Editoriali 26 Nov 2016 11:25 CET

Stop alla violenza sulle donne

Sabato la giornata mondiale contro il femminicidio, domenica il corteo a Roma

Una rosa è una rosa è una rosa». Questo è un verso, semplice, bello, notissimo, di Gertrude Stein, artista americana di origini tedesche, che ha vissuto e scritto tra l’ottocento e il novecento. Possiamo parafrasare il suo verso: la violenza è la violenza è la violenza. Che vuol dire: è una, è sempre quella, come la rosa, ha quel profumo preciso, quel dna, quel significato. La rosa può essere rossa, gialla, scura, bianca: ma è una rosa. La puoi ripetere una volta, due volte, all’infinito. Resta una rosa, quel fiore lì, la sua unicità non cambia.E non cambia l’unicità della violenza. Cioè della sopraffazione. Dell’uso della forza, o della potenza, per sottomettere o annientare un’altra persona.La violenza è la sintesi dell’ingiustizia. La violenza sulle donne riassume in se tutte le altre violenze, perché ne è forse l’origine, comunque ne esprime interamente il significato e l’orrore. Esprime pienamente l’orrore di tutte le forme di violenza.Ieri si è celebrata nel mondo intero la giornata contro la violenza sulle donne. Ci sono state migliaia di manifestazioni. A Roma la manifestazione delle donne ci sarà oggi. Ha parlato il Presidente della Repubblica e anche il Papa. Può darsi che gran parte di questa mobilitazione sia una pura formalità, sia burocratica. Però appena dieci o vent’anni fa non era neppure immaginabile. Il tema della violenza sulle donne non era all’ordine del giorno. Che oggi se ne parli è una novità bella.Oggi noi sappiamo, perché ce lo dicono i dati, che la violenza sulle donne è un fenomeno vastissimo. Quello che nel gergo che ormai si è diffuso viene chiamato il “femminicidio” è il tipo più frequente di omicidio. Le donne uccise dai mariti, o dagli amanti, ogni anno, sono per numero più delle vittime della mafia. Eppure lo Stato e la società sono molto attrezzati nella lotta alla mafia, con polizia, carabinieri, giudici, leggi speciali, e un esercito di giornalisti. Per contrastare la violenza sulle donne non viene impiegato neppure un centesimo di quella forza e di quel dispiegamento di energie. E’ bello dedicare alla violenza sulle donne una giornata, ma se poi si continua a considerare il problema un affare per specialisti…La violenza sulle donne non è solo omicidio, o femminicidio, se piace dir così. Sono le minacce, le sberle, il ricatto, l’umiliazione, la mancanza di rispetto. E queste forme di violenza, che talvolta distruggono la vita di una donna, sono diffusissime. Riguardano milioni donne, forse la maggioranza.Molti naturalmente pensano che per affrontare questo problema bisogna aumentare le pene. E’ un tic nel dibattito pubblico italiano: il codice penale – si pensa – può risolvere le tare sociali.No, non serve aumentare le pene. Serve solo a mettere tranquilla la coscienza degli uomini che pensano di essere perbene. Cosa serve, invece? Un apparato dell’informazione e della comunicazione che convinca l’opinione pubblica che la violenza non è uno strumento di controllo, o di governo, o di conflitto, o di polemica. La violenza è il portato di tutti i difetti e degli orrori della civiltà. È la violenza che va combattuta, non il conflitto. E la violenza delle violenze è quella sulle donne. E’ interesse di tutti combatterla, perché le donne rappresentano, in questo campo, l’interesse generale. Ma per combattere questa violenza, e le violenze, va smantellata quella struttura maschile che si chiama “machismo”. E che dilaga nel dibattito pubblico. E se dilaga, e viene esaltata, nel dibattito pubblico, non può non propagarsi.Ieri Laura Boldrini ha diffuso i nomi di vari maschi che la insultato orribilmente su facebook. Ha fatto bene o male? Non so. Non giudico. Capisco la sua reazione al linciaggio. Mi chiedo se sia possibile combattere questo machismo, e se ci siano, forse, intelligenze, intellettuali, giornali, leader politici, disponibili a sacrificare a questo scopo un pochino della loro credibilità. E a rinunciare a un paio d’etti di aggressività e di muscoli tesi. Se non si parte da qui, da dove si parte? Vogliamo che le donne e solo le donne siano le protagoniste e le uniche combattenti di questa battaglia. Allora perdiamo. Perdono le le donne, e se perdono loro perdono tutti.