva dirlo e dichiararsi indisponibile a dar vita a un nuovo governo. Se non lo ha fatto, ora ha il dovere di sostenere fino in fondo Gentiloni. Se poi, dopo il varo della nuova legge elettorale si deciderà di anticipare il voto, con le nuove regole ( che al momento non ci sono) e su questo ci sarà l’accordo di una parte consistente delle forze politiche e del parlamento, benissimo, si voterà prima del 2018, cioè prima della scadenza naturale della legislatura. Altrimenti il compito di Gentiloni sarà quello di governare, al meglio, l’Italia. E i partiti potranno sostenerlo o opporsi sulla base delle proprie convinzioni politiche, non di calcoli elettorali cinici e gaglioffi, che francamente non fanno onore alla classe politica e posso dare l’impressione che, in Italia, l’opposizione difetti di senso dello Stato.

Sarebbe stato bello se ieri sera i leader dei partiti di opposizione, e anche di maggioranza, avessero detto ai giornalisti: vogliamo che Gentiloni sull’immigrazione faccia questo e questo, e sulla giustizia questo e quest’altro, e che faccia questo sul fisco, questo sul lavoro, questo sui lavori pubblici, questo a favore dei terremotati… Invece un paio di partiti di opposizione hanno detto che se ne vanno sull’Aventino, paragonando forse Paolo Gentiloni al duce che aveva fatto la marcia su Roma ( del quale alcuni di loro, peraltro, sono stati a lungo seguaci…); affermando, in questo modo, quasi formalmente, la loro intenzione di rinunciare alla politica per dedicarsi puramente alla propaganda. E persino nel partito di governo principale, cioè nel Pd, si sono sentite voci di ammonimento a Gentiloni, più o meno di questo tono: « Attento a quel che fai, non sei lì per governare ma solo per tenere occupata la poltrona… » .

Nonostante quest’alba poco serena, restano le speranze che invece alla fine prevalga la prima delle due opzioni che elencavo all’inizio di quest’articolo. E cioè la convinzione che un governo serva per governare. E che Paolo Gentiloni possa fare il suo mestiere, dimostrare se e quanto vale, e combinare qualcosa di buono per questo paese e per l’Europa.

Conosco Gentiloni da quando lui aveva 16 anni e faceva il liceo a Roma, al Tasso. Era già impegnato in politica, nel movimento degli studenti che in quegli anni aveva una grande forza ed era un luogo dove si producevano idee e pensiero politico. Non solo violenza e folclore. Me lo ricordo già da allora come uno che amava poco lo spettacolo, le mode, l’ansia di leadership. Non portava l’eschimo, ma il loden. Non era violento, mai. Non era certo un moderato, tutt’altro, era decisamente di sinistra, però non si faceva travolgere né dalle persone né dalla ricerca dell’effetto facile. Sono passati quasi cinquant’anni, e Gentiloni ha maturato moltissime altre esperienze, nell’ambientalismo, nel governo del Comune di Roma, nell’Ulivo di Prodi, in alcuni ministeri, e poi ai vertici del nuovo Pd. Non gli manca certo né l’esperienza né la preparazione politica. Che poi sia in grado di farcela, è un’altra cosa. Sarà durissima per lui. Lavorerà, temo, in solitudine. Dovrà guardarsi da un’opposizione feroce e dalle insidie di almeno un pezzo del suo partito ( non si sa se della maggioranza, dell’opposizione o… di tutt’e due).

Se si concentrerà sulle cose da fare, se troverà le soluzioni giuste, se rinuncerà a calcoli e a manovre, può trovarsi nella condizione di mettere tutti i suoi interlocutori di fronte alle loro responsabilità. Cioè di smontare quel giochetto “ al populismo” che non riguarda uno o due tra i partiti italiani, ma – oggi come oggi – quasi tutti.

L’ESECUTIVO, IN QUESTO SISTEMA, VIENE VOTATO DAL PARLAMENTO, NON DAL POPOLO.

SBAGLIATO PERÒ PENSARE CHE SERVA PER FAVORIRE I GIOCHINI DELLE DIVERSE FORZE POLITICHE

 

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