Editoriali 17 Nov 2016 11:40 CET

Robledo, Albertini e Davigo. Secondo voi l'arroganza dov'è?

Storia di un giudice (diciamo così: “chiacchierato… “) che vuole togliere il diritto di parola a un parlamentare. E dei molti tifosi che mantiene tra colleghi, politici e giornalisti

I magistrati hanno varie possibilità per arrotondare lo stipendio. Per esempio possono scrivere dei libri, specie se sono magistrati famosi (perché vendono bene). Oppure hanno la possibilità di querelare o fare causa civile ai politici o ai giornalisti che criticano le loro sentenze o che criticano alcuni loro comportamenti. Al primo gruppo appartengono sia Piercamillo Davigo, presidente dell'Anm (Associazione nazionale magistrati) sia Nicola Gratteri (Procuratore di Catanzaro). Al secondo gruppo appartiene Alfredo Robledo, che oggi fa il Pm a Torino (ma sicuramente anche molti altri suoi colleghi). D'istinto a noi stanno più simpatici quelli che scrivono libri (anche se non si direbbe, a giudicare dal numero di articoli polemici nei confronti di Davigo e Gratteri pubblicati su questo giornale nei suoi primi sei mesi di vita…)Voi direte: ma cosa c'entrano i libri di Davigo con le querele di Robledo? Qualcosa c'entrano, ora provo a spiegarlo.Partiamo dalla vicenda Robledo. Tra il 2011 e il 2012 era procuratore aggiunto a Milano. Svolgeva varie indagini. All'epoca Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, era parlamentare europeo (oggi è senatore della Repubblica italiana). Albertini si lamentò, in alcune interviste, del modo nel quale Robledo indagava sul Comune di Milano e sulla Provincia di Milano. Secondo Albertini, Robledo mostrava accanimento quando indagava sul Comune e invece mostrava molta indulgenza quando indagava sulla Provincia. Aveva ragione Albertini? Ai fini del nostro ragionamento che avesse ragione o torto cambia poco. Noi qui non vogliamo giudicare né Albertini né Robledo, ma elencare dei fatti e poi trarre delle conclusioni.Dunque succede che Alfredo Robledo denuncia Albertini sia in sede penale che in sede civile. Albertini, che nel frattempo – come dicevamo – è diventato senatore, non chiede di utilizzare la norma che prevede l'insindacabilità delle opinioni dei parlamentari (articolo 68 della Costituzione) per il processo civile. E – come accade quasi sempre quando chi pretende il risarcimento è un magistrato – Robledo vince e ottiene un risarcimento di 35 mila euro (probabilmente superiore a quanto Davigo guadagnerà col suo ultimo libro, che però gli è costato molte giornate di lavoro…). Quando si arriva al processo penale – che è in corso – Albertini invece chiede di ricorrere all'articolo 68 della Costituzione. La giunta per le autorizzazioni gli dà ragione, ma ora serve il voto in aula, al Senato, e per ora il voto è stato rinviato a data da destinarsi. Intanto il processo va avanti, e probabilmente si concluderà in gennaio (l'accusa è pesante: calunnia aggravata, un reato che prevede fino a 10 anni di carcere).Contro il riconoscimento dell'articolo 68 della Costituzione a favore di Albertini si è levata una protesta piuttosto ampia, che raduna magistrati, opinionisti, settori politici dello stesso Parlamento, e che naturalmente ha, alla sua guida, il quotidiano "Il Fatto". Lo stesso Robledo, recentemente, ha inviato un Sms a centinaia di opinion leader e magistrati per chiedere che si schierino compatti a sua difesa e contro Albertini.Qual è l'argomento per non concedere ad Albertini l'Insindacabilità? Il fatto che al momento del presunto reato non era senatore ma parlamentare europeo. Ma anche come parlamentare europeo aveva diritto all'insindacabilità. Dunque non esiste nessuna ragione plausibile per negare ad Albertini la tutela dell'articolo 68 della Costituzione (Costituzione che a molti piace solo a giorni alterni…). Casomai bisognerebbe capire perché Albertini è stato condannato in sede civile. E quindi bisognerebbe capire se un esponente politico, o un giornalista, o un comune cittadino, ha diritto di criticare il potere politico, il potere economico, la burocrazia, la Chiesa, la scuola e magari anche le divinità delle varie religioni, ma non ha invece il diritto di criticare la magistratura, perché in questo caso scatta la lesa maestà. C'è qualcuno che è in grado di sostenere con qualche argomento che questa situazione sia ragionevole? E che sia ragionevole che di fronte all'onorabilità di un magistrato anche la Costituzione diventi una pezza da piedi? Attualmente è così.Ma chi è questo Robledo? È un magistrato che recentemente ha subito un giudizio non dal senatore Albertini ma dalla sezione disciplinare del Csm. Ne trascriviamo appena qualche brevissimo stralcio: è «provato un rapporto di contiguità tra il dott. Robledo e l'avvocato Aiello», che difendeva gli interessi della Lega Nord, «improntato allo scambio di favori». Così come è «inequivoca» la «propalazione» da parte di Robledo al legale della Lega Nord «di atti coperti dal segreto» dell'inchiesta sui rimborsi ai consiglieri della Lombardia.Sulla base di questo giudizio (contro il quale Robledo ha fatto ricorso) è stato deciso il trasferimento di Robledo prima alla magistratura giudicante di Torino (cioè il dott Robledo è stato mandato a emettere sentenze a un centinaio di chilometri di distanza da una città dove si era stabilito che ci fosse, per lui, "incompatibilità ambientale") e poi gli è stato conferito (come punizione) l'incarico di Procuratore aggiunto nella stessa città.E adesso entra in ballo il dottor Davigo. Il quale in questo famoso libro che ha scritto, e del quale ieri "Il Fatto" ha pubblicato un'anticipazione, sostiene che il problema dei politici è che, per eliminare chi ruba o si comporta male, aspettano la sentenza della magistratura, mentre, al primo sospetto, dovrebbero cacciar via, e in questo modo eviterebbero che i processi della magistratura assumano un valore politico. Ragionamento che non ha molto a che fare con lo Stato di diritto o col garantismo, ma che, per un momento, per assurdo, vorremmo prendere per buono. Ma se un assessore sospettato di favorire chissacchì deve essere cacciato via al primo sospetto (e poi magari è innocente) cosa si deve fare con un giudice che è sospettato (anzi, condannato dal Csm) per avere avuto uno scambio di favori con gli imputati? In fondo l'assessore non ha molti poteri, non può fare grandi danni, mentre il magistrato mandato a giudicare o a indagare in un'altra città ha il potere di spedire la gente in galera, e noi non sapremo mai se lo ha fatto perché è giusto così o perché, magari, gli conveniva. Non vi pare?Così, tanto per sapere: cosa pensa Davigo del caso Robledo-Abertini?

Piero Sansonetti