Editoriali 18 Nov 2016 19:38 CET

Il pericoloso tramonto delle classi dirigenti

Sull’ultimo numero della rivista “Internazionale” c’è un articolo molto interessante di Slavoj Zizec (filosofo sloveno) sulla vittoria di Trump che è illustrato, a tutta pagina, da un disegno molto ben riuscito: un Carlo Marx in bianco e nero, maestoso, con la sua barba intimidente e il suo sguardo profondo e serio, che porta sulla fronte un parrucchino di un giallo canarino improbabile, proprio uguale uguale alla frangetta di Donald Trump. Marx – al di là delle sue idee specifiche e della sua collocazione politica a sinistra – è un po’ l’icona della politica che affonda le radici nel pensiero e nel sapere, o se volete della filosofia che diventa politica. Naturalmente la parrucchina di Trump è l’icona del contrario esatto.Non perché sia un esponente della destra, ma per la sua idea di politica come puro spettacolo e pura tecnica. Idea certo non originalissima, e neanche troppo nuova, ma che con la vittoria del miliardario newyorchese assume un valore universale e clamoroso.I giornali americani stanno diffondendo le notizie sulla nuova squadra che Trump si porterà alla Casa Bianca, e dunque sugli uomini che governeranno, nei prossimi quattro o otto anni, l’America e il mondo. I giornali americani sono, in gran parte, gli sconfitti nell’ultima campagna elettorale. Si sono schierati anima e corpo per Hillary Clinton e hanno preso una sberla che fa male. E ora sembrano inorriditi per i nomi dei collaboratori che Trump sta scegliendo. Tutti falchi, nel significato più genuino di questo termine.Trump non ha affatto avuto una svolta moderata dopo la vittoria e sta portando al vertice del mondo la destra più radicale. Che si oppone agli immigrati, ma anche all’aborto, ai diritti civili, allo sviluppo delle libertà (che da un secolo almeno è la caratteristica più importante del modello americano) e allo stato sociale.La destra radicale, negli Stati Uniti, è sempre esistita, e qualche volta si è anche affacciata nel cortile del potere. Ma è sempre stata respinta. Nel dopoguerra si ricorda qualche nome, come quello -il più famoso – del senatore Jo McCarthy, che perseguitò gli intellettuali e gli artisti di sinistra, ma durò solo pochi anni e poi fu spazzato via dallo stesso Eisenhower, che era il capo dei repubblicani; e poi Barry Goldwater, repubblicano anche lui, che voleva gettare un’atomica sul Vietnam, ma fu sconfitto da Johnson. E ancora George Wallace, che invece era democratico e razzista a 24 carati, e per quattro volte concorse alla Presidenza degli Stati Uniti, e per tre mandati fu governatore dell’Alabama. Nessuno di loro, mai, mise davvero in discussione il prevalere della tradizionale linea moderata che ha sempre governato, in America, l’alternanza alla Casa Bianca.Cosa sta succedendo, ora? Semplicemente un brusco spostamento a destra dell’asse politico americano?A me sembra che stia succedendo qualcosa di molto più complicato e nuovo. E’ il declino, o forse il tramonto, o forse addirittura la scomparsa di quelle che una volta si chiamavano le classi dirigenti ad avere provocato un vero e proprio terremoto, che ora nessuno più è capace di gestire, e che ha, nella sostanza, messo fuorigioco la politica.Quando uso l’espressione “classi dirigenti”, non penso solo alla politica, al ceto politico. Certamente la crisi della politica pesa in questo fenomeno, ma forse pesa più come effetto che come causa. Per “classi dirigenti” intendo quei blocchi di potere, ma anche di progettazione e di governo, che guidano le società, e fanno da punto di riferimento ai popoli, e che sono composti dall’intellettualità, dalle professioni, talvolta dal clero, dalle eccellenze della borghesia ma anche dalle eccellenze della classe di lavoratori. Sono questi “blocchi” (e le loro relazioni, il loro potere, le loro capacità di comunicare e di condizionare lo spirito pubblico) che consentono alla politica di svilupparsi e di esprimere la propria autonomia. La crisi della politica diventa inarrestabile se attorno alla politica scompare il pilastro, o lo scudo, costituito dalle classi dirigenti.L’impressione è che in Ocidente queste classi dirigenti si siano scomposte e sgretolate. In un processo molto lungo, che probabilmente è iniziato con la fine del comunismo, e dell’imperativo morale della difesa della libertà occidentale (dentro questo imperativo c’erano destra e sinistra, e, paradossalmente, liberali e comunisti), e che poi è letteralmente esploso con la globalizzazione, alla quale le classi dirigenti dell’Ocidente non erano preparate né culturalmente e neppure, forse, sul piano dell’economia.Fino a un paio di settimane fa sembrava che questo processo fosse impetuoso in Europa, ma ancora molto lento negli Stati Uniti. La solidità del liberalismo americano appariva ancora forte, forse inattaccabile. Era questa convinzione – più che i sondaggi – a dirci, traendoci in inganno, che poteva vincere solo Hillary. Ora sappiamo che non è così.E allora si pone il problema: me se la politica si è arresa e se non esistono più le classi dirigenti, chi comanda, chi comanderà? E’ una pura illusione (o una paura sbagliata) che il potere “scenda” verso il popolo, e che i nuovi movimenti populisti siano lo strumento per questo trasferimento. Il popolo, in assenza di politica (e dunque con la democrazia molto, molto indebolita: perché la democrazia ha bisogno della politica) conta meno di prima. Non ha più rappresentanza. Non è più organizzato. Diventa plebe. Difficilmente può far valere i propri interessi. La sua rabbia è il carburante per far vincere i populismi, ma non ha alcuna funzione dirigente.Il potere, sfuggito alla politica, è a disposizione di chi sarà più bravo a prenderselo. Leader che sappiano offrirsi come soluzione a tutti i mali. Con quali idee? Le idee compatibili col populismo. Più efficienza, meno diritti, più rigore, più giustizialismo. E chi stabilirà i confini dentro i quali affrontare i problemi di fondo, e cioè la struttura sociale dei paesi, la scuola, la sanità, la giustizia, l’assistenza? Lo stabiliranno gli unici poteri che comunque sopravvivono, cioè sopravvivono anche alla fine o alla sconfitta della politica: il potere economico e la magistratura.