Riflessioni 10 Dec 2016 11:34 CET

Dario Franceschini, l’erede dei vecchi dorotei

Questa crisi di governo mi ha un bel po’ ringiovanito per quel che leggo e sento del ruolo che sta avendo o potrà avere con i suoi amici il ministro uscente dei Beni culturali Dario Franceschini. Su cui c’è chi scommette per la successione a Matteo Renzi come presidente del Consiglio, magari con l’aiuto del guardasigilli, anche lui uscente, Andrea Orlando. Che, a sua volta, potrebbe prima o poi ereditare da Renzi, con le buone o le cattive, la segreteria del partito.

Il ringiovanimento, condiviso da tanti miei coetanei, ma anche meno anziani, come l’amico Pigi Battista che ne ha appena scritto sul Corriere della Sera, deriva dal fatto che le cronache attuali della crisi assomigliano tanto a quelle – ahimè – lontane dei tempi migliori della Democrazia Cristiana. Migliori naturalmente per la stessa Dc, per i suoi dirigenti, elettori ed estimatori. Tutto si apriva e si chiudeva allora, nelle crisi di governo, soprattutto per gli equilibri interni alla Dc, che ciclicamente, spesso anche fra un congresso e l’altro, si scomponevano e ricomponevano, mai in modo uguale. Scomporre e ricomporre erano i verbi che usava e raccomandava il povero Aldo Moro, ineguagliabile in quell’arte. Ah, come rimpiango il carissimo Aniello Coppola, morto troppo giovane, a soli 63 anni nel 1987. Lui mi sfotteva come ‘ eurologo’: da Eur, dove si riunivano in un cubo di cemento armato i Consigli Nazionali democristiani. Nella cui aula noi giornalisti riuscivamo persino a mescolarci, seduti, con i consiglieri. Se avessimo voluto, qualche volta saremmo persino riusciti a votare con loro.

Aniello ogni tanto mi chiamava per aggiornare quella che lui chiamava ironicamente ‘ la carta geografica’ della Dc agli ultimi movimenti, o alla nascita, o gestazione di nuove correnti. In occasione poi delle crisi giocavamo alla guerra navale con le flotte composte appunto dalle correnti scudocrociate. La corazzata era sempre quella dei ‘ dorotei’, che era la più consi- stente. Quella di Aldo Moro, nata nell’autunno del 1968 dopo una brutta defenestrazione da Palazzo Chigi, la rappresentavamo di comune accordo con una casella soltanto per renderla più invulnerabile possibile, avendo entrambi simpatie per l’uomo di Maglie. Eppure votavamo per partiti diversi. Dal risultato della battaglia navale eravamo incoraggiati, come aruspici improvvisati, a formulare previsioni o auspici sulla soluzione della crisi.

Non vi dico il tifo che facemmo, tanto congiuntamente quanto inutilmente, alla fine del 1971, telefonandoci due volte e più al giorno, per l’elezione di Moro al Quirinale. Ma la candidatura del nostro amico, naufragata quella di Amintore Fanfani, non riuscì a decollare dai gruppi parlamentari della Dc per quattro o cinque voti soltanto, a vantaggio di Giovanni Leone.

*** Non è un caso, credo, che Franceschini, già risultato decisivo o quasi in passaggi importanti della vita pur non lunghissima del Pd, nato solo nove anni fa dalla fusione soprattutto fra i resti del Pci e della Dc, provenga dalla storia democristiana. C’è un po’ della vocazione in lui a mettere su correnti e a piazzarsi in tempo negli snodi politici.

Sulla specialità dei democristiani nel ramo correntizio vodetto glio raccontarvi ciò che mi disse una volta Franco Evangelisti dopo uno dei suoi incontri quotidiani, di prima mattina, nel ‘ transatlantico’ di Montecitorio, con Fernando Di Giulio, vice capogruppo comunista. Erano gli anni della cosiddetta ‘ solidarietà nazionale’, quando Giulio Andreotti, di cui Evangelisti era sottosegretario, guidava un governo composto interamente da democristiani ma sostenuto dall’esterno in modo decisivo dal Pci di Enrico Berlinguer.

