Opinioni 18 Nov 2016 11:52 CET

Perché Trump ha (giustamente) vinto ma oggi è un pericolo anche per l'Europa

Il neopresidente, per la sua affermazione con contenuti così eterodossi, e dall’altro lato Putin stanno dando una sponda a tutte le forze populiste ed estremiste

Prima di parlare delle persone, per le quali vale sempre il titolo del marxista russo Plechanov "La funzione della personalità nella storia", parliamo delle cose, dei processi economico-finanziari, delle fasi storiche. Ora è sempre più evidente che la globalizzazione – pronosticata come l'ennesimo trionfo dell'Occidente – si è tradotta nel suo opposto, in una serie di drammatiche contraddizioni economico-sociali che hanno investito tutto l'Occidente. Prima ritenevamo che queste contraddizioni si fossero concentrate solo in Europa (e ancor di più in alcuni paesi dell'Europa, la Francia, la Spagna, l'Italia, la Grecia, non la Germania), invece l'esame obiettivo della realtà mette in evidenza che esse hanno coinvolto anche gli Usa. Infatti se è vero che la rivoluzione conservatrice di Reagan e della Thatcher ha liberato gli spiriti animali del capitalismo imprenditoriale ottenendo per tutta una fase notevoli risultati economici, poi si sono innestati su di essa la finanziarizzazione e la deregolamentazione.Già all'inizio del secolo il grande economista marxista Rudolf Hilferding nel suo libro Il capitale finanziario aveva avvertito il pericolo corso dal capitalismo imprenditoriale se ad esso si fosse sovrapposta la finanziarizzazione dell'economia. Ciò è avvenuto in modo selvaggio nei primi anni Duemila quando la finanziarizzazione si è intrecciata con quella deregulation della quale negli Usa sono stati protagonisti sia i repubblicani che i democratici (in primis Bill Clinton), così come in Inghilterra prima la Tatcher e poi Blair.Tutto ciò ha portato alla crisi finanziaria del 2007-2008 con ricadute assai negative per tutte le economie del mondo. Gli esiti catastrofici per l'economia americana del fallimento della Lehman Brothers hanno messo in evidenza paradossalmente che le banche "non possono fallire" perché a loro volta produrrebbero il "default" dell'intero sistema. Così negli Usa Greenspan, guidando la Federal Reserve, ha inondato di liquidità il sistema economico ma la maggior parte delle risorse è stata appunto indirizzata al salvataggio delle banche e dai grandi operatori finanziari.Nei primi anni 2000, prima del bail-in, in Europa molte risorse pubbliche dei singoli stati (Germania, Spagna, Francia) sono state indirizzate a sanare i bilanci delle banche mentre però a livello della comunità europea, sul terreno della politica economica, veniva adottata una linea assai rigida fondata sul rigore e sull'austerità che la bloccato la crescita in molti paesi tranne che in Germania che sta da tempo sforando i parametri riguardanti il livello delle esportazioni. Nella narrazione corrente e prevalente a livello mediatico e giornalistico, si è affermata una interpretazione risultata inesatta secondo la quale sul terreno economico e sociale la presidenza Obama aveva risolto quasi tutte le contraddizioni, avendo assicurato crescita e sviluppo e una quasi piena occupazione. Purtroppo le cose sono molto più complesse e contraddittorie. Certamente sul terreno della sanità Obama ha fatto uno sforzo notevole anche se molto contestato. Da due libri, quello di Andrew Spannaus Perché vince Trump uscito a giugno e quello di Michel Floquet Triste America, emerge però chiaramente che gli Usa, in seguito alla crisi economico-finanziaria del 2007-2008 e ad una serie di scelte fatte precedentemente, sono spaccati economicamente e socialmente in modo assai profondo: a fronte di un 25-30% di persone che stanno in buone, ottime condizioni economiche (in quel 30% c'è anche lo 0,1 che detiene enormi quantità di ricchezza e di potere economico), tutto il resto della popolazione americana non si trova affatto bene e almeno 50 milioni di cittadini sono in condizione di povertà. Dal 2000 gli Usa hanno perso circa 6 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Nel '60 in Usa c'era circa il 24% di occupati nell'industria manifatturiera mentre nel 2016 essi sono scesi all'8%. Inoltre la cifra secondo la quale c'è una disoccupazione intorno al 5% non è reale nel senso che molti hanno preferito farsi cancellare dalle liste del collocamento per cui la disoccupazione reale è intorno al 15%. Per ciò che riguarda molti occupati, poi, i salari sono così bassi che una parte di essi è addirittura senzatetto perché non riesce a pagare un affitto. Esistono quasi 50 milioni di poveri che sono abbonati alle mense popolari, utilizzano i cosiddetti food stamp che nel 2015 sono costati 74 miliardi di dollari. Peraltro i tagli alla spesa pubblica sono stati molto forti. Per di più attraverso il gioco lecito delle deduzioni i super-ricchi stanno al di sotto del 20% di pressione fiscale che sui lavoratori dipendenti grava per il 25 o 30%.Il punto fondamentale sta nel fatto che la grande recessione del 2007-2008 ha prodotto disoccupazione e povertà ma la ripresa, avvenuta in modo molto forte e coinvolgendo circa il 30% degli americani, non ha invertito la tendenza per ciò che riguarda un'area molto vasta, intorno al 60-70%. Qui interviene l'interrelazione, per dirla in termini paleo-marxisti, fra la struttura e la sovrastruttura. Questo oscuramento del sogno americano ha avuto conseguenze politiche sconvolgenti perché è cresciuta negli Usa la contestazione nei confronti del cosiddetto establishment, di quello finanziario di Wall Street, del management dei gruppi imprenditoriali che ha stipendi elevatissimi, dei gruppi dirigenti del partito repubblicano e di quello democratico. Questa contestazione è stata sviluppata sia da destra nel partito repubblicano, dove è stata impersonata da Trump, sia da sinistra nel partito democratico dove è stata portata avanti da Sanders. Questa contestazione ha avuto effetti diversi perché Trump è riuscito a passare come un trattore sul gruppo dirigente e sulla cultura tradizionale del partito repubblicano vincendo così le primarie, mentre nel partito democratico la macchina del partito è riuscita a sconfiggere Sanders, anche con i brogli, e a far vincere Hillary Clinton. Già questa vittoria del socialista Sanders (che ricorda molto Lelio Basso) avrebbe dovuto suonare un campanello d'allarme per il gruppo dirigente democratico: solo qualche anno fa un "socialista" alle primarie sarebbe stato accompagnato gentilmente alla porta e negli anni Cinquanta forse sarebbe stato addirittura arrestato, invece Sanders ha preso il 43% dei voti e forse più. Così Hillary è stata vissuta più che come la candidata donna, come la quintessenza dell'establishment per di più con diversi scheletri nell'armadio (anche se quasi tutti fasulli). Così, in assenza di un candidato innovativo da parte del partito democratico, Trump ha potuto fare una sorta di doppio salto mortale. Sotto la parola d'ordine "change" è riuscito ad affermare da un lato una cultura politica di estrema destra, nella quale sono presenti isolazionismo, razzismo, contrapposizione ai diritti delle donne, dall'altro lato ha aggiunto ad essa una fuoriuscita dal liberismo e dal rigorismo tradizionale del partito repubblicano sulla spesa pubblica. Ha inoltre aperto, in nome di un recupero del salvataggio e del rilancio dell'industria manifatturiera, a una classe operaia abbandonata a sé stessa da un partito democratico insieme legato all'establishment finanziario e all'industria innovativa, quella di Silicon Valley, ma non a quella tradizionale. Così Trump ha potuto fare una sorta di operazione di "destra-sinistra" favorita anche dalla candidatura messa in campo dal partito democratico. Per altro verso, però, a vedere le cose con occhio disincantato, non è che Trump sia una sorta di puro spirito o di ultramiliardario che, come Berlusconi, ha finanziato da solo la sua campagna elettorale: alle spalle di Trump sta emergendo un multiforme establishment imprenditoriale e finanziario il cui nucleo duro è costituito dai petrolieri, il che può spiegare anche le sue posizioni sull'ambiente. Inoltre non è vero che Trump ha "sfondato" sul piano elettorale: egli ha preso 200 mila voti in meno di Hillary Clinton ma, anche grazie a tutti gli errori dei democratici, è riuscito a distribuirli meglio negli Stati. Per di più egli si è potuto avvalere anche dell'aiuto decisivo, a 11 giorni dalle elezioni, del capo dell'Fbi: visto che l'incredibile ingenuità di Obama aveva assegnato questa carica ad un repubblicano, certo moderato ma comunque amico di Giuliani.Trump ha preso all'incirca gli stessi voti di Romney alle elezioni precedenti, meglio distribuiti, ed ha vinto fondamentalmente perché è stata Hillary a perdere. Hillary ha perso circa 6 milioni di voti rispetto a Obama, non ha fatto il pieno dei voti delle donne bianche, degli uomini afroamericani, dei giovani di Sanders, e ancor di più della classe operaia bianca. Ciò detto emergono  con la vittoria di Trump enormi problemi negli Usa e a livello geopolitico. Negli Usa bisognerà vedere se Trump riuscirà a realizzare l'equilibrio fra le molteplici entità etniche, fra le classi, nei rapporti fra uomini e donne e sul piano economico-finanziario (visto che le sue proposte basate su grandi spese per infrastrutture e sulla riduzione della pressione fiscale, implicano vertiginosi livelli di deficit). Ma enormi problemi emergono anche a livello internazionale. Che direzione prenderà il conclamato isolazionismo, per molti aspetti impossibile per un paese come gli Usa? Che sorte avranno l'intesa sull'ambiente e i vari trattati internazionali sul commercio? Preoccupazioni ancor più marcate riguardano gli aspetti geopolitici della situazione. L'aspetto più inquietante del "trumpismo" sono i suoi rapporti "speciali" con Putin in quanto che quest'ultimo non è un leader "normale" ma combina insieme un durissimo autoritarismo nella gestione del suo paese (con l'assassinio e l'arresto sistematico dei suoi oppositori), l'ambizione di recuperare la politica di potenza, conflittuale con gli Usa e una linea di destabilizzazione nei confronti dell'Europa. Su quest'ultimo terreno emergono gli interrogativi finali. Nel corso della campagna elettorale Trump ha detto cose assai inquietanti sulla Nato, negandole la deterrenza automatica che è il suo aspetto fondamentale. Ora non possiamo nasconderci dietro un dito: da un lato Trump per la sua stessa vittoria con contenuti così eterodossi e dall'altro lato Putin, invece, con un'azione politica assai mirata, stanno dando una sponda a tutte le forze populiste ed estremiste esistenti in Europa. Rispetto a tutto ciò, bisognerà vedere se l'Europa riuscirà a dare una risposta o meno. L'Europa, in primis la Germania, di fronte all'atipico isolazionismo di Trump, perde qualunque rendita di posizione: o adotta una politica economica funzionale alla crescita, si dà una comune politica estera e della difesa specie rispetto al Medio Oriente e a tutela dell'Europa del Nord, oppure è destinata a disintegrarsi.  Per l'Europa il tempo delle rendite di posizione, del burocratismo, delle ripicche è davvero finito: da un lato Trump, dall'altro Putin sono due interlocutori assai difficili che la mettono alla frusta.Un capitolo a parte riguarda l'Italia e nell'Italia il Pd. Certamente Renzi ha commesso tutti gli errori possibili in termini di personalizzazione dello scontro sul referendum e di arroganza, ma malgrado questo e altro egli costituisce l'ultima spiaggia. Dopo di lui c'è il diluvio (cioè la disintegrazione del sistema politico e una crisi finanziaria devastante), oppure la vittoria dei grillini che sarebbe un altro disastro, perché essi incorporano un misto di ultragiustizialismo, di estremismo di destra e di sinistra, e di una totale assenza di capacità di governo (Roma e altri comuni docent). Dopo l'inaspettata vittoria di Trump, in questo contesto italiano, c'erano tutti i termini per la realizzazione del "sogno" di Ezio Mauro su Repubblica: Bersani, per di più dopo il decisivo contributo di Cuperlo al superamento dell'Italicum, aveva tutte le carte politiche per sfidare Renzi ad un incontro e per affermare che in una situazione di emergenza non solo nazionale ma internazionale egli, che essendo erede del Pci, ha una particolare sensibilità per il quadro internazionale, avrebbe chiesto a tutti di votare Sì, e a Renzi di dare segnali per l'unità del partito di fronte a periodi così sconvolgenti e imprevedibili. Nulla di tutto questo: Bersani si è limitato a scrivere una letterina melensa. Forse non c'è niente da fare: quos deus vult perdere perdidit.