Di Giulio, parlando non certo a titolo personale, aveva informato Evangelisti di certe tensioni esistenti nel suo partito per il prezzo politico troppo alto ch’esso pagava appoggiando un governo costretto dalla crisi economica a prendere decisioni impopolari, contestate in piazza dai sindacati, a cominciare dalla Cgil, dove il Pci era di casa. Un governo, poi, di cui i comunisti non potevano neppure far parte, secondo gli accordi presi dopo le elezioni anticipate del 1976.

Cominciò proprio con quel discorso di Di Giulio a Evangelisti a prendere corpo la crisi che sarebbe scoppiata alla fine del 1977, l’ultima gestita da Moro come presidente della Dc. E chiusa a metà marzo del 1978, pochi giorni prima del tragico sequestro dello stesso Moro, con l’aggiornamento del programma di governo e il passaggio dei comunisti non da fuori a dentro la compagine ministeriale, magari ricorrendo a qualche indipendente di sinistra eletto nelle loro liste, come pure era disposto a fare Andreotti, ma dall’astensione al voto di fiducia vero e proprio.

Informato da Evangelisti delle tensioni nel Pci, dove il dissenso cominciava ad organizzarsi in gruppi e gruppetti, Andreotti gli rispose chiedendogli di riferire a Di Giulio tutta la sua comprensione, ma anche amarezza, perché il partito delle Botteghe Oscure, mitico per la sua disciplina, stava prendendo dalla Dc ‘ non il meglio ma il peggio’, costituito dal correntismo. Un concetto, questo, che poi l’allora presidente del Consiglio avrebbe ripetuto in pubblico in modo più diplomatico commentando l’’ evoluzione democratica’ dei comunisti italiani. Ai quali Moro avrebbe in un celebre discorso a Benevento: ‘ Voi siete quello che anche noi abbiamo contribuito a farvi diventare, come noi democristiani siamo quelli che anche voi ci avete fatto essere’.

*** L’ispirazione alla storia della Dc ha suggerito a qualcuno il paragone di Franceschini, per l’agilità con la quale si muove nel mosaico o arcipelago del Pd, all’ex ministro democristiano Enzo Scotti. Al quale il compianto Carlo Donat Cattin in un congresso, commentandone il salto appena compiuto da una corrente all’altra dello scudo crociato, diede del Tarzan.

Il mio amico Carlo, capo della sinistra democristiana di ‘ Forze Nuove’, era fulminante nelle sue definizioni. Fu sua anche l’attribuzione di ‘ cavalli di razza’ ad Amintore Fanfani e a Moro, forse non tanto per promuovere i due maggiori leader del partito, l’uno un po’ insofferente dell’altro, quanto per declassare a ronzini tutto il resto della scuderia democristiana.

Ebbene, a favore di Franceschini debbo dire che quel soprannome di Tarzan non mi sembra appropriato. Scotti non disponeva di una corrente degna di questo nome. Era un solitario, che volava da un albero all’altro della foresta democristiana senza doversi portare appresso tanti amici, magari incapaci di volare e destinati perciò a rovinose cadute.

Franceschini invece è, o mi sembra, un vero e proprio capocorrente, attrezzato e capace di spostare sullo scacchiere del Pd pedine e quant’altro. Più che Scotti, egli mi ricorda da ‘ eurologo’ a riposo, come direbbe forse il mio compianto amico Aniello, uno di quei capi ‘ dorotei’ della Dc tempestivi e agili a spostarsi con tutti i loro uomini per conquistare nuove posizioni o difendere quelle acquisite ma sotto attacco. Erano uomini, i ‘ dorotei’, armati però più di cera che di bastone. Essi si adattavano a tutte le circostanze per avanzare o restare dov’erano. Ciò che evitavano di fare era solo l’arretramento, sapendo bene che attestarsi su ‘ nuove posizioni difensive’, come recitavano i bollettini di guerra di Mussolini, significava avere già perso.

Alla coerenza i dorotei privilegiavano il potere, come mi disse una volta Moro spiegandomi la ragione per la quale li aveva appena lasciati. Ciò non significa che Franceschini, troppo giovane per aver potuto conoscere Moro come il padre, o come me, sia arrivato a questo stadio del doroteismo. Ma deve stare attento a non arrivarci, magari a sua insaputa, come usa spesso dire in questa cosiddetta seconda Repubblica, che molti avevano troppo frettolosamente visto scivolare già nella terza.

FRANCESCO DAMATO

